venerdì 20 dicembre 2013

Le legge elettorale perfetta


Mettiamoci bene in testa una cosa, tanto per cominciare: la legge elettorale perfetta non esiste. E chi dice di conoscerla, è solo l’ennesimo politicante pronto a prendervi per i fondelli. Questo però ci obbliga ad una riflessione: se il meccanismo elettorale perfetto non esiste, qual è dunque quello che permette al tempo stesso un alto livello di rappresentanza e un alto livello di governabilità? Ecco allora che ci troveremmo davanti ad un sistema elettorale magari non perfetto, ma di altissimo livello. La cosiddetta governabilità è importante, ma non deve mai essere privilegiata a scapito della rappresentanza: è il principio cardine di ogni democrazia.

Detto questo, dobbiamo assolutamente prendere atto di un dato inconfutabile: il sistema maggioritario in Italia ha fallito. Si tratta di una chimera, quella della governabilità garantita grazie al sistema maggioritario, che ci ha illuso e ingannato come nessun altro “dogma” politico. Il principio del “chi vince governa”, tanto caro al segretario Pd Matteo Renzi, è sbagliato per due motivi. Il primo: il principio di alternanza, un bipolarismo malato tra due partitini, non è altro che una sottospecie di “dittatura” della maggioranza (quando va bene) o in certi casi, addirittura una “dittatura” di una delle varie minoranze del Paese; per quale motivo chi prende il 30% dei voti dovrebbe avere praticamente il doppio della rappresentanza del Parlamento? Senza contare che il principio di alternanza tra due fronti avversi (beh, avversi almeno sulla carta) si addice più ad un gioco di carte piuttosto che ad una democrazia compiuta. Il secondo motivo per cui il maggioritario ha fallito è altrettanto chiaro quanto semplice: il Parlamento è svilito della sua funzione democratica descritta nella Costituzione a causa del sistematico vuoto di rappresentanza di minoranze sempre più cospicue, fenomeno che non ha fatto altro che fomentare il crescente astensionismo.

Risiede proprio in questo secondo aspetto la chiave per una vera riforma elettorale: il popolo deve tornare ad essere correttamente rappresentato perché il Parlamento possa essere di nuovo sovrano e legittimato. Un Parlamento che riacquista la sua centralità è un Parlamento in cui il popolo si riconosce.

Dunque, quale potrebbe essere il sistema elettorale migliore per mantenere questo principio di democrazia e di rappresentanza? Le risposte sono molte, ma la legge elettorale è una sola. Dico che le risposte sono molte perché a mio avviso, oltre alla legge elettorale, dovrebbero essere introdotte almeno cinque condizioni fondamentali che ne completino il funzionamento:
  • Il sistema elettorale: di tipo proporzionale. E qui occorre prendere una posizione netta. Non solo perché la Costituzione lo dice chiaramente (art. 48 “Il voto è eguale”) ma perché questo è senza dubbio il principio basilare della rappresentanza democratica: se uno vale uno, allora il mio voto deve valere come il tuo. Non è che il tuo voto vale 1 perché hai votato un partito che non ha vinto le elezioni, il mio voto vale 3 perché il mio partito ha vinto il premio di maggioranza, mentre il suo voto vale 0 perché il suo partito non ha superato lo sbarramento. Il sistema proporzionale è l’unico sistema che garantisce un alto livello di rappresentanza.
  • Condizione numero 1: introdurre un rapporto diretto tra l’eletto e l’elettore tramite il collegio uninominale, come avviene per esempio in Germania. Questo è esattamente il contrario di quanto succede con l’incostituzionale porcellum: dal 2006 ad oggi abbiamo votato il simbolo e non la persona; con un collegio uninominale il rapporto invece è diretto verso quel determinato candidato.
  • Condizione numero 2: revisione del vincolo di mandato e strumento del recall. L’assenza nel nostro sistema del vincolo di mandato è un altro di quei “dogmi” che hanno fallito alla grande. Certo, il vincolo di mandato viene visto come una grande conquista democratica, che ci dovrebbe proteggere dal pericolo di trasformare l’eletto in un semplice rappresentante dei propri interessi privati. Ma nella situazione reale, è davvero così? Lobbies. Voltagabbana. Compravendita di parlamentari. Corruzione. Menzogne agli elettori. Una “revisione” dell’articolo 67 della Costituzione sarebbe dunque un altro passo verso una garanzia di piena rappresentanza e democrazia: se fai quello che hai promesso di fare in campagna elettorale bene, altrimenti non è che cambi casacca o passi al gruppo misto: tramite il meccanismo di “recall”, il collegio in cui sei stato eletto deve avere la facoltà di rimuoverti dall’incarico di parlamentare. Poi voglio vedere come glielo spieghi al tuo elettorato uno Scilipoti!
  • Condizione numero 3: ridurre al minimo la soglia di sbarramento. Un sistema proporzionale “puro” non contempla certo la soglia di sbarramento, ma è vero anche che un minimo di sbarramento è necessario. Non il 4% previsto dal porcellum, ma anche solo un minimo, come l’1%. Voglio dire, è semplicemente giusto: se arrivi all’1% significa che politicamente esisti, per quale motivo dovresti essere tagliato fuori?
  • Condizione numero 4: abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. In un paese come l’Italia, nel momento in cui abbassi la soglia di sbarramento all’1%, ci riempiremmo subito di finti partitini che si presentano alle elezioni con l’unico scopo di spartirsi i rimborsi elettorali. Abolire completamente il finanziamento pubblico, se non con campagne di autofinanziamento indipendenti, è una prevenzione contro i furbetti italici necessaria in un sistema elettorale proporzionale.
  • Condizione numero 5: sfiducia costruttiva. Il meccanismo di sfiducia costruttiva garantisce, di fatto, tutta la “governabilità” necessaria ad un paese. Come funziona? In presenza dell’istituto della sfiducia costruttiva è impossibile per il Parlamento votare la sfiducia al governo senza concedere la fiducia ad un nuovo esecutivo. Questo garantisce chiaramente una maggiore tenuta del governo, senza che varie minoranze possano tenere in ostaggio un intero Parlamento. È qui che si può effettivamente parlare di “governabilità”, quella vera: quella che viene invocata ogni volta dai “grandi politologi” e dai politicanti da due soldi non è altro che una “scorciatoia” per avere il 51% dei seggi in Parlamento e per accaparrarsi una maggioranza che mai sarebbero capaci di ottenere; la governabilità che assicura questo principio è invece una governabilità seria, quella in cui prima di formare un governo i partiti si mettono d’accordo sui vari punti programmatici, facendo finalmente accordi chiari su veri argomenti e vere riforme, segnando la fine del mercato delle vacche che precede puntualmente ogni formazione di governo.
Queste sono le uniche mosse possibili per l’attuazione di una vera legge elettorale democratica che garantisca al contempo stabilità e rappresentanza. Ma il problema resta il solito: pensiamo veramente che un Parlamento di nominati, eletti da una legge elettorale illegittima, abbia la volontà politica di mettere in atto una simile svolta democratica?
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