sabato 21 dicembre 2013

Il nuovo che indietreggia


Parlando di lavoro, il gggiovane-nuovo-che-avanza Matteo Renzi dice di voler portare entro gennaio una vera rivoluzione, un “gigantesco Job’s Act. Purtroppo però, ci troviamo davanti all’ennesimo caso di venditore di fumo, tanto fumo vecchio d’annata spacciato come una fresca boccata d’aria rigeneratrice.

Marianna Madia, tanto per cominciare, ha presentato nel 2009 la proposta di legge di riforma del lavoro, scritta a quattro mani con Cesare Damiano e redatta a tavolino da un gruppo di tecnici. La posizione della Madia è importante per comprendere le idee di Matteo Renzi sul lavoro, dato che la giovane deputata piddina è stata nominata responsabile del lavoro nella nuova segreteria del Matteino nazionale. La realtà però ci insegna che una riforma del lavoro va intrapresa confrontandosi con le parti sociali, imprenditori e lavoratori, e che le riforme delegate ai tecnici non hanno mai risolto una mazza.

Assieme a ideologie molto vicine a quelle da ancien régime della sinistra inconcludente dei sindacati, Renzi punta nella direzione diametralmente opposta sulla “rottamazione” dell’articolo 18: nel suo Job’s Act sogna l’introduzione di un nuovo contratto lavorativo a tempo determinato che non goda delle tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori in caso di licenziamento illegittimo. Una boiata colossale: a parte il fatto che questo ci porterebbe in una situazione gravissima, con una disoccupazione sempre crescente, qui non stiamo parlando solo dei giovani. Vi ricordate quando Renzi parlava dei cinquantenni che si trovano senza lavoro? E che bisognava pensare anche a loro, non solo ai giovani? Ecco, secondo la mente eccelsa del grande statista toscano, neoassunti e giovani sono sinonimi. La possibilità che in questo nuovo tipo di contratto vengano colpiti anche cinquantenni che si ritroverebbero improvvisamente senza uno stipendio non lo sfiora minimamente. Le affermazioni logiche (!) di Renzi mi fanno pensare che non abbia conseguito che la quinta elementare: e uno così in Italia lo vanno a votare sindaco, per poi eleggerlo segretario nazionale di un partito!

Il giuslavorista Michele Tiraboschi ha spiegato bene in quali paradossi ci andremmo a cacciare se le follie renziane diventassero realtà, dunque vi lascio questo link per approfondire. Quello che vorrei aggiungere però, non è solo che per una riforma del lavoro seria occorre consultare le parti sociali, visti i disastri fatti dai tecnici in passati più o meno recenti, ma anche che occorre prendere misure coraggiose in quanto ad una seria innovazione del mercato del lavoro: la flessibilità deve essere alta, come non ci insegnano i vari sindacalisti, simile ad esempio a quella di molti paesi dell’Europa del nord (Danimarca, Austria, Paesi Bassi, Germania, etc.) che hanno percentuali di disoccupazione davvero ridicole in confronto alle nostre; ma un’alta flessibilità deve essere accompagnata anche da un’altissima tutela del lavoratore, giovane o no: il reddito di cittadinanza, unito ad una riforma dei centri per l’impiego (che attualmente non trovano un impiego nemmeno a cercarlo col lanternino), costituisce un ottimo strumento per attuare una profonda riforma del mondo del lavoro. Per approfondire sul tema del reddito di cittadinanza, potete leggere questo post.

Insomma, Renzi parla di “rottamazione”, di “rivoluzione”, di “novità”, ma tra le strizzate d’occhio alla Cgil, le riforme affidate ad una manica di tecnici senza alcun contatto col mondo reale, nonché l’idea che rimuovere ogni tutela per il lavoratore possa rendere più flessibile il mercato del lavoro (panzana colossale) non fanno altro che confermare che il Mr Bean di Rignano sull’Arno non sia altro che una riedizione dell’incapacità della nostra “vecchia” classe politica: il nuovo che avanza parla in modo terribilmente vecchio.
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