martedì 28 gennaio 2014

Un Diktat è per sempre


Italicum, ancora Italicum. Un nome così squallido da essere fin troppo appropriato all’orrida legge elettorale partorita dalle menti di Renzi e Berlusconi. Il Partito Democratico, che ormai smentisce sempre più frequentemente il nome che si è scelto, aveva presentato 36 emendamenti alla proposta di legge elettorale di Renzi. Ripeto: 36 emendamenti. Che non sono nulla. 36 emendamenti non rappresentano che una virgola in un testo di legge. Giusto per rendersi conto dei numeri, tra tutte le forze parlamentari ne erano stati presentati 318. Ma non c’è stato niente da fare, Renzi è stato chiaro: “Senza la riforma la legislatura finisce.” Lo vedete? Il solito ricattino in pieno stile Matteo Renzi?

Il sindaco di Firenze ha questo strano concetto di dialogo: se una cosa che propongo non ti va bene, se ne può parlare (ovviamente entro i limiti di un quesito a risposta multipla) ma poi si deve andare avanti come dico io. Se non fai come dico io, beh: crolla tutto. E siccome lo scricciolo fiorentino in questo momento tiene per le palle tutti (maggioranza e parte di opposizione) lo fa senza porsi troppi problemi.

La morale della favola? Dopo il diktat di Renzi, 33 dei 36 emendamenti che il Partito Democratico aveva già presentato sono tutti spariti dal tavolo. Tutti ritirati. Nessuno escluso. Ne sono rimasti solo 3 che rappresentano l’impatto che potrebbe avere una mezza minerale in mezzo a un incendio.

Non è la prima volta che succede qualcosa del genere, basti pensare a quando Renzi fece fare dietrofront a tutti i parlamentari piddini in occasione della webtax nel giro di una sola notte. Tuttavia, mi fa sempre riflettere il fatto che quando una cosa simile accade all’interno del Pd (il partito che fino a prova contraria sta governando in questo paese che viene castrato dall’intervento di un signorino extraparlamentare) tutto rimane nel silenzio, nell’ombra, senza che nessuno (ripeto: nessuno) nei media nazionali dia il minimo peso ad un evento che reputo gravissimo in qualsiasi paese voglia definirsi “democratico”.

Ve lo immaginate cosa sarebbe successo se una cosa simile l’avesse fatta Beppe Grillo? In occasione dell’abolizione del reato di clandestinità, un suo post (non un diktat: semplicemente il post di un blog) si dichiarò contrario alla proposta di due parlamentari 5 Stelle: successe il finimondo. Dittatore. Padrone. Fascista. Razzista. Di tutto. Poi, il voto della Rete con decine di migliaia di attivisti ha confermato il voto espresso dai due parlamentari. Ha forse Grillo alzato il telefono per dire a qualcuno di votare come voleva lui? No. Anche se lo avesse fatto, le cose sono andate come (probabilmente) si aspettava lui? No.

Ma la stampa continua a esaltare mediaticamente questi episodi (che non significano nulla) e a ignorare bellamente episodi come quelli della webtax e dei 33 emendamenti sull’Italicum spazzati via da una parola di Renzi. Di un solo uomo, mai eletto da nessuno, che non siede in Parlamento. Votato da appena 1,8 milioni di italiani tra voti a pagamento e brogli stile Gabibbo.

Questo è un fatto estremamente grave, troppo taciuto dalla stampa italiana, anche quella più “libera”. Sembra che questi diktat degni di un regime dittatoriale siano trattati come qualcosa di assolutamente normale, senza mai nessuno che alzi la voce per gridare allo scandalo. E invece è uno scandalo, e io la mia voce la alzo. Perché trovo inammissibile che un omuncolo condannato in primo grado per danno erariale mai eletto da nessuno decida le sorti del mio paese.
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