domenica 2 giugno 2013

Repubblica, inciuci e mandolini



“Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Così il Signor G., l’intramontabile e sempre attuale Giorgio Gaber recitava al crepuscolo della sua carriera, nel gennaio del 2003.

Come, in che modo possiamo sentirci italiani (o meglio, fieri di esserlo) al sessantasettesimo anno di età della nostra Repubblica?

Pensiamo un momento a quello che vediamo ogni giorno sui giornali: dopo 20 anni di centro-sinistra (sinistra?!?) e centro-destra (destra?!?) contrapposte e in lotta (lotta?!?) nel nome dell’anti-berlusconismo (ah sì?!?), li vediamo adesso mano nella mano, decreto dopo decreto, a sbeffeggiare i cittadini, a stuprare la Costituzione, a danzare allegramente sul palcoscenico del teatrino della politica.

Basti pensare a come siamo arrivati fino a qui: il problema era Berlusconi? Può darsi. Ma allora perché non abbiamo mai visto una legge contro da parte della sinistra, mai una legge-porcata gli fu cancellata? Del resto, come dimenticare il DS di turno (Morri, responsabile all’informazione) che ai microfoni della Guzzanti in Viva Zapatero! diceva senza il minimo pudore che la legge sul conflitto d’interesse non fu fatta dalla sinistra perché “sembrava di volersi accanire contro un uomo che era stato sconfitto politicamente”, e perché “in quella fase, dargli una botta con una legge, peraltro normale e civile sul conflitto d’interessi, è sembrato allora un rischio da non correre”.
Un rischio da non correre? Fino a qualche anno fa, avrei risposto che quel rischio da non correre ebbe come risultato un paese affossato da Berlusconi e dal modus operandi di Berlusconi (esteso a moltissimi altri ambiti, in politica e non) e questi errori di valutazione non si possono fare. Vedere adesso però quegli stessi partiti di centro-sinistra (sinistra?!?) che governano insieme proprio al Cavaliere, beh… occorre riconoscere, per onestà intellettuale, che non c’è mai stato un errore di valutazione, bensì un accordo sottobanco (finalmente emerso, grazie all’ingresso in Parlamento del M5S) che ha rovinato l’Italia negli ultimi 20 anni.
Per tornare al discorso con cui abbiamo cominciato: possiamo sentirci fieri di essere italiani? Noi che ci siamo fatti infinocchiare per 20 anni dal patto D’Alema-Berlusconi? Noi che non siamo capaci scandalizzarci per la mancanza di onestà che i nostri politici di destra e di sinistra manifestano da tempo ormai immemore? 
Quell’Italia che non straccia la tessera del PD neppure dopo aver visto con i propri occhi che l’equazione Pdl e Pdmenoelle, coniata sarcasticamente (ma non troppo) da Beppe Grillo addirittura nel 2008, è la dura verità?
Mi dispiace, ma allora io non mi sento italiano.

Ma in fondo, a pensarci bene, il nostro non è mai stato un popolo capace di grandi trasformazioni, di mirabolanti evoluzioni culturali. Cosa festeggiamo oggi? La nascita della Repubblica. Al referendum del giugno 1946 presero parte quasi 25.000.000 di persone, ma lo stacco fu minimo (circa 2.000.000 di voti). Credo sarebbe opportuno porsi alcune domande. Siamo mai stati veramente un popolo unito? Lo siamo mai diventati? Siamo mai stati davvero capaci di gettarci nel buio, di metterci in gioco per cambiare realmente le cose?

Ecco, spesso mi capita di pensare che ci siano molte Italie, spesso opposte, spesso in contraddizione, spesso impossibili da far coesistere. “Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”: siamo sempre in bilico, tra la Repubblica del per fortuna e la Repubblica del purtroppo.
Quanto sarebbe bello poter esclamare a piena voce, non solo bisbigliando timidamente, il nostro essere italiani? Quanto sarebbe bello poter cantare tutti insieme le parole del Signor G., ma finalmente con lo sguardo puntato verso il futuro, verso una vera liberazione, verso una vera Repubblica?


“Mi scusi Presidente 
ma forse noi italiani 
per gli altri siamo solo
spaghetti e mandolini.
Allora qui mi incazzo
son fiero e me ne vanto
gli sbatto sulla faccia
cos'è il Rinascimento.”

Io queste parole voglio poterle gridare fino a star male, “fino a diventar fioco”; voglio non solo sentirmi fiero di essere italiano (la fierezza lascia il tempo che trova), ma fortunato ad essere nato italiano:
Le parate militari non mi fanno sentire così. Le vuote parole (bla, bla, bla) di Napolitano (non sei il mio Presidente) non mi fanno sentire così. Le ingenti spese militari di un paese che dovrebbe ripudiare la guerra non mi fanno sentire così. Gli inciuci dei partiti finalizzati a tenere in mano il Paese non mi fanno sentire così. La gente che ancora li vota mi fa sentire anche peggio. Le balle del Sig. Letta sul finanziamento pubblico ai partiti non mi fanno sentire così. L’informazione, deviata e di regime, non mi fa sentire così. I tagli alla scuola pubblica non mi fanno sentire così. Il lavoro sottopagato e la moderna schiavitù non mi fanno sentire così. Il mio Paese che non mi garantisce la dignità sociale di cui parla la Costituzione non mi fa sentire così.

Il quadro non è dei migliori, certo, solo un imbecille potrebbe sentirsi ottimista, ciononostante c’è ancora qualcuno che crede che la Repubblica potrebbe stare più in salute in futuro di come si sia ridotta finora. Esistono ancora dei sognatori, tra cui il bischero che sta scrivendo, che sperano, ma soprattutto lottano per arrivare a cambiare veramente le cose. Sono questi bischeri che mi fanno sentire fortunato ad  essere nato in Italia. Quindi mi raccomando: “bischeri di tutti i paesi, unitevi!” (sorry, Carlo Marx) e cerchiamo di trasformare questa Italia in un paese migliore.
Magari andremo verso la catastrofe, ma con ottimismo. Buona festa della Repubblica.
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