domenica 19 gennaio 2014

Long Live Silvio!


Voglio raccontarvi tre divertenti storie.

C’è una scuola, in un paese non meglio identificato. Un giorno, un bambino torna a casa dai genitori e la mamma scopre che il piccolo ha un occhio nero. Chiede subito quale dei suoi compagni è stato a ridurlo così, ma il figlio non dice niente. Sembra aver paura. Allora la madre indaga più a fondo, arrivando a scoprire che anche un altro bambino torna a casa ogni tanto con un livido o un occhio nero. E poi un altro, un altro, e un altro ancora. Finalmente, il figlio di un’altra giovane coppia rompe il muro di silenzio e parla: è stato il maestro X a picchiare questi bambini. Ovviamente scoppia un casino, e il maestro viene allontanato e denunciato. Arriva poi il momento del consiglio di classe: il preside, che si dice una persona civile, giusta e democratica, convoca anche il maestro violento. I genitori protestano, anche animosamente, senza però convincere il preside a non convocare il maestro X nel consiglio di classe: “Dobbiamo sentire tutti, anche il maestro X” dice lui; “Ma ha picchiato i nostri figli, è stato allontanato dalla classe!” rispondono i genitori. Niente da fare: il maestro viene richiamato e dopo un mese riprende ad insegnare. Altri bambini torneranno a casa con un occhio nero.

In una diocesi di campagna, scoppia l’ennesimo scandalo di pedofilia nel clero. La questione raggiunge livelli d’interesse addirittura nazionali, spingendo niente meno che il Papa ad intervenire per placare gli animi. I preti vengono allontanati dalle loro parrocchie, in attesa di giudizio, mentre il Papa chiede pubblicamente scusa alle vittime degli abusi. Dopo pochi mesi, i genitori dei bimbi che subirono queste violenze richiedono formalmente al Papa di riportare i preti alle rispettive parrocchie. Con l’assoluta incredulità del capo della Chiesa, i genitori giustificano la propria scelta affermando che “ormai quei preti li conoscevano sin dall’infanzia” e che “non era giusto escluderli dalle loro vite”. Dunque i preti tornarono e, ovviamente, gli abusi continuarono.

C’è un paese, lontano lontano, in cui un criminale viene eletto capo del Governo per molti anni. Di processo in processo, tra depenalizzazioni del reato in prescrizioni anticipate, il criminale porta il paese alla rovina, distruggendo le istituzioni, la giustizia, la scuola, il lavoro, l’economia e la politica stessa. Dopo molti anni, il criminale viene finalmente condannato ed espulso dalla vita politica del paese. Nella grande gioia, si dice pubblicamente che si può apporre la parola “Fine” alla triste vicenda. Ma un giorno, convinto di fare la cosa giusta e nel nome della “democrazia”, un giovane politico rampante decide di coinvolgere il criminale nella riscrittura della Costituzione e nei meccanismi che porteranno enormi cambiamenti alla vita politica del paese. Il criminale torna dunque alla ribalta politica, continuando indisturbato il proprio “lavoro” e proseguendo l’opera di distruzione del paese, cominciata molti anni prima.

Queste sono tre storie assurde, che potrebbero tranquillamente costituire un soggetto teatrale per un’opera in pieno stile Samuel Beckett. Illogiche, grottesche, surreali. Eppure, si dà il caso che le prime due siano frutto della perversa immaginazione di uno sceneggiatore instabile, mentre la terza è (tragicamente) vera. Eppure, la spinta “logica” (o meglio “illogica”) che muove i fili delle tre storie è la medesima: non c’è buon senso, non c’è prudenza, non c’è saggezza, non c’è logica, appunto.

Ecco cosa siamo diventati: una riedizione della commedia grottesca, del teatro dell’assurdo. Un Grand Guignol degli orrori che porta tutte le logiche più scellerate e folli ad essere trattate come “normalità”. Come una cosa “ovvia” e “giusta”. Il problema è che qui non si tratta di una commedia dell’assurdo, ma della vita reale. E mentre il pubblico (noi) reagisce stupito e disturbato dinanzi a tali assurdità, si sente la voce di un folle gridare in sala: “Lunga vita al Criminale!!!
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