mercoledì 13 novembre 2013

Si prega di non toccare (ancora) la legge elettorale


Fermo restando che il porcellum è una schifezza e va abolito, i partiti dell’attuale maggioranza sono pregati non di non mettere ancora le mani sul sistema elettorale. Abbiamo già avuto modo di constatare le vostre capacità, adesso sarebbe opportuno non darcene ulteriore conferma.

La volontà di cambiare la legge elettorale, espressa dalla quasi totalità della popolazione, si traduce a livello parlamentare in modalità assolutamente improprie e maldestre: basta pensare a quando Napolitano convocòin gran segreto” i capigruppo dei soli partiti di maggioranza per parlare, tête-à-tête, della riforma del sistema elettorale. Tralasciando l’ovvio abuso di poteri del Presidente della Repubblica e l’orrendo svilimento del concetto di democrazia che questo atto ha comportato, pare evidente che la volontà di riformare la legge elettorale sia dettata da privatistici interessi di parte piuttosto dal desiderio di esprimere la (giusta) volontà popolare. Per quale motivo dovrebbe nascere una nuova legge elettorale da un incontro riservato a “pochi eletti” che hanno come unico obiettivo il mantenimento dell’attuale stato di potere? Sarebbe più opportuno, se lorsignori si rendessero conto che viviamo in una Repubblica Parlamentare, discutere di legge elettorale assieme a tutte le forze presenti in Parlamento, affinché sia il Parlamento stesso, unico organo previsto dalla Costituzione a poterlo fare, a promuovere una legge elettorale che esprima veramente il concetto di suffragio universale, così come è espresso dall’articolo 48 della Carta Costituzionale:

Art. 48.
Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l'esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all'estero e ne assicura l'effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l'elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

La parte che ci interessa in questo momento è quella in cui si parla del “valore” del voto di ogni singolo cittadino: “Il voto è eguale”. Da questo principio, presente nella prima parte della Costituzione, dovrebbe nascere qualsiasi dibattito sul sistema elettorale. Il “voto eguale” è il principio di base di un concetto più ampio, fondamentale in ogni democrazia che si rispetti: il suffragio universale. Ogni sistema maggioritario, che adesso piace tanto a tutti, da destra a sinistra, intacca inevitabilmente questo principio fondamentale. Ogniqualvolta viene intaccato questo principio, risulta chiaro che non c’è poi molta differenza tra un sistema maggioritario e il “voto plurale”, apprezzato persino da Mussolini prima dell’approvazione del proporzionale con premio di maggioranza della legge Acerbo (1923): con il “voto plurale” si prevedeva che il “valore” del voto potesse cambiare a seconda del “ceto sociale di appartenenza” (per esempio, il voto di un rettore universitario valeva più di quello di un analfabeta). Ci potrà sembrare certo più “rozzo”, questo tentativo del voto plurale di intaccare il principio di suffragio universale. Dobbiamo però riflettere sull’attuale legge, il porcellum, ed i suoi più recenti risultati: il centrosinistra ha ottenuto il 29,55% dei voti, il centrodestra il 29,18%, il MoVimento 5 Stelle il 25,56%; se parliamo di seggi in Parlamento, il centrosinistra ha avuto addirittura 340 seggi, il centrodestra 124 seggi, il M5S 108 seggi; ciò significa che il voto di un elettore del Partito Democratico valeva quasi il triplo (!) rispetto a quello di un altro elettore.

Possiamo capire dunque che l’attuale concetto di “premio di maggioranza” è persino più antidemocratico del concetto di “voto plurale”: il voto plurale andava a marcare una differenza tra i vari ceti sociali, ma anche una differenza di cultura e preparazione dell’elettore medio; il premio di maggioranza è perfino peggio, anche se meno rozzo, in quanto è interclassista, casuale e imprevedibile.

I partiti che compongono l’attuale governo si trovano proprio in questi giorni a litigare, votare, discutere, rivotare e sbraitare gli uni verso gli altri, tutti con lo stesso obiettivo: beccarsi la fetta più grossa della prossima tornata elettorale. L’obiettivo di una legge elettorale (un fatta bene, s’intende) non dovrebbe essere quello della tanto acclamata “governabilità”, ma quello di restituire al cittadino il famoso e imprescindibile “voto eguale” previsto dall’articolo 48 della Costituzione. Occorre ripristinare un sistema elettorale proporzionale, il che equivale a ripristinare il suffragio universale, immediatamente, senza sotterfugi e misteriose riunioni. Tutte quelle forze politiche (dal Pd al Pdl, fino ad arrivare al nuovo-vecchio-che-avanza Matteo Renzi) che si mascherano dietro lo spettro della cosiddetta “ingovernabilità”, sono quanto di più ipocrita si possa concepire: il loro scopo è quello di accaparrarsi la maggioranza assoluta dei seggi, necessaria per coprire la loro incapacità di vincere le elezioni o di fare alleanze sulle singole tematiche. Tutti cercano la “scorciatoia” per arrivare al governo e poter fare quello che vogliono, ma non è questa la democrazia.


Questi la legge elettorale non la devono toccare, non ci si devono neanche avvicinare: questo governo ha palesemente violato ogni principio democratico e di rappresentanza popolare, e non può pensare neanche lontanamente di mettere mano al sistema elettorale. Di porcellum ce ne avete regalato uno, quello basta e avanza: adesso si avvii un processo di informazione e di discussione (prima popolare e poi parlamentare) per un sistema proporzionale democratico e concorde alla Costituzione; qualsiasi altro modo di mettere mano alla legge elettorale è profondamente sbagliato e dettato da un’abietta (e ipocrita) malafede.
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