martedì 31 dicembre 2013

Napolitano dimettiti!


Gira da qualche ora una presunta anticipazione del consueto discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Stando a quanto riporta “Affari Italiani”, le persone che nelle ultime ore hanno incontrato il Presidente della Repubblica raccontano che Napolitano potrebbe anche dimettersi, annunciando la sua “caduta” dal trono d’Italia proprio durante il discorso televisivo. Proprio mentre sarà l'unico uomo nella storia della Repubblica a fare l'ottavo discorso di fine anno da Presidente.

Beh, io certo non so se Napolitano mi darà questa grande gioia stasera, ma so di certo cosa mi ha già regalato in ben 8 anni di “regno”. Mi ricordo l’indulto che firmò praticamente appena insediato nel 2006. Mi ricordo decreto-bavaglio sulle intercettazioni. Mi ricordo il lodo Alfano. Mi ricordo il legittimo impedimento. Le telefonate con Mancino, fatte distruggere senza vergogna. Mi ricordo di un uomo che non ha perso occasione di calpestare la Costituzione in ogni articolo che parli del Presidente della Repubblica, a partire dalla sua rielezione: “Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni”. La Costituzione recita così. Napolitano sarà invece il primo e l’unico (ma forse anche l’ultimo) eletto per quattordici anni. Non a caso, i padri costituenti avevano forti dubbi (Terracini per primo) riguardo all’inserimento di un vincolo esplicito per vietare la rielezione. Certo è che 14 anni sono un regno, non un mandato di una carica repubblicana.

Napolitano non rappresenta l’unità nazionale già da un pezzo. È praticamente dal momento in cui ha sabotato il parlamento, nominando il non-eletto Mario Monti a guidare un governo di larghe intese. Il vero Presidente Unico è sempre stato lui, sin da allora. Poi, con il governo Barzel-Letta, la cosa si è fatta unicamente più evidente. Una geniale vignetta di Giannelli ritraeva Napolitano che dettava qualcosa a Letta: “Il governo Letta e il Presidente detta”. Il Presidente è una figura che rispetta la Costituzione solo se rispecchia l’unità della nazione: se rispecchia unicamente l’unità della “Nuova DC” (cioè il governo) allora non serve più a niente. Anzi, nuoce a tutto il Paese.

È il Presidente che voleva cambiare la Costituzione, nel momento più sbagliato e con le persone peggiori di cui si poteva disporre. È il Presidente che chiamava i capigruppo della maggioranza per discutere a tavolino della riforma elettorale. È il Presidente che dichiarava apertamente la legittimità di un Parlamento reso illegale dall’incostituzionalità del porcellum. È il Presidente che si è detto categoricamente contrario ad ogni tipo di sistema elettorale proporzionale, l’unico compatibile con l’articolo 48 della Costituzione. È il Presidente che obbligò il Parlamento ad acquistare i cacciabombardieri F-35, in barba alla crisi e all’articolo 11 della Costituzione. Come scrive Travaglio nel suo ultimo libro: “Delle due l’una: o sbaglia la Costituzione repubblicana, o sbaglia continuamente Giorgio Napolitano.

Ma forse, in fondo, Re Giorgio lo sa: il 2014 sarebbe un anno terribile per lui e per il suo sogno perverso di trasformare l’Italia in qualcosa che difficilmente definirei “democratico”. A gennaio, potrebbe essere pronta la richiesta di impeachment da parte del MoVimento 5 Stelle. Magari non passerebbe, ma sarebbe il primo Presidente sfiduciato palesemente dalla prima forza politica nazionale: non proprio una bella postilla sul curriculum. Inoltre, Re Giorgio in fondo sa che le larghe intese si stanno restringendo sempre di più, e che la vita del governo potrebbe essere tanto breve da non vedere neanche la primavera. A quel punto, Re Giorgio dovrebbe dimettersi per forza di cose, nell’amarezza, nella disillusione, nella vergogna, nel silenzio, nella sconfitta. Passerebbe alla storia come l’uomo che voleva rendere l’Italia a sua immagine e somiglianza ma fallì miseramente. Al contrario, un’uscita di scena spettacolare, inaspettata e dignitosa sarebbe qualcosa di molto più positivo per Napolitano. Chissà che davvero non sfrutti questo discorso a reti unificate per proclamare la sua resa. Sicuramente, le dimissioni in questo contesto gli conferirebbero una dignità estremamente più alta rispetto alla (poca) stima che merita quest’uomo.

Presidente, La prego, approfitti di questa occasione e non indugi, poiché di occasioni simili non ne capiteranno altre: si dimetta durante il Suo discorso, e regali al Suo popolo un bel motivo per stappare lo spumante allo scoccare del Nuovo Anno.

Napolitano deve dimettersi, perché l’Italia possa rinascere. Buon Anno a tutti.

lunedì 30 dicembre 2013

Caterina Simonsen: quanta strumentalizzazione!


Si sta parlando molto della vicenda di Caterina Simonsen, una ragazza di 25 anni colpita da quattro malattie genetiche rare. Il suo video, in cui si diceva favorevole alla sperimentazione animale, grazie alla quale lei si è potuta curare e arrivare a 25 anni, è stato oggetto di numerose strumentalizzazioni a mio parere vergognose.

Partiamo dal video: chi scrive è profondamente contrario alla sperimentazione animale, come ho già spiegato a dovere su questo blog, ma non trovo niente di sbagliato (o al massimo pochissimo) nel video di Caterina. Sì, certo, non sono d’accordo in alcuni punti del suo discorso, ma difendo la possibilità di Caterina di pubblicare un video come questo, costi quel che costi: la sua voce va ascoltata, e anche se per molti aspetti non ci troviamo d’accordo (e qui mi rivolgo agli animalisti) il suo pensiero e la sua persona vanno rispettati. “Non sono d'accordo con te, ma darei la vita per consentirti di esprimere le tue idee.” Senza questo presupposto non si va da nessuna parte. Il video di Caterina è lecito, la sua facoltà di esprimere queste opinioni è sacrosanta.

Passiamo ora alle accuse che le sono state rivolte e alle minacce di morte: prendendo per vere queste terribili minacce, ogni persona sana di mente deve subito dissociarsi da questa gente. Non si augura la morte a nessuno, e la violenza, fisica o verbale, non è tollerabile. Prendo però le distanze anche dalla presunta veridicità di queste minacce di morte. Non voglio sembrare né paranoico né un complottista da due soldi, ma l’immediata reazione e l’imponente impatto mediatico che ha avuto subito questa storia mi puzza. Voglio dire, ricordiamoci delle minacce di morte comparse nei commenti del blog di Beppe Grillo che fecero infuriare Giachetti (Pd): poi si scopre che a scrivere quelle minacce fu proprio un iscritto al comitato per l’elezione di Renzi segretario. Oppure ricordiamoci che esistono fenomeni di “trollismo” davvero spiacevoli: come quello che era talmente disonesto da vantarsi di aver diffuso notizie false su siti di controinformazione per vedere quanta gente ci cascava. Insomma, in un mondo con gente del genere, cominci a dubitare di tutto. Anche delle minacce di morte a Caterina, che in fondo spero con tutto il cuore che siano state manipolate da terzi a sua insaputa. Altrimenti, profondo disprezzo per chi le ha scritte.

Le numerose strumentalizzazioni che sono seguite non fanno che alimentare questo forte sospetto di “caso mediatico montato a tavolino”. Non voglio dire che il video di Caterina sia un fake, o che lei sia pagata, non mi permetterei mai. Ma purtroppo, come al solito, arrivano come avvoltoi frotte di speculatori della notizia, che balzano come iene sulla drammatica vicenda di Caterina per montarne un caso mediatico. E il caso mediatico, si sa, è come un treno: tutti vogliono salirci per primi. Come appunto quel disgustoso atto di Renzi, con il suo “Io sto con Caterina” dettato palesemente dalla necessità di visibilità mediatica del sindaco di Firenze. Oppure l’operazione studiata da parte di vergognose e false pagine di “corretta” informazione scientifica, come Resistenza Razionale o A favore della sperimentazione animale. Oppure la strumentalizzazione politica in atto contro quei politici che sostengono organizzazioni come la Lav, o StopVivisection. Insomma, da questo caso mediatico sono in tanti a trarne vantaggio. E queste sono le vere bestie, senza offesa per gli animali, pronti a strumentalizzare il dramma di una ragazza malata per fini personali.

Il punto è che questa storia ha assunto una dimensione strana: le persone che hanno scritto quelle orribili parole sembrano essere, in questo momento, accusate non tanto di aver minacciato di morte una ragazza, ma piuttosto di essere contrari alla sperimentazione animale. Una sorta di processo alle intenzioni degli animalisti, piuttosto che una ferma condanna contro qualche decina di stupidi fanatici: è questo il nocciolo del problema.



Veniamo ora ad alcuni punti toccati da Caterina nel suo video: il messaggio in sé non contiene niente che di fatto risulti diametralmente opposto ai punti di vista di molti animalisti seri. Mi riferisco a quando afferma che non esistono al momento metodi alternativi per qualsiasi tipo di sperimentazione. Il problema però qual è? Il problema consiste nel fatto che Caterina inviti associazioni come la LAV o il Partito Animalista Europeo a trovare metodi alternativi alla sperimentazione animale: questo è follia. Non sono gli animalisti a dover trovare una valida alternativa alla sperimentazione animale, ma devono essere gli “addetti ai lavori”. Primo, per una ragione di competenze. Secondo, perché l’abbandono progressivo della sperimentazione animale non costituisce un vantaggio solo per qualche animalista o per tutti gli animali che vengono sacrificati in questo processo, ma per tutto il genere umano e tutte le razze animali. È una questione che riguarda tutti. Infatti, il progressivo abbandono della sperimentazione animale costituisce la vera rimozione del principale ostacolo attuale della ricerca scientifica. Esseri umani e animali sono talmente diversi che la definizione “Scienza” applicata alla sperimentazione animale comincia ad andare un po’ stretta. Non a caso, di tutti i farmaci che “passano” la prova della sperimentazione animale, solo l’8% ha effetti benefici sull’uomo. Il 92% di questi farmaci che non vengono considerati tossici per gli animali, hanno in realtà impatti tutt’altro che positivi sull’uomo.

In altre parole, sono le istituzioni a dover facilitare e finanziare tipi di ricerca alternativi che ci consentano di abbandonare, col tempo, completamente l’utilizzo di animali da laboratorio. L’Europa per prima, abolendo quella schifezza della legge sulla sperimentazione animale, che addirittura obbliga paesi membri più avanzati dal punto di vista dei metodi di ricerca alternativi ad abbassarsi a livello di altri paesi membri dell’UE con progressi inferiori. Una vera follia che va abolita.

Io vorrei solo fare un ultimo appello a Caterina, a questo punto: se nel 92% dei casi, le sostanze testate sugli animali danno risultati diversi quando arrivano alla sperimentazione sull’uomo, quanti farmaci utili per curarti potrebbero essere stati scartati, a causa della sperimentazione animale? Quanti farmaci benefici potevamo aver scoperto se ci fossimo basati su metodi di ricerca avanzati e moderni, invece di metodi pseudo-medievali e retrogradi come i test sugli animali?

Come vedete, la questione “morale” (non me ne vogliano gli animalisti più convinti) non arriva che seconda, in paragone alla questione “scientifica”: la sperimentazione animale sta rallentando il progresso della ricerca scientifica e dunque facendo vittime in ogni parte del mondo. Solo dopo questo grave aspetto arriva il problema “etico” riguardante il male che viene inflitto agli animali da laboratorio. Ma la questione primaria è quella scientifica: quante vite dobbiamo ancora sacrificare prima di indirizzare la ricerca scientifica verso nuove possibilità e nuovi orizzonti?

sabato 28 dicembre 2013

Il Nuovo Scudo Crociato


Si va delineando sempre di più una sorta di cristallizzazione della vecchia Democrazia Cristiana nella “nuova” scena politica nazionale, culminata con la vittoria di un popolare (Matteo Renzi) nel partito che dovrebbe costituire l’eredità storica del PCI. In pratica, lo scorso 8 Dicembre, il Pd ha smesso di essere l’erede della cosiddetta “sinistra” diventando di fatto il vero erede storico della DC. Ma il motivo per cui parlo di “cristallizzazione” è un altro. In questo momento, dando per finito Berlusconi (ma attenzione a non darlo per morto troppo presto), vediamo come 3 personaggi stanno manovrando la politica del paese: il Presidente del Consiglio Enrico Letta, il suo vice Angelino Alfano e il segretario del Pd Matteo Renzi. Tre personaggi che ogni tanto tendono ad accennare una battaglia di principi, qualche blando braccio di ferro istituzionale, ma che molto spesso si trovano a fare in comune accordo la stessa cosa. Come nel caso Cancellieri: prima “si dovrebbe dimettere”, poi “le dimissioni sono un atto politico”, poi tutti votano allo stesso modo. Magari sembrano tanto diversi, a prima (s)vista, ma vediamo invece come tutti insieme formino una perfetta riedizione della Democrazia Cristiana.

Tutti e tre rientrano grossomodo nella stessa fascia d’età, quelli dei “quarantenni”:  Letta è del ’66, Alfano del ’70, Renzi del ’75. Hanno vissuto praticamente nello stesso periodo a livello giovanile e la loro militanza politica rientra precisamente nei medesimi anni.

Matteo Renzi, che deve la sua formazione democristiana al padre Tiziano, consigliere comunale di Rignano sull’Arno eletto tra il 1985 ed il 1990 nella lista della DC, è il più giovane dei tre e per questo non ha mai potuto militare nei giovani della DC. Tuttavia, il primo partito in cui il sindaco di Firenze ha militato è stato proprio il Partito Popolare Italiano, di chiara discendenza democristiana. Il partito di Rocco Buttiglione, per intendersi.

Enrico Letta e Angelino Alfano provengono dalla stessa area politica, i Giovani Democristiani. Entrambi hanno militato nella DC fino al 1994. Nel 1994, Letta confluisce nel PPI, mentre Alfano “vira” verso Forza Italia, affermando che il PPI spesso “lo superava a sinistra”. Come in una bella favola, i due si trovano insieme al governo molti anni dopo, in una stomachevole riconciliazione democristiana.

Questi tre personaggi che, come abbiamo visto, provengono dalla stessa identica ideologia politica, hanno molti punti in comune. Mentre i punti in comune tra Renzi e Alfano finiscono qui (e il motivo si chiama “Berlusconi”, perché senza il Nanetto, Renzi sarebbe stato a destra tutta la vita) quelli tra Renzi e Letta continuano. Letta si iscrive al Partito Popolare Italiano alla sua fondazione, nel 1994. Dopo soli due anni, Renzi lo raggiungerà. I due militeranno insieme nello stesso partito per ben 6 anni, per poi confluire insieme nel 2002 nella Margherita, dove passeranno insieme altri 5 anni. Nel 2007, Enrico Letta è uno dei 45 membri del comitato nazionale per la fondazione del Partito Democratico. Nel comitato, insieme a lui, troviamo nomi come Amato, Bassolino, D’Alema, Dini, Domenici (ex sindaco di Firenze prima di Renzi), Fassino, Finocchiaro, Jervolino, Rutelli e Veltroni. Con un simile elenco di giovani e promettenti politici, carichi di nuove vedute, Renzi non poteva certo tenersene fuori. E infatti, in un impeto di voglia di aria nuova e fresca, aderisce fin dalla sua fondazione al Partito Democratico. Quel  Partito Democratico. Questo andrebbe ricordato a tutti quelli che lo hanno votato pensando che si sarebbe finalmente liberato di quella vecchia classe dirigente che diceva di voler rottamare: anche lui fa parte della stessa classe dirigente, non dimentichiamocelo.

Insomma, Letta e Alfano provengono dalla DC, mentre Letta e Renzi vantano la bellezza di 17 anni consecutivi di militanza politica negli stessi partiti. Praticamente due fotocopie. Questo “nuovo” fronte che “avanza” (il Pd di Renzi, quello di Letta e il Nuovo Centrodestra di Alfano) non è altro che un enorme “blocco” politico che parla la stessa lingua, ha gli stessi programmi, le stesse idee e la stessa provenienza politica. Una specie di riedizione dei Popolari, con uno spiacevole retrogusto democristiano. Dubito fortemente che un bipolarismo di queste due forze politiche possa giovare ad un processo di democrazia e di vera partecipazione popolare in questo Paese: di opposizioni che fanno il gioco dei governi ne abbiamo già avute troppe.

venerdì 27 dicembre 2013

Il regalo di Natale di Travaglio: come evitare futuri casi Satyricon?


Il vice-direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio gioisce (giustamente) sul suo blog definendo la sentenza di secondo grado sui suoi processi intentati da Berlusconi riguardo al caso Satyricon “un regalo di Natale”. Sono certo che tutti si ricordano della storica puntata del programma Satyricon di Daniele Luttazzi (ai tempi in cui Luttazzi andava in onda su Raidue!!!) quando invitò un giovane Marco Travaglio con una capigliatura come quella di un Mark Knopfler dei tempi d’oro per presentare il suo libro, “L’Odore dei Soldi”.



Il 14 Marzo 2001 nelle case degli italiani irruppe sonoramente la storia passata di Silvio Berlusconi, scatenando quella reazione a catena che portò al famigerato editto bulgaro, quando Biagi, Santoro e Luttazzi vennero cacciati dalla Rai. Ma non è della cacciata che voglio discutere, anche perché pare evidente che in qualsiasi paese, un “servizio pubblico” televisivo che caccia alcuni giornalisti scomodi (o comici, in questo caso) per ordine del Presidente del Consiglio, è sintomo di una democrazia malata e ridotta ai minimi termini. Oggi, proprio mentre le 8 cause civili intentate da B. ed i suoi replicanti contro Travaglio e tutti i “colpevoli” del presunto “uso criminoso” del servizio pubblico vengono respinte pure in secondo grado (tutte e 8!) sempre per lo stesso motivo (il libro contiene “notizie vere” e “critiche politiche legittime”), voglio parlare di questo: non credete sia possibile (o meglio, doveroso) attuare una sorta di “soglia di sbarramento” come un tetto economico massimo per le cause civili? Mi spiego: è mai possibile che un giornalista, che non fa altro che il suo lavoro, vada in televisione a dire cose (vere, peraltro!) e un miliardario qualunque possa per questo intentare cause civili chiedendo risarcimenti folli, inducendo l’emittente televisiva (o il giornale, a seconda dei casi) a tutelarsi cacciando i “presunti diffamatori”? Questo è quello che successe. In totale, tra le cause a Travaglio, a Raidue, all’autore, etc. i risarcimenti chiesti da B. e dal suo esercito ammontavano a circa 70 miliardi di lire. Che sono una cifra che farebbe impallidire chiunque: un’azienda, pubblica o privata che sia, potrebbe essere indotta (molto probabilmente) a tutelarsi da un’eventuale condanna di risarcimento facendo fuori su due piedi il programma o il giornalista incriminato. Il resto è storia di questi anni.

Introducendo una sorta di indennizzo o comunque un tetto massimo sotto il quale ti devi mantenere se vuoi intentare una causa contro qualcuno, si potrebbero evitare futuri casi come quello de “L’Odore dei Soldi. Tu mi pianti una causa da 16 milioni di euro, ad esempio come quella che B. ha intentato contro Travaglio? Molto bene, ma se perdi la causa, oltre al rimborso delle spese processuali, i 16 milioni me li devi pagare a me. Poi ci pensi bene due volte prima di fare il gradasso con i soldi che hai. Questa sarebbe una norma che credo sia lecito chiedere di inserire nelle procedure giudiziarie, per evitare che futuri “berluschini” possano tappare la bocca all’informazione sventolando minacciosamente qualche banconota di grosso taglio.

Nel frattempo, non resta che festeggiare questa sentenza, che per la seconda volta respinge le fandonie di B. e della sua ciurma, augurando a +Marco Travaglio un buon Natale e tanti altri anni di vero giornalismo di qualità, libero e indipendente.

giovedì 26 dicembre 2013

Il lato oscuro della notizia


Come i Pink Floyd cantavano in un album che ha fatto la storia della musica, The Dark Side of the Moon, anche la “notizia”, l’informazione, può avere diverse chiavi di lettura, un “lato oscuro” se vogliamo. Abbiamo visto, proprio in questi giorni, come le informazioni, i fatti e le logiche che hanno mosso i fili della politica siano state, in modo perlopiù omogeneo, manipolati dalla stampa e dalle tv. I media trovano sempre un modo di leggere la notizia, di presentarla in una chiave differente. I fatti ci sono, stanno tutti lì, davanti ai tuoi occhi: ma come una parola anziché un’altra può cambiare il senso delle cose, la percezione dei fatti attuali arriva ai cittadini in modo distorto, viziato, capzioso e falsato. E, inutile dirlo, con un’informazione del genere, il regime ci va a nozze.

Si è parlato molto, ad esempio, delle parole di Massimo Gramellini ospite fisso dello Zerbino Fazio, e di come ha “oscurato” l’intervento (decisivo) del M5S per bloccare la porcata sulle slot machines e quella sugli affitti d’oro nascosta nelle righe della legge di stabilità. Caro Gramellini, senza i “grillini” in Parlamento nessuno avrebbe giocato il ruolo di “rompiballe” democratico (cit.) e quelle porcate sarebbero passate nel silenzio della stampa. La verità è che le porcate in questione sono state promosse dall’attuale maggioranza di governo, Pd in testa a tutti, e (solo dopo essere stati beccati) Renzi ha giocato la parte di quello che “para gli autogol”, mentre un curioso omino (Lattuca, Pd) sosteneva che grazie al Pd quella porcata era stata fermata. Lattuca, lascia che ti spieghi una cosa: la porcata l’avevate proposta voi! Cito un formidabile post di Andrea Scanzi: “Sarebbe come se io venissi a casa vostra, vi sfasciassi un muro con l’ascia e – dopo le vostre lamentele – ve lo ricostruissi. Se poi vi dicessi con orgoglio: ‘Visto? Grazie a me avete un muro solido nella vostra casa’, come minimo mi mandereste a quel paese.

Ma invece è tutto alla rovescia, a partire dall’informazione: adesso, a quanto pare, entra in scena addirittura una terza lettura della vicenda, una terza “teoria” non meglio accreditata che sosterrebbe che dietro il blocco di queste due ultime porcate del governo Barzel-Letta ci sia addirittura la Sacra Mano di Sua Maestà Re Giorgio. E si continua, inverosimilmente, a evitare di parlare del nocciolo della questione, dell’unica lettura corretta di questa vicenda: se i 5 Stelle non avessero fatto da “guastafeste”, se non avessero minacciato il governo di fare ostruzionismo e di fargli passare le feste incollate ai banchi del Parlamento, non solo la porcata non sarebbe stata bloccata (né da Napolitano, che di porcate ne ha firmate tante, né tantomeno da “Nembo Kid” Renzie) ma probabilmente non se ne sarebbe parlato neanche. E così, tacita e cheta, un’altra vergogna sarebbe stata approvata nel silenzio-assenso più totale.

Insomma, c’erano tre modi di dare la notizia, uno solo corrisponde a verità:
  1. La porcata è stata bloccata dal governo grazie al pressing del M5S.
  2. La porcata è stata bloccata grazie a Renzi, il non-eletto, che da fuori il Parlamento evidentemente ha più potere di quelli che ci stanno dentro.
  3. La porcata è stata bloccata grazie a Sua Magnificenza Re Giorgio, sempre sia lodato. Amen.
Come ci si poteva aspettare, i media agiscono per il governo e per la conservazione dell’attuale status quo e della casta politica. La notizia è vera, ma il modo in cui viene esposta è falsato. A tutti i telespettatori di Che Tempo Che Fa è arrivata una notizia, e una soltanto, ed è inutile che Gramellini si inventi scuse infantili per difendersi: “Renzi ci ha salvato da questa porcata” – insomma, il Pd che ci salva dal Pd: geniale. Allo stesso modo, tutti i lettori del Corriere della Sera, così come quelli di tanti altri quotidiani nazionali, hanno preso per buona la versione in cui Napolitano blocca eroicamente questa porcata.

Vi propongo un video come esempio, che vi riporto alla fine di questo post. Ricordate quella scena (imperdibile) di quel film di Bellocchio con Gian Maria Volonté? Il film era “Sbatti il mostro in prima pagina”. Volonté interpretava il direttore di un fantomatico “Giornale” che redarguiva il linguaggio usato da un giovane cronista per riportare la notizia di un disoccupato che si dava fuoco per la disperazione di aver perso il lavoro. Tramite l’utilizzo strumentale e funzionale di certi termini, il direttore riusciva a cambiare il senso della notizia, pur senza censurarla stricto sensu.

Allo stesso modo, la notizia di questi giorni è stata “trattata” e “revisionata” fino a trovare la chiave di lettura “giusta” per venderla al pubblico. Ci possiamo girare intorno quanto vogliamo, ma la realtà è ben diversa da quella che ci viene propinata dai media: se non è regime questo…

martedì 24 dicembre 2013

Sarà un Buon Natale?


Alessandro Di Battista è sicuramente uno dei parlamentari più preparati, più competenti, più intelligenti e più ammirevoli non solo tra le file del MoVimento 5 Stelle, ma di tutto quanto il Parlamento italiano. Il suo discorso di ieri 23 Dicembre 2013 alla Camera, in occasione dell’ennesima fiducia posta dal governo Letta, quello che aveva giurato di non utilizzare mai e poi mai la fiducia per far passare i propri decreti, contiene tutta l’essenza dei motivi che hanno portato milioni di persone a votare perché dei cittadini e non dei politicanti entrassero nelle istituzioni.

Ha parlato della denuncia delle lobby. Ha parlato della vergogna costituita dalla rielezione di Napolitano, fenomeno unico e probabilmente irripetibile nella storia d'Italia. Ha ragione quando dice che purtroppo la disonestà è la prassi: è proprio l’argomento che ho sollevato appena l’altro giorno su questo blog, e di cui abbiamo anche discusso nei commenti del blog e di Google+, assieme agli amici +raffaello bianchi+Khaino Zeitgeist+Pino Santos e +Fabrizio Boccacci... e molti altri. Bello vedere che ancora esistono persone che credono nell'onestà, davvero. Se la disonestà è la regola, un semplice atto onesto assume le sembianze di una rivoluzione.

Di Battista ha ricordato la vittoria di Renzi alle primarie del Pd: nient’altro che un nuovo burattino, portavoce di interessi privati e di lobbies, manovrato da chi ha da difendere le sue aziende o il suo portafogli. Ha parlato delle lotte di ostruzionismo parlamentare, che hanno già portato a incredibili risultati, primo fra tutti quello di aver salvato la Costituzione dall’assalto della casta politica, e che minaccia di far passare il Capodanno in aula all’intero Parlamento, fino a quando l’ennesima porcata prenatalizia non verrà cancellata.

Ha tirato un paio di brillanti frecciatine alla Presidente della Camera, Laura Boldrini, che con uno stipendio da favola gestisce i lavori della Camera dei Deputati in modo ignobile: ha infatti ricordato le parole che, ipocritamente, la Boldrini pronunciò al suo insediamento (“La casa della buona politica”) così come la protesta sul tetto di Montecitorio, costata una multa al gruppo del M5S grazie alla boldrinesca indignazione di presunto decoro istituzionale. Cara Presidente Boldrini, questo 2013 si chiude con una serie innumerevole di inadeguatezze e di ipocrisie di cui avremmo fatto volentieri a meno.

Ha ricordato quella che ormai mi piace chiamare “la bufala dell’articolo 67”: onorevoli (!) personaggi che si limitano a votare leggi e decreti di cui non sanno niente, che neanche vengono letti, solo per indicazione del partito; onorevoli (!!!) manovrati secondo questo o quel voto di scambio; questi sì che sono i veri manovrati, altro che sciocchezze! Questi votano secondo indicazione di partito. I voti ribelli di questi personaggi hanno percentuali vicine alle 0,1% e poi vengono anche a rompere le balle ai grillini sul vincolo di mandato. L’articolo 67 della Costituzione doveva servire ad impedire che un parlamentare rispondesse ai singoli interessi privati di una lobby o di un voto di scambio, ma a quanto pare è solo un incantesimo. “Ehi onorevole, ho dato 100 mila euro al partito, non te ne scordare”: è davvero la casa della buona politica quella in cui si assistono a simili scene?

Di Battista ha ribadito il senso della politica secondo il pensiero dei 5 Stelle: “Siamo liberi. Non abbiamo investito migliaia di euro in campagna elettorale. La politica è un servizio civile da fare durante un tempo limitato della nostra vita per poi tornare al proprio lavoro come tutti gli altri cittadini.” Che curiosamente assomiglia molto a queste parole: “Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. […] Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.” Signore e Signori, la Costituzione.

Ricorda poi in che condizioni si trovano a lavorare i parlamentari del M5S, elencando chi gli è palesemente contro: “Il Presidente della Repubblica che ci manca di rispetto, Letta che nei suoi discorsi in Parlamento al posto di parlarci delle sue idee attacca il M5S, abbiamo contro la mafia, la massoneria, gran parte del sistema mediatico, un'industria della menzogna tenuta in piedi dai soldi dello Stato, […] abbiamo contro tutti i partiti, dalla cosiddetta sinistra con il portafogli a destra a Forza Italia che qualcuno vuole far credere che abbia qualcosa a che fare con noi. […] Abbiamo contro i vertici dei sindacati, quei sindacati che si sono genuflessi davanti al potere i cui segretari, dalla Polverini a Cofferati passando per Epifani fanno tutti, casualmente, carriere politiche. Abbiamo contro l'Europa che ci definisce populisti perché prima di dare si soldi alla Banca Centrale Europea e rispettare accordi presi all'insaputa dei cittadini vogliamo dare un lavoro, una casa e un futuro al popolo in difficoltà.

Nonostante tutto questo, e quello che ha detto ora Di Battista lo dedico con tutto il cuore a quelli che “i grillini non hanno fatto niente in Parlamento” (come se di fronte al governo delle zero leggi si pretendesse che l’opposizione faccia più del governo), ecco che il giovane deputato romano elenca indiscutibili conquiste del M5S: la decadenza di Berlusconi grazie al voto palese, la salvezza della Costituzione e in particolare dell’articolo 138, la restituzione di decine di milioni di euro di rimborsi elettorali e stipendi, la pulizia che Fico sta mettendo in atto in Rai, l’inserimento dei reati ambientali nel Codice Penale, ma soprattutto la dimostrazione che coerenza e onestà sono ancora principi validi, nonostante tutto.

Alessandro Di Battista ha infine ricordato quello che ormai dovrebbero sapere anche i muri, e cioè che non esistono salvatori della patria, non esiste la delega in bianco al nuovo politicante di turno perché ti risolva i problemi dell’Italia: tutto deve partire dai singoli cittadini. Tutti devono fare la propria parte, per trasformare questo paese in un luogo in cui l’onestà deve essere la regola, e non un atto eccezionale. Da dove cominciare? Prendiamolo come il primo buon proposito per il nuovo anno: impedire, dalle prossime elezioni, a questa vergognosa casta politica di governare ancora questo Paese. Facciamo dell’Italia un posto di cui andare orgogliosi.

Ecco il video integrale dell’intervento di Alessandro Di Battista. Buon Natale. 

lunedì 23 dicembre 2013

Beppe Grillo, il blog e i suoi guadagni tramite la pubblicità: quante bufale!


Mi lascio andare ad un breve sfogo dopo l’ennesimo presunto “scandalo” legato alla pubblicità sul blog di Beppe Grillo. Questa storia mi fa sempre storcere il naso, ma adesso sono arrivato al punto che perfino un livello di sopportazione molto alto non mi esenta dal dire: “Basta!”

Tutto cominciò da quella strana inchiesta di Report, quando la Gabanelli, con l’aiuto (si fa per dire) di una giornalista da due soldi, si inventò letteralmente dal nulla uno scoop fondato sul niente, presentandolo come lo scandalo del secolo. Invece finanziamenti pubblici abusivi dal 1993, lobby, clientelismi e sprechi della politica? Tutti al proprio posto. Se volete sapere nel dettaglio come mai la puntata di Report diceva falsità, leggete questo post: Report e quella sporca inchiesta.

Cerchiamo di chiarire subito una cosa: anche se il blog di Beppe Grillo facesse i milioni (e non ne fa neanche mezzo) cosa ci sarebbe di male? Onestamente, trovo che per un sito internet qualsiasi si tratti di un semplice metodo di autofinanziamento che magari non rende molto (nella maggior parte dei casi) ma comunque un modo onesto e indipendente di autofinanziarsi. Anzi, in molti casi (come sui siti di Repubblica, del Corriere e di molti altri siti “d’informazione”) le pubblicità sono molto più “invadenti”, aprendosi dal nulla in fastidiosi pop-up a tutto schermo, oppure comparendo proprio sopra il link che si vuole far cliccare. Nel caso di un blog, e quello di Grillo non fa eccezione, i banner pubblicitari non creano disturbo alcuno alla navigazione: se non vuoi cliccarci, non ci clicchi. Mentre leggete queste righe, ai lati sono presenti banner pubblicitari gestiti non da me, ma da Google: vi obbligo per caso a cliccarci? Non mi sembra.

Eppure, da molti mesi ormai circola questa panzana che con i banner pubblicitari sul blog si fanno tanti soldi e che quel cattivone di Grillo si becca tutti questi soldi sottraendoli al M5S (sì, ho sentito pure questa!). In un paese in cui i partiti rubano rimborsi elettorali in modo illecito dal 1993, trovo scandaloso che tanta “informazione” si scagli costantemente contro la pubblicità di un blog. In un paese in cui tutti i giornali, tranne qualche meritevole eccezione, prendono soldi pubblici. Ma a quanto pare il problema è Grillo: come no.

L’ultima perla di questi servi di professione viene proprio da un sito di cui ho parlato recentemente: Giornalettismo. L’articolo si chiama “Vuoi vedere il video di Beppe Grillo? Prima guardati la pubblicità!” tanto per farci capire subito che tono vogliamo dare alla questione. Neanche a farlo apposta, non faccio in tempo a cominciare a leggere che si apre questo enorme banner pubblicitario, che segue l’andamento della pagina, quasi costringendomi a cliccarlo senza volere: quando si dice la coerenza, eh?


L’articolo riguarderebbe questo scoop su Adblock, che bloccherebbe gli ads dei video presenti su beppegrillo.it, causando così l’ira del comico, riportata con frasi ad effetto inventate dal nulla senza uno straccio di fonte (proprio cosi!!!): “Beppe Grillo ha un nuovo nemico: Adblock. […] BEPPE GRILLO CONTRO ADBLOCK” e via di seguito con altre falsità. Compresa quella che ti devi sorbire la pubblicità a tutti i costi: tralasciando il fatto che persino su Youtube o su Repubblica TV c’è la pubblicità, che spesso non puoi manco togliere, provate a vedere il video incriminato da Giornalettismo; noterete che appena dopo 1 secondo la schermata che vi hanno fatto vedere nel loro articolo scompare, mentre parte la pubblicità (che puoi saltare dopo appena 5 secondi) e infine parte il video richiesto. Complimenti, Giornalettismo: un articolo che alimenta una bufala incredibile con argomenti inesistenti o addirittura falsati. Questa sì che è informazione!

Il punto è che questa ondata di bufale pazzesche che vorrebbero far credere che un blog possa rubare i tuoi soldi mentre lo leggi a causa di innocui banner pubblicitari sta facendo più danni della grandine: in primo luogo perché distoglie l’attenzione dal vero problema, che sarebbero i fondi pubblici all’editoria; in secondo luogo perché è una polemica fine a se stessa portata avanti con un’ipocrisia e una falsità incredibili, in quanto tutti quelli che parlano di questa “crociata” contro le pubblicità del blog di Grillo hanno a loro volta banner pubblicitari ben più invasivi e più numerosi; in terzo luogo danneggia quello che a mio modesto parere è un nuovo metodo, più equo e libero, di autofinanziare il proprio portale d’informazione. Esatto, perché dovrebbe essere considerato così: hai letto un articolo che ti piace su un blog? Lo puoi aiutare cliccando su un banner pubblicitario; non ti è piaciuto l’articolo? Lo chiudi senza cliccare sulla pubblicità, e nessuno verrà a rimproverarti nulla.

Purtroppo, i sostenitori di questa panzana colossale sembrano scandalizzarsi davanti ad un metodo di autofinanziamento onesto che non grava su denaro pubblico, mentre non si indignano neanche un po’ mentre, con le loro tasse, pagano partiti o giornali di partito senza battere ciglio. Vogliamo svegliarci una buona volta?!?

domenica 22 dicembre 2013

Se la disonestà è la regola…


È incredibile: la notizia del giorno (o meglio, di tutti i giorni a seguire) dovrebbe essere quella del lobbista “smascherato” dal M5S. In un paese decente, civile e semplicemente normale dovrebbe essere già partita l’operazione mediatica dell’anno, una vera e propria caccia allo scoop: tutti i giornali sarebbero ora dediti ad una “caccia al lobbista” senza precedenti. Veramente, pensateci: dopo che ci hanno fatto credere in tutte le salse che quella strampalata teoria dei fili della politica che vengono mossi da poteri occulti e lobbies sono solo frutto di cazzari complottisti, adesso che sappiamo che è tutto vero, i giornali cosa fanno? Niente. Nessuno che provi neanche a scoprire l’identità del lobbista misterioso.

Il nome del lobbista è stato pronunciato in aula dal deputato Giorgio SorialLuigi Tivelli, consigliere parlamentare della Camera dei Deputati. Non appena finito il suo intervento, Sorial e tutti i deputati del M5S hanno mostrato dei manifesti con il volto di Tivelli e la scritta “Caro Pd, decido io”, scatenando l’ira di Laura Boldrini, che si sta rivelando sempre di più una che prende uno stipendio da favola per gestire la Camera dei Deputati in modo orrendo. Anzi, in modo infame, se vogliamo dirla tutta: interrompe, costringe a concludere gli interventi anzitempo, dimostra faziosità e mancanza di rispetto verso certi deputati, non si scandalizza per le lobbies che controllano il Parlamento ma trova inaccettabili le proteste extra-parlamentaridi chi vuole difendere la Costituzione. E l’elenco delle schifezze combinate da Madama Boldrini potrebbe continuare pressoché all’infinito.

Ma il problema qui non è tanto la Boldrini (anche se comincia seriamente a far rimpiangere Fini come Presidente della Camera) quanto la totale inversione dei valori civici e morali che vediamo ogni giorno più evidente in questo paese. Come ho già detto, i giornali di un paese civile dotato di libera informazione si sarebbero azzuffati pur di approfondire questa notizia: questa è un’altra evidente anomalia tutta italiana, in cui la stampa non è libera (come sosteneva al contrario un ilare commento ad un mio post di qualche giorno fa, scatenando la mia totale incredulità), ma composta da servi dei servi dei servi, una categoria (quella dei giornalisti) davvero infima in questo paese.

Se vogliamo trovare un’altra anomalia italica, non dobbiamo fare altro che andare a vedere cosa succede nel mondo politico, parlamentare e non, riconducibile a quelle correnti politiche che ci hanno governato in passato e che ci governano attualmente (sto parlando di centro-destra e centro-sinistra): la totale mancanza di indignazione da parte degli elettori e un’indignazione alla rovescia da parte della classe politica. Mi spiego meglio: mentre negli elettori di FI, NCD, Pd, Sel e altri manca inspiegabilmente qualsiasi tipo di indignazione derivata dal fatto che la politica è controllata dalle lobbies anziché dai rappresentanti dello Stato (una vera lobotomia della coscienza), tra le file della classe politica regna l’indignazione, sì, ma per chi questi scandali li denuncia! Se la disonestà è la regola, allora chi la denuncia viene visto come un pericolo, una mina vagante, un mostro da emarginare: il famoso (o famigerato) meccanismo di ricattabilità che vige e regna sovrano ormai da troppi anni dentro il nostro Parlamento.

Ma torniamo al mondo dell’informazione: mentre alcuni giornali (pochi) stanno perlomeno parlando di questo fatto (meglio tardi che mai!) ci sono alcuni cosiddetti “opinionisti”, alcune presunte “grandi menti” del giornalismo “indipendente” e “di qualità” che scrivono cose assolutamente ignobili. Prendo ad esempio un vero campione di disonestà intellettuale e di bieco servilismo politico sinistroide: Gad Lerner. Vediamo cosa ha scritto Gad Lerner a proposito della vicenda “lobbista misterioso”:

Bel colpo del M5S – ironizza spregiudicato Lerner – che ha diffuso una telefonata compromettente del lobbista intento a sfoggiare l’elenco degli alti burocrati e dei professori da lui avvantaggiati, riuscendo a evitare loro decurtazioni di reddito significative, nello sprint finale dlla legge di stabilità. Ora che a Montecitorio ne è stato diffuso il nome, […] guardo la sua fotografia e in effetti riconosco di averlo visto più volte lungo i famosi corridoi dei passi perduti. Anche se non ho mai saputo che mestiere facesse e non ci ho mai scambiato una parola.

Ci sono talmente tante vergognose affermazioni nella parte centrale di questo intervento che non so neanche da dove cominciare. Ecco cosa scrive poi Lerner: “Lobbista, ok. Non mi scandalizza.” Ma come? Lo vedete? Il livello di tolleranza della disonestà? Nel momento in cui non ci scandalizziamo di certe cose cominciamo a morire, e qui in Italia, ahimè, siamo in stato di decomposizione da questo punto di vista. Poi Lerner attacca con il numero di quella che mi piace chiamare “Normalizzazione dell’anomalia”: abbiamo un’anomalia di cui non sappiamo come rendere conto? Bene, diciamo che “così fan tutti” e dunque non ci possiamo lamentare: “E’ un mestiere esercitato in tutte le sedi istituzionali del mondo. Il periodo in cui il Parlamento discute la legge di bilancio dello Stato è per i lobbisti, naturalmente, un momento di frenetico attivismo.” E poi questa parola: “attivismo”. Ma lo sa Lerner cosa significa? Secondo il dizionario Treccani, per attivismo si intende “Tendenza a intensificare il lato attivo, creativo, innovativo della vita umana.” Oppure, in caso politico, “L’attività propagandistica svolta dagli attivisti di partiti politici e di organizzazioni sindacali.” Qualcosa di positivo, dunque! Ecco che Gad Lerner cerca subito di associare a qualcosa di nero e completamente negativo (le lobbies) ad un termine candido completamente positivo (l’impegno di attivismo): non lo dice chiaramente, ma l’utilizzo nell'articolo delle parole “un frenetico attivismo” invece di “una frenetica attività” è tutt’altro che casuale. Conclude poi Lerner con il classico “che ci vuoi fare, è impossibile risolvere il problema”: “Abolirli (i lobbisti, ndr) sarebbe un’utopia e, al posto loro, lo spazio sarebbe immediatamente riempito da altri ‘consulenti’.

Queste sono le persone più pericolose, quelle che godono del seguito e della presunta “autorevolezza” come Gad Lerner, impegnate costantemente a promuovere un modello di società in cui non è l’onestà la regola, ma la disonestà. Ti inducono a pensare che non è giusto criticare certi atteggiamenti disonesti. Ti inducono a tollerarli sempre di più. E infine, come se niente fosse, ti ritrovi ad accettarli. E se non lo fai, sei solo un moralista del cazzo. Se non si può neanche più criticare un lobbista, cosa ci resta da fare?

sabato 21 dicembre 2013

Il nuovo che indietreggia


Parlando di lavoro, il gggiovane-nuovo-che-avanza Matteo Renzi dice di voler portare entro gennaio una vera rivoluzione, un “gigantesco Job’s Act. Purtroppo però, ci troviamo davanti all’ennesimo caso di venditore di fumo, tanto fumo vecchio d’annata spacciato come una fresca boccata d’aria rigeneratrice.

Marianna Madia, tanto per cominciare, ha presentato nel 2009 la proposta di legge di riforma del lavoro, scritta a quattro mani con Cesare Damiano e redatta a tavolino da un gruppo di tecnici. La posizione della Madia è importante per comprendere le idee di Matteo Renzi sul lavoro, dato che la giovane deputata piddina è stata nominata responsabile del lavoro nella nuova segreteria del Matteino nazionale. La realtà però ci insegna che una riforma del lavoro va intrapresa confrontandosi con le parti sociali, imprenditori e lavoratori, e che le riforme delegate ai tecnici non hanno mai risolto una mazza.

Assieme a ideologie molto vicine a quelle da ancien régime della sinistra inconcludente dei sindacati, Renzi punta nella direzione diametralmente opposta sulla “rottamazione” dell’articolo 18: nel suo Job’s Act sogna l’introduzione di un nuovo contratto lavorativo a tempo determinato che non goda delle tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori in caso di licenziamento illegittimo. Una boiata colossale: a parte il fatto che questo ci porterebbe in una situazione gravissima, con una disoccupazione sempre crescente, qui non stiamo parlando solo dei giovani. Vi ricordate quando Renzi parlava dei cinquantenni che si trovano senza lavoro? E che bisognava pensare anche a loro, non solo ai giovani? Ecco, secondo la mente eccelsa del grande statista toscano, neoassunti e giovani sono sinonimi. La possibilità che in questo nuovo tipo di contratto vengano colpiti anche cinquantenni che si ritroverebbero improvvisamente senza uno stipendio non lo sfiora minimamente. Le affermazioni logiche (!) di Renzi mi fanno pensare che non abbia conseguito che la quinta elementare: e uno così in Italia lo vanno a votare sindaco, per poi eleggerlo segretario nazionale di un partito!

Il giuslavorista Michele Tiraboschi ha spiegato bene in quali paradossi ci andremmo a cacciare se le follie renziane diventassero realtà, dunque vi lascio questo link per approfondire. Quello che vorrei aggiungere però, non è solo che per una riforma del lavoro seria occorre consultare le parti sociali, visti i disastri fatti dai tecnici in passati più o meno recenti, ma anche che occorre prendere misure coraggiose in quanto ad una seria innovazione del mercato del lavoro: la flessibilità deve essere alta, come non ci insegnano i vari sindacalisti, simile ad esempio a quella di molti paesi dell’Europa del nord (Danimarca, Austria, Paesi Bassi, Germania, etc.) che hanno percentuali di disoccupazione davvero ridicole in confronto alle nostre; ma un’alta flessibilità deve essere accompagnata anche da un’altissima tutela del lavoratore, giovane o no: il reddito di cittadinanza, unito ad una riforma dei centri per l’impiego (che attualmente non trovano un impiego nemmeno a cercarlo col lanternino), costituisce un ottimo strumento per attuare una profonda riforma del mondo del lavoro. Per approfondire sul tema del reddito di cittadinanza, potete leggere questo post.

Insomma, Renzi parla di “rottamazione”, di “rivoluzione”, di “novità”, ma tra le strizzate d’occhio alla Cgil, le riforme affidate ad una manica di tecnici senza alcun contatto col mondo reale, nonché l’idea che rimuovere ogni tutela per il lavoratore possa rendere più flessibile il mercato del lavoro (panzana colossale) non fanno altro che confermare che il Mr Bean di Rignano sull’Arno non sia altro che una riedizione dell’incapacità della nostra “vecchia” classe politica: il nuovo che avanza parla in modo terribilmente vecchio.

venerdì 20 dicembre 2013

Le legge elettorale perfetta


Mettiamoci bene in testa una cosa, tanto per cominciare: la legge elettorale perfetta non esiste. E chi dice di conoscerla, è solo l’ennesimo politicante pronto a prendervi per i fondelli. Questo però ci obbliga ad una riflessione: se il meccanismo elettorale perfetto non esiste, qual è dunque quello che permette al tempo stesso un alto livello di rappresentanza e un alto livello di governabilità? Ecco allora che ci troveremmo davanti ad un sistema elettorale magari non perfetto, ma di altissimo livello. La cosiddetta governabilità è importante, ma non deve mai essere privilegiata a scapito della rappresentanza: è il principio cardine di ogni democrazia.

Detto questo, dobbiamo assolutamente prendere atto di un dato inconfutabile: il sistema maggioritario in Italia ha fallito. Si tratta di una chimera, quella della governabilità garantita grazie al sistema maggioritario, che ci ha illuso e ingannato come nessun altro “dogma” politico. Il principio del “chi vince governa”, tanto caro al segretario Pd Matteo Renzi, è sbagliato per due motivi. Il primo: il principio di alternanza, un bipolarismo malato tra due partitini, non è altro che una sottospecie di “dittatura” della maggioranza (quando va bene) o in certi casi, addirittura una “dittatura” di una delle varie minoranze del Paese; per quale motivo chi prende il 30% dei voti dovrebbe avere praticamente il doppio della rappresentanza del Parlamento? Senza contare che il principio di alternanza tra due fronti avversi (beh, avversi almeno sulla carta) si addice più ad un gioco di carte piuttosto che ad una democrazia compiuta. Il secondo motivo per cui il maggioritario ha fallito è altrettanto chiaro quanto semplice: il Parlamento è svilito della sua funzione democratica descritta nella Costituzione a causa del sistematico vuoto di rappresentanza di minoranze sempre più cospicue, fenomeno che non ha fatto altro che fomentare il crescente astensionismo.

Risiede proprio in questo secondo aspetto la chiave per una vera riforma elettorale: il popolo deve tornare ad essere correttamente rappresentato perché il Parlamento possa essere di nuovo sovrano e legittimato. Un Parlamento che riacquista la sua centralità è un Parlamento in cui il popolo si riconosce.

Dunque, quale potrebbe essere il sistema elettorale migliore per mantenere questo principio di democrazia e di rappresentanza? Le risposte sono molte, ma la legge elettorale è una sola. Dico che le risposte sono molte perché a mio avviso, oltre alla legge elettorale, dovrebbero essere introdotte almeno cinque condizioni fondamentali che ne completino il funzionamento:
  • Il sistema elettorale: di tipo proporzionale. E qui occorre prendere una posizione netta. Non solo perché la Costituzione lo dice chiaramente (art. 48 “Il voto è eguale”) ma perché questo è senza dubbio il principio basilare della rappresentanza democratica: se uno vale uno, allora il mio voto deve valere come il tuo. Non è che il tuo voto vale 1 perché hai votato un partito che non ha vinto le elezioni, il mio voto vale 3 perché il mio partito ha vinto il premio di maggioranza, mentre il suo voto vale 0 perché il suo partito non ha superato lo sbarramento. Il sistema proporzionale è l’unico sistema che garantisce un alto livello di rappresentanza.
  • Condizione numero 1: introdurre un rapporto diretto tra l’eletto e l’elettore tramite il collegio uninominale, come avviene per esempio in Germania. Questo è esattamente il contrario di quanto succede con l’incostituzionale porcellum: dal 2006 ad oggi abbiamo votato il simbolo e non la persona; con un collegio uninominale il rapporto invece è diretto verso quel determinato candidato.
  • Condizione numero 2: revisione del vincolo di mandato e strumento del recall. L’assenza nel nostro sistema del vincolo di mandato è un altro di quei “dogmi” che hanno fallito alla grande. Certo, il vincolo di mandato viene visto come una grande conquista democratica, che ci dovrebbe proteggere dal pericolo di trasformare l’eletto in un semplice rappresentante dei propri interessi privati. Ma nella situazione reale, è davvero così? Lobbies. Voltagabbana. Compravendita di parlamentari. Corruzione. Menzogne agli elettori. Una “revisione” dell’articolo 67 della Costituzione sarebbe dunque un altro passo verso una garanzia di piena rappresentanza e democrazia: se fai quello che hai promesso di fare in campagna elettorale bene, altrimenti non è che cambi casacca o passi al gruppo misto: tramite il meccanismo di “recall”, il collegio in cui sei stato eletto deve avere la facoltà di rimuoverti dall’incarico di parlamentare. Poi voglio vedere come glielo spieghi al tuo elettorato uno Scilipoti!
  • Condizione numero 3: ridurre al minimo la soglia di sbarramento. Un sistema proporzionale “puro” non contempla certo la soglia di sbarramento, ma è vero anche che un minimo di sbarramento è necessario. Non il 4% previsto dal porcellum, ma anche solo un minimo, come l’1%. Voglio dire, è semplicemente giusto: se arrivi all’1% significa che politicamente esisti, per quale motivo dovresti essere tagliato fuori?
  • Condizione numero 4: abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. In un paese come l’Italia, nel momento in cui abbassi la soglia di sbarramento all’1%, ci riempiremmo subito di finti partitini che si presentano alle elezioni con l’unico scopo di spartirsi i rimborsi elettorali. Abolire completamente il finanziamento pubblico, se non con campagne di autofinanziamento indipendenti, è una prevenzione contro i furbetti italici necessaria in un sistema elettorale proporzionale.
  • Condizione numero 5: sfiducia costruttiva. Il meccanismo di sfiducia costruttiva garantisce, di fatto, tutta la “governabilità” necessaria ad un paese. Come funziona? In presenza dell’istituto della sfiducia costruttiva è impossibile per il Parlamento votare la sfiducia al governo senza concedere la fiducia ad un nuovo esecutivo. Questo garantisce chiaramente una maggiore tenuta del governo, senza che varie minoranze possano tenere in ostaggio un intero Parlamento. È qui che si può effettivamente parlare di “governabilità”, quella vera: quella che viene invocata ogni volta dai “grandi politologi” e dai politicanti da due soldi non è altro che una “scorciatoia” per avere il 51% dei seggi in Parlamento e per accaparrarsi una maggioranza che mai sarebbero capaci di ottenere; la governabilità che assicura questo principio è invece una governabilità seria, quella in cui prima di formare un governo i partiti si mettono d’accordo sui vari punti programmatici, facendo finalmente accordi chiari su veri argomenti e vere riforme, segnando la fine del mercato delle vacche che precede puntualmente ogni formazione di governo.
Queste sono le uniche mosse possibili per l’attuazione di una vera legge elettorale democratica che garantisca al contempo stabilità e rappresentanza. Ma il problema resta il solito: pensiamo veramente che un Parlamento di nominati, eletti da una legge elettorale illegittima, abbia la volontà politica di mettere in atto una simile svolta democratica?

mercoledì 18 dicembre 2013

Ma chi è il Presidente del Consiglio?


Questa recente vicenda della Web Tax ha qualcosa di strano dietro di sé… Un renziano (Edoardo Fanucci del Pd) propone un emendamento alla Legge di Stabilità che istituisce questa cosiddetta Web Tax, una folle idea che pone l’Italia fuori dal mondo globale di internet e ci trascina direttamente nel terzo mondo.

Ora, io non voglio entrare nel merito di questa Web Tax perché lo hanno già fatto in tanti, voglio solo sottolineare un fatto mediatico abbastanza particolare legato a questa vicenda.

Cosa è successo nottetempo nelle file del governo? Renzi ha insistito, fuori dal Parlamento (dato che ancora è teoricamente sindaco di Firenze), perché questa schifezza promossa proprio da uno dei suoi “discepoli” venisse abolita dalla Legge di Stabilità, e dunque non approvata dal governo. La mattina dopo, magicamente, la Web Tax è (quasi) scomparsa. Ho aggiunto questo “quasi” perché in realtà se n’è andata solo la parte più “folle” ma non è stato tolto niente.

Come sono andate dunque le cose? Un parlamentare (un deputato, per l’esattezza) propone un emendamento. Il capo del suo partito (che costituisce un elemento esterno al Parlamento eletto) tuona contro tale emendamento, spingendo non solo lui, ma tutta un’intera maggioranza a fare marcia indietro, portando a casa il risultato voluto. UhmMi ricorda qualcosa!

Il 10 Ottobre 2013, due parlamentari M5S presentarono l’emendamento sull’abolizione del reato di clandestinità. Dopo poche ore, sul blog di Beppe Grillo uscì un post molto controverso, del quale ho ampiamente parlato nel mio post “Le due facce del post”. Grillo e Casaleggio tuonarono contro questa iniziativa, criticandola sia nel merito (e cioè sull’abolizione del reato di clandestinità) che nella forma (vale a dire nella modalità in cui l’emendamento fu presentato). Dunque, mentre nel merito Beppe Grillo dimostrò di avere posizioni tutt’altro che condivisibili, ricordò giustamente che un tale emendamento doveva essere discusso con gli iscritti al MoVimento e con l’elettorato, prima di approvarlo “in solitaria” in Parlamento. Insomma, un richiamo al regolamento sottoscritto da tutti i parlamentari del M5S.

Le due situazioni sono pressoché identiche: un leader, o comunque un importante esponente, di una grande forza politica agisce ed interviene dall’esterno in modo da far cambiare una proposta di legge (o un emendamento, come in questo caso), pur non essendo stato eletto in Parlamento.

Nel primo caso però, quello che riguardava il post di Grillo e l’emendamento presentato dal M5S, i media si scatenarono all’attacco: “Fascista! Dittatore! Razzista! Nazista! Nessuno vale uno! Conta solo il pensiero di Beppe! Grillo è contro la Costituzione!”. Nel secondo caso, curiosamente, non succede niente di tutto questo. Tutta la stampa e tutti i media in generale, completamente allineati, non rimproverano a Renzi di aver espresso un diktat al Parlamento, nessuno che faccia notare la “violazione” del segretario del Pd che condiziona il Parlamento pur standone fuori.

I risultati di questi due “interventi esterni” poi sono ancora più interessanti da analizzare, perché ci fanno capire ancora meglio la differenza di trattamento mediatico che hanno ricevuto. Nel primo caso, Beppe Grillo s’incazzò e se la prese con i “piccoli onorevoli”, ma l’abolizione del reato di clandestinità fu approvata e l’emendamento restò in piedi: possiamo dire dunque che nonostante l’invasione di campo di Grillo e Casaleggio, il gruppo parlamentare andò per la sua strada e (questo va sottolineato, perché come al solito le accuse di “epurazioni” non trovano alcun riscontro logico nella realtà) nessuno venne espulso dal M5S per questo, seppure in disaccordo con il presunto “leader”. Nel secondo caso, Renzi interviene invece con una certa efficacia, dato che dopo il suo diktat il Partito Democratico e l’attuale maggioranza tornano sui propri passi e seguono la volontà di Renzi, che col Parlamento non dovrebbe avere niente a che fare.

Stiamo parlando di un segretario di partito, che evidentemente si sente già incaricato come Presidente del Consiglio, nonostante che nessuno lo abbia ancora eletto e che le elezioni sembrano ancora molto lontane. Come la mettiamo con questa storia? Quello che traspare, ancora una volta, è un (tutt’altro che) inspiegabile trattamento differenziato dei media a seconda di quale sia l’oggetto politico di cui stiamo parlando. È un dato che dovrebbe farci quantomeno riflettere, al di là delle personali posizioni politiche.

martedì 17 dicembre 2013

I 12 Apostoli di Renzi


Sono tanti i giornali che hanno riportato una lista “anagrafica” dei 12 scelti da Matteo Renzi alla segreteria del Pd, ma non ho visto nessun giornalista entrare nel dettaglio e analizzarne criticamente i contenuti e le azioni. Chi sono i 12 apostoli del gggiovane Gesù Matteo Renzi? Ecco una lista completa e dettagliata di ciascuno dei dodici, condita da un dato squisitamente comparativo sulle attività svolte in Parlamento (ovviamente solo per quelli che sono attualmente in Parlamento): un confronto di voti tra il parlamentare piddino in questione e due parlamentari (Mottola di Forza Italia e Cariello del M5S) per vedere a quale dei due i suoi voti in aula assomigliano di più. Ho scelto questi due come “esempio” perché sono i più presenti in aula per ciascuna delle due forze politiche.

Mi scuso subito per la lunghezza di questo post ma, come ho detto, nessuno ha mai pubblicato una vera lista completa e approfondita di questi personaggi. Credo sia importante dire le cose come stanno, una volta per tutte. Cominciamo a spulciare questi nuovi-che-avanzano!

1. Luca Lotti all’organizzazione.
Presenze in Parlamento: 56,9%
Voti ribelli: Zero.
Primo lampante caso di doppio incarico (in realtà triplo, come vedremo) nel team dei “rottamatori” di Matteo Renzi. Luca Lotti è attualmente deputato, eletto nel 2013 nel Pd. Ma si dà il caso che il giovane politico empolese sia anche consigliere comunale dal 2004, rieletto nel 2009, a Montelupo Fiorentino. Come se le cariche di consigliere comunale e parlamentare non fossero sufficienti, il nostro è anche stato assunto a Firenze come capo di gabinetto a Palazzo Vecchio, essendo stretto collaboratore di fiducia di Matteo Renzi. Ma una volta eletto in Parlamento, cosa fa Lotti? Si dimette? Neanche per idea: richiede l’aspettativa! Dobbiamo capirlo: come farebbe il nostro povero triplo incaricato se perdesse il suo posto di lavoro in Parlamento e dovesse tornare a Montelupo Fiorentino senza i 7000 euro mensili che si becca come capo di gabinetto? Un classico esempio di politica fatta “co’i paracadute”, proprio come quella che Matteo Renzi ha sempre detto di non approvare.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 91,2%
Ha votato come Cariello (M5S): 31,7%

2. Stefano Bonaccini agli enti locali.
Segretario regionale Pd Emilia-Romagna.
Il nostro, un po’ come Renzi, è molto giovane, anagraficamente parlando, ma non è certo un volto nuovo della politica. È stato infatti dal 1999 al 2006 assessore comunale a Modena, per poi diventare consigliere regionale dal 2010 in Emilia-Romagna. Come potrà conciliare gli incarichi di segretario regionale di partito, consigliere regionale e responsabile agli enti locali della segreteria nazionale di partito? È questa la “nuova” politica, fatta da gente che “ogni giorno va a lavorare al proprio ufficio in bicicletta”, come diceva proprio Renzi? Mah. D'altra parte, proprio Renzi si trova a far combaciare i due incarichi di segretario nazionale di partito e sindaco di Firenze. Come pensa di farlo? Ah, già: lui a Firenze non ci andava quasi mai neanche quando era solo sindaco.

3. Filippo Taddei all’economia.
Professore universitario alla John Hopkins.
Molto più vicino a Civati che a Renzi, Taddei pare il più preparato dei 12 scelti da Renzi – o forse l’unico un minimo competente. Le sue sono solo idee e si sa: in Italia tra il parlare bene e il fare bene c’è di mezzo un oceano. Tuttavia, sono curioso di vederlo alla prova. Le sue ricette sono molto chiare. Tagliare sprechi come la diplomazia (16 miliardi all’anno) e ridurre sensibilmente la pressione fiscale sui redditi dei lavoratori. Se ci mette dentro anche il taglio delle spese della politica e delle spese militari ha fatto centro. Vediamo cosa combina. Certo, dichiarare che da Fassina c’è da tanto da imparare non è proprio un gran biglietto da visita

4. Davide Faraone al welfare e alla scuola.
Su Davide Faraone, ex deputato dell’ Ars e ex consigliere comunale a Palermo, si stanno scatenando molte notizie sui giornali e sulla Rete. Dopo l’accusa di Nuti (M5S) alla Camera, in cui affermava che Faraone aveva avuto rapporti con personaggi legati alla Mafia, il nuovo membro della segreteria del Pd di Renzi ha querelato Giarrusso (M5S) in diretta tv, nonché annunciato una denuncia anche per il deputato Nuti. Questo è il classico caso, affrontato (ahimè) molte volte in passato (anche su questo blog) della candidatura a ruoli di rappresentanza pubblica di personaggi che hanno avuto qualche rapporto “non tanto chiaro” con la giustizia. In Italia esiste questa strana teoria per cui un politico finché non è condannato, non c’è nessun problema. Non è vero: uno può essere benissimo che non sia condannato e dunque non abbia mai commesso reati, ma questo non significa che automaticamente possa fare politica. Per fare politica, come ci insegnava il grande Borsellino, non basta essere onesti (cioè sulla carta, incensurati) ma anche apparire onesti (dimostrare cioè di essere puliti, completamente, senza alcun rapporto “dubbio” con certi criminali). Questo sta alla base della questione. Tutti i giornalisti (servi) che si stanno dando un gran daffare per screditare la tesi per cui Faraone non sia adatto a ricoprire ruoli pubblici, dovrebbero ricordarsi che in un paese civile, uno così neanche lo farebbero entrare in politica. Questo è il primo caso, tra i dodici, in cui mi pare evidente un clamoroso scandalo nella scelta del neo segretario del Pd.

5. Francesco Nicodemo alla comunicazione.
Beh, su questo “piccolo lord” della comunicazione si è già dilungato Andrea Scanzi. Ecco alcuni commenti di questo raffinato signore a proposito di alcuni giornalisti “scomodi”:
“Ma questo Scanzi che mestiere fa? Il giornalista? O il tifoso hooligan di Grillo?”
“Fatto Quotidiano. Stiamo al pavlovismo grillino”
“Forse ci siamo liberati del finto giornalismo di Santoro e di Travaglio”
“Travaglio è più mansueto di un gatto castrato”
“Ciao sono il glaucopide Andrea Scanzi e il pregiudizio non so manco cos’è”
“L’attacco feroce di fascio Travaglio”
“Non so se schifo di più Santanché o Travaglio” (questa poi!)
“Ve lo meritate Beppe Grillo che va da Napolitano. Come vi siete meritati Di Pietro e Travaglio. Siete sempre quelli delle monetine a Craxi”
“Tifare per Gasparri ogni volta che c’è un dibattito tra lui e Scanzi”
“Ma Travaglio si pitta i capelli?”
“Padellaro ridicolo che giustifica Grillo. RIDICOLO”
“Andrea Scanzi è un povero patetico”
Ora, non c’è bisogno di un QI particolarmente elevato per capire davanti a chi ci troviamo: uno di quelli che reagisce alle critiche (indirette, peraltro) con gli insulti; uno di quelli che “meglio votare Berlusconi che M5S”; uno di quelli che come addetti alla comunicazione ci stanno bene come una bestemmia in Chiesa. Mi fanno ridere questi personaggi, con tutti i piddini di seguito, che condannano le presunte “liste di proscrizione” di Beppe Grillo e non si scandalizzano di uno così come responsabile della comunicazione di uno dei maggiori partiti italiani. Nicodemo: ovvero, un altro clamoroso scandalo nella segreteria di Renzi.

6. Maria Elena Boschi alle riforme.
Presenze in Parlamento: 79,5%
Voti ribelli: 4 (ma favorevole a fiducia, Tav, stabilità, contraria a sfiducia Cancellieri)
Maria Elena Boschi, detta anche la pitonessa di Renzi o la giaguara, ha anche lei un problemino di doppio incarico. O meglio, più che doppio incarico, un caso tipico di lottizzazione alla Renzi: la troviamo infatti, rieletta per la seconda volta anche grazie alla pressione del sindaco, nel CdA della Publiacqua (servizi di irrigazione idrica della Toscana). Un buon esempio, per la politica fatta con i meriti e non con le conoscenze, vero Matteino?!? D’altronde, ce lo ricordiamo tutti quando in vista delle primarie del 2012, Renzi parlava dei “suoi uomini in Parlamento”.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 92,7%
Ha votato come Cariello (M5S): 29,3%

7. Marianna Madia al lavoro.
Presenze in Parlamento: 83,3%
Voti ribelli: 6 (ma favorevole a fiducia, Tav, Missioni militari e contraria a sfiducia Cancellieri)
Marianna Madia è famosa per essere una brava a salire sul carro dei vincitori. Prima veltroniana (fu Veltroni a “scoprirla”; poi, dopo la sconfitta elettorale di Veltroni, si diceva dalemiana, sostenendo Bersani alle primarie; trombato anche Bersani, si vocifera la sua vicinanza ai giovani turchi del Pd (che non sono né giovani né turchi: basti guardare Orfini); poi diceva che il Pd romano era una mafia; adesso, con l’exploit di Renzi alle ultime primarie, diviene renziana. Senza contare un ultimo fatto interessante: la direttrice di Youdem, sostenitrice della Madia, le ha scritto una lettera elencandole questi fatti e chiedendole spiegazioni. Lei ha risposto, con la solidarietà di 26 deputate piddine, che si trattava di un inaccettabile attacco. Pensate un po’, la Madia voleva chiamare sua figlia “Chiara” ma ora che Chiara Geloni le ha fatto questo scherzo ha cambiato idea. Son cose che segnano, si capisce. Ma intanto, le accuse di trasformismo politico non trovano risposta. Non c’è che dire, Marianna Madia ha imparato alla svelta a non rispondere nel merito alle domande, come ogni politico di vecchia data che si rispetti. Complimenti vivissimi.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 93,8%
Ha votato come Cariello (M5S): 27,8%

8. Federica Mogherini all’Europa.
Presenze in Parlamento: 57%
Voti ribelli: zero.
Federica Mogherini è un po’ come Renzi: nonostante la giovane età, non stiamo parlando di un giovane politico. Infatti, già 17 anni fa la nostra si iscrive a Sinistra giovanile, per entrare dopo soli due anni nel Consiglio nazionale dei DS. Dal 2003 nel Dipartimento esteri dei DS, ha tenuto rapporti con il PSE e l’Internazionale Socialista. In Parlamento due anni a cavallo tra il 2007 ed il 2009, diviene responsabile delle pari opportunità nella segreteria di Dario Franceschini. Insomma, non proprio il nuovo che avanza. Visto anche che stiamo parlando di una che in tutti i voti (dico, tutti) ha supportato il governo delle larghe intese come una sottospecie d’automa, direi che si tratta dell'ennesimo autogol di Renzi nella sua segreteria nazionale.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 91%
Ha votato come Cariello (M5S): 29,5%

9. Debora Serracchiani alle infrastrutture.
Avvocato, pubblica articoli su Il Post e tiene un blog sul FattoQuotidiano.it, la Serracchiani è in politica dal 2006, quando viene eletta nel consiglio provinciale di Udine (, quelle stesse province che sia lei che Renzi vogliono abolire, ma nelle quali hanno militato entrambi per alcuni anni: la forza della coerenza!).  Nel 2009 grazie alla “promozione” ricevuta da Dario Franceschini, viene eletta nel Parlamento Europeo, conseguendo comunque un’ottima attività parlamentare. Sostiene Franceschini per la sua riconferma a segretario nazionale creando la lista “Semplicemente democratici” (sic!) per poi essere eletta nel 2013 Presidente della Regione Friuli. Ah, per inciso: si dimette da europarlamentare solo dopo aver vinto le elezioni regionali: un altro caso di politica fatta “co’i paracadute”, come quella che Renzi dice di non approvare (ma ne ha fatto largo uso sia lui che altri suoi collaboratori, come anche la Serracchiani). Ora si scopre renziana ed entra nella segreteria del Matteino nazionale. Attualmente, oltre al ruolo di avvocato che non ha mai smesso di esercitare anche durante il periodo da europarlamentare, è anche commissario straordinario per la Terza Corsia in regione, Commissario per il porto della Ferriera, rappresentante della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome nella Cabina di Regia per l’attuazione dell’agenda digitale italiana, nominata Ambasciatrice dell’Est dal premier Letta in occasione della visita a Trieste del Presidente della Federazione Russa Putin. Il nuovo che avanza? Comincio a nutrire qualche dubbio. Un bel modo di rinnovare la politica: giovani politici che si comportano da politicanti di vecchia data.

10. Alessia Morani alla giustizia.
Presenze in Parlamento: 92,2%
Voti ribelli: 5 (ma favorevole a Tav, fiducia, contraria a sfiducia Cancellieri, etc…)
Nel 2006 entra in politica come membro del consiglio nazionale dei DS. Dal 2007 è nell’Assemblea regionale e nell’Assemblea provinciale delle Marche con il Pd. Dal 2003 al 2009 (sempre negli stessi anni, dunque) è consigliere e assessore del Comune di Macerata Feltria. Dal 2009 al 2013 è assessore tecnico all’istruzione nelle Marche. È attualmente in Parlamento nella commissione Giustizia. Come vediamo qua sotto, è una che si occupa di giustizia mentre in aula vota come Forza Italia, un partito che brilla per onestà e rispetto della legge. Complimenti.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 92,9%
Ha votato come Cariello (M5S): 27,9%

11. Chiara Braga all’ambiente.
Presenze in Parlamento: 88,5%
Voti ribelli: 7
Urbanista eletta in Parlamento la prima volta nel 2008. Ora in commissione Ambiente e in commissione bicamerale per i procedimenti d’accusa.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 92,7%
Ha votato come Cariello (M5S): 27,7%

12. Pina Picierno a legalità e sud.
Presenze in Parlamento: 84,3%
Voti ribelli: Zero.
In Parlamento dal 2008, era stata scelta per il medesimo ruolo anche dalla segreteria di Epifani, dimostrando dunque nella segreteria di Renzi una piacevole (!) continuità. Si è laureata con una tesi sul linguaggio politico di Ciriaco De Mita, tanto per confermare ancora una volta la provenienza politica dei renziani.
Ha votato come Mottola (Forza Italia): 97,5%
Ha votato come Cariello (M5S): 27,2%

Terminata questa carrellata, direi che il quadro generale è piuttosto chiaro. Non stiamo parlando di niente di nuovo, è il classico del Gattopardo Tutto deve cambiare perché nulla cambi”: il Pd doveva sopravvivere e pertanto ha inserito facce che dessero un’aspetto a prima vista “nuovo” e “giovane celando però tutte le peggiori caratteristiche delle passate generazioni politiche. Come reagisce Renzi alle critiche? Quando una giornalista gli ha chiesto se veramente possa essere questo il “nuovo che avanza”, Renzi ha fatto una delle sue classiche risatine (madonna, pare di vedere Crozza) per poi rispondere: “Credo che in molti casi, la qualità delle risposte dipenda alla qualità delle domande”.

Insomma, questi dodici giovani sembrano piuttosto un gruppo di dodici apostoli della vecchia politica, quella che ha malgovernato il Paese per tutti questi anni. Un vile e disperato tentativo del Pd di offrire un rinnovamento tutto fumo e niente arrosto. Speriamo non ci caschino in tanti!
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