sabato 23 novembre 2013

Grillo al 51% e Letta in cantina


Enrico Letta ha affermato a Berlino: “Se si continua con tasse e tagli Grillo avrà la maggioranza. Basta con tagli e tasse o Grillo arriva al 51%.” Letta dice che occorre un’inversione di marcia nelle politiche economiche europee per contrastare l’avanzata dei “populisti alla Beppe Grillo”. In pratica, sta dicendo in Europa che l’unico modo per far sì che la gente elegga ancora i partiti “tradizionali” e l’attuale classe dirigente europea, salvando così l'Europa dai populisti è di mettere in atto politiche più (ehm…) “populiste”?

A parte la buffa scenetta in questione, in cui Letta si ricopre di ridicolo, occorre sottolineare che proprio oggi sul Corriere in prima pagina non si parla certo di “Basta tasse o tagli”: “Rischio rincari per togliere l’Imu, per la tassa sulla casa copertura anche dalla benzina.” Mi chiedo con quale faccia vada il premier Enrico Barzel-Letta in Europa a dire queste sciocchezze; i soldi ci sarebbero per tutto, basta avere la volontà (politica) di andarseli a prendere: evasione fiscale, sprechi della casta, pensioni d’oro, gioco d’azzardo, finanziamento pubblico a giornali e partiti politici, tassazione sulle rendite finanziarie, far pagare le tasse alla Chiesa, etc.


Ma analizziamo la questione centrale del discorso di Letta, vale a dire non le solite accuse (vuote e insensate) di populismo a chiunque non sostenga i partiti che hanno rovinato l’Italia, bensì il discorso “Basta tasse”: l’austerity funziona?

Non secondo il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz: “L'austerità non è la soluzione, anzi, non fa che peggiorare la crisi.” Per Stiglitz (che certo non è un grillino populista e demagogo, poi Letta magari dirà anche la sua su questo) le scelte che operano governi e tecnici per ridurre il deficit pubblico tramite i tagli alle spese pubbliche e nuove impopolari tasse, sono scelte economiche che funzionano solo in casi di piena occupazione lavorativa: in caso contrario, portano inevitabilmente alla recessione più buia. Detta in parole povere, quando vige un regime di austerità cosa succede? La domanda ovviamente diminuisce e, quando la domanda è diminuita, allora diminuisce anche la “crescita” con un conseguente aumento della disoccupazione. Una possibile sterzata delle politiche economiche verso gli interessi della popolazione più debole (una sterzata “populista”, direbbe il Presidente del Consiglio) porterebbe immediatamente a molteplici risvolti positivi. Basti pensare all'inversione della pressione fiscale che ne deriverebbe: quell'1% che detiene il 25% della la ricchezza di un determinato paese si troverebbe improvvisamente a sostenere una maggiore tassazione, specialmente sulle rendite finanziarie, mentre alla fascia economicamente più debole verrebbe immediatamente alleviato l'enorme impatto determinato da un'eccessiva tassazione. Stiglitz sottolinea come la politica di G. W. Bush negli USA è stato l'esatto contrario, così come la gigantesca tassazione che viene applicata nel nostro paese alle piccole imprese ed ai lavoratori dipendenti. Una ridiscussione ed una conseguente inversione di marcia della tassazione alle classi sociali più o meno agiate sarebbe, al contrario, perfettamente auspicabile. Questa idea è condivisa anche da un altro famoso premio Nobel, economista e saggista americano, che certo non appartiene alla cosiddetta “deriva populista” dell’Europa: Paul Krugman. “Molti pensano che i cittadini spagnoli e greci stiano semplicemente rimandando l’inevitabile, protestando contro sacrifici che, di fatto, devono essere fatti. La verità è, invece, che chi protesta ha ragione. Una maggiore austerità non servirà a nulla; i veri irrazionali, in questo contesto, sono i c.d. “seri” politici e funzionari che chiedono altri sacrifici.Questo dice Krugman.


Concludo riportando ancora un’affermazione di Joseph Stiglitz, che a proposito di Europa (e di uscita dall’Euro) ha affermato: “Diventa urgente che l’Europa e gli Stati Uniti cambino la loro struttura economica. La rigidità delle politiche non sono la soluzione. […] Ci sono vantaggi e svantaggi ad avere un grande mercato come l'Europa. Ma se non lo si può riformare, io non credo che non sia poi così male tornare alle vostre vecchie monete. Le unioni monetarie spesso durano soltanto un breve periodo di tempo. Ci proviamo, e o funziona o non funziona. [...] L'idea che sarebbe la fine del mondo è sbagliata. Sarebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell'euro non sarebbe la fine del mondo.” Insomma, pare che la parola d’ordine per salvarsi dalla crisi economica sia “ripensare”: occorre ripensare le nostre posizioni su politiche di austerità e moneta unica. Vanno riviste, praticamente da zero: ora, Letta potrà anche dire che questo è “populismo”, ma a me pare solo buon senso.
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