mercoledì 4 dicembre 2013

Euro sì, Euro no


Dopo il rinnovamento della proposta di referendum su una possibile uscita dall’Euro, non si fanno pregare i finti commentatori, gli economisti improvvisati e i cazzari acculturati a rispondere tuonando contro un simile anatema.

Per prima cosa, è opportuno sottolineare che l’uscita dall’Euro non comporta l’uscita dall’Unione Europea. Su ventotto paesi aderenti all’Unione Europea, ben undici non hanno ancora adottato l’Euro. E mentre in otto paesi se ne discute, affinché vengano a crearsi le condizioni favorevoli all’entrata in vigore della nuova moneta (perché le condizioni ci devono essere, altrimenti si rischia il collasso), in Svezia, Regno Unito e Danimarca (non tenute ad aderire alla moneta unica) si sono fatti (o si faranno) referendum per chiedere ai cittadini (che potranno eventualmente bloccare l’entrata nella zona Euro, anche in disaccordo con i propri parlamenti) quale decisione prendere. Mentre in Gran Bretagna il referendum arriverà dopo una doppia discussione parlamentare, il popolo danese ed il popolo svedese si sono già espressi contro l’entrata in vigore dell’Euro. Eppure, sono tutti paesi che si trovano e aderiscono all’Unione Europea, tutti e undici.

Un altro aspetto importante è che un referendum non è automaticamente un uscita dall’Euro: è una semplice consultazione popolare che dovrebbe portare a discuterne e a fornire una corretta informazione ai cittadini, nonché un democratico “test” per valutare le intenzioni della popolazione. Perché ogni volta che viene proposto questo benedetto referendum sull’Euro, tutti i difensori della moneta unica lo prendono come un sinonimo di “uscita dall’Euro”? Hanno forse paura di confrontarsi con la volontà popolare? O hanno forse paura che, discutendo e rendendo pubblici i dati relativi alla permanenza nell’Euro, la gente si possa accorgere che si tratta in realtà di una fregatura bestiale?

Un recente esempio di “cazzaro cresciuto” che si improvvisa economista è sicuramente il residuato sessantottino francese Daniel Cohn-Bendit, Presidente dei Verdi Europei, che ha tuonato: “Referendum sulla moneta unica? Grillo è matto!” Ritroviamo subito in queste parole il tono “Anatema!!!” che accomuna tutti i sostenitori della moneta unica, quasi come fosse una sorta di dogma religioso: non se ne può può parlare, vi deve andare bene e basta. E troviamo anche la seconda caratteristica di cui abbiamo appena parlato: intendere un referendum sull’Euro come un’uscita dalla moneta unica. Daniel Cohn-Bendit, in passato protagonista del Sessantotto francese (uno di quelli che manifestavano con il libretto rosso di Mao bene in alto) è nel Parlamento Europeo dal 1994 e si è spesso definito un “liberal-libertario” (?). Adesso è un grande sostenitore dell’Euro, che ama parlare (a vanvera, come vedremo tra poco) come in questo caso, atteggiandosi come un grande economista. Peccato che non si tratti affatto di un grande economista. Che cosa dicono i veri economisti a proposito?

Il premio Nobel Joseph Stiglitz è molto chiaro: “Uscire dall’euro è meglio che seguire politiche suicidedice Stiglitz, mettendo a segno una stilettata al cuore delle politiche di austerity adottate dall’Europa delle banche. “Ci sono vantaggi e svantaggi ad avere un grande mercato come l’Europa. Ma se non lo si può riformare, io credo che non sia poi così male tornare alle vostre vecchie monete. Le unioni monetarie spesso durano soltanto un breve periodo di tempo. Ci proviamo, e o funziona o non funziona. […] L’idea che sarebbe la fine del mondo è sbagliata. Sarebbe un periodo molto difficile, ma la fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo.

Un altro premio Nobel, Paul Krugman, trova che l’Europa unita sia un concetto giusto, che facilita gli scambi di un continente “produttivo e dinamico”. Leggendo quello che dice, però, traspare l’idea che la moneta unica non sia affatto il punto di partenza di una simile unione, ma il punto di arrivo, a cui giungere solo dopo aver costruito veramente una reale comunità europea. L’Euro preso come punto di partenza si è rivelato uno sbaglio, e Krugman lo spiega molto bene: “Penso che l’euro fosse un’idea sentimentale, un bel simbolo di unità politica. Ma una volta abbandonate le valute nazionali avete perso moltissimo in flessibilità. Non è facile rimediare alla perdita di margini di manovra. In caso di crisi circoscritta esistono due rimedi: la mobilità della manodopera per compensare la perdita di attività e soprattutto l’integrazione fiscale per ripianare la perdita di entrate. Da questa prospettiva, l’Europa era molto meno adatta alla moneta unica rispetto agli Stati Uniti. Florida e Spagna hanno avuto una stessa bolla immobiliare e uno stesso crollo. Ma la popolazione della Florida ha potuto cercare lavoro in altri stati meno colpiti dalla crisi. Ovunque l’assistenza sociale, le assicurazioni mediche, le spese federali e le garanzie bancarie nazionali sono di competenza di Washington, mentre in Europa non è così. […l] L’Europa sarà sempre fragile. La sua moneta è un progetto campato in aria e lo resterà fino alla creazione di una garanzia bancaria europea. […] Ricordiamoci però una cosa: l’Europa non è in declino. È un continente produttivo e dinamico. Ha soltanto sbagliato a scegliersi la propria governance e le sue istituzioni di controllo economico, ma a questo si può sicuramente porre rimedio.

Milton Friedman, premio Nobel per l’economia, già nel lontano 1988 avvertiva: “Più che unire, la moneta unica crea problemi e divide. Sposta in politica anche quelle che sono questioni economiche. La conseguenza più seria, però, è che l’euro costituisce un passo per un sempre maggiore ruolo di regolazione da parte di Bruxelles. Una centralizzazione burocratica sempre più accentuata. […] Ma non vedo la flessibilità dell’economia e dei salari e l’omogeneità necessaria tra i diversi Paesi perché sia un successo. […] Quello che c’è da dire sul mercato unico, piuttosto, è che è reso più complicato proprio dall’Unione monetaria che rende più difficili le reazioni delle economie, toglie loro strumenti e le rende più dipendenti dalle burocrazie.” Friedman sembra dunque suggerire che sia proprio l’Euro il principale ostacolo dell’Unione Europea!

Anche Stiglitz dice qualcosa di simile a proposito dell’Euro, visto come principale ostacolo dei più alti obiettivi dell’Unione Europea: “L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine, non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato.

Questo dicono gli economisti. Dei premi Nobel, non dei sessantottini pentiti che si spacciano per gente che “sa. E allora, cosa vogliamo fare? Vogliamo restituire all’Europa una funzione democratica e finalizzata ad una crescita comune, oppure vogliamo restare nell'Europa delle banche, nell’ignoranza, senza che i cittadini vengano portati a conoscenza delle problematiche legate alla moneta unica? I governanti, tutti, hanno paura di un referendum sull’Euro perché hanno paura che queste verità, pronunciate non da un comico, ma da persone autorevoli ed esperte, possano arrivare alla maggioranza della popolazione. Forse allora i cittadini potranno rendersi conto che è meglio discutere, o meglio ri-discutere, i meccanismi che stanno dietro all’Euro. Potranno rendersi conto che forse l’Euro non è stato un grande passo per l’Europa, ma un esperimento fallimentare, così come è stato concepito. Potranno rendersi conto che forse conviene pensare ad un piano logico per l’uscita dalla moneta unica, prima che questa ci crolli addosso con effetti devastanti.
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