sabato 8 febbraio 2014

Beppe Grillo nei guai?


In queste ore molti giornali stanno parlando del “rischio” che correrebbe Beppe Grillo di andare in galera. La causa? La richiesta del pm di 9 mesi di reclusione per quella (ormai famosa, per chi lo segue da un po’) storia del “sigillo rotto” in una delle manifestazioni No Tav in Val di Susa. “Rottura di sigillo”, come ha sempre scherzato il comico.

Su questo, giusto un paio di considerazioni: se dovesse andare in galera uno che ha rotto un sigillo di una baita, mentre Berlusconi, Dell’Utri e personaggi simili sono ancora a piede libero, questo mi farebbe seriamente preoccupare per la giustizia del nostro paese (che già preoccupa, tuttavia); e poi un’altra cosa: non fa forse riflettere quanto sia ingolfata e sciocca la nostra macchina della giustizia? Insomma, stiamo parlando di uno che ha “violato un sigillo”: fategli pagare una multa e non fate andare il procedimento in via penale. Si risparmierebbe tempo, soldi e sicuramente si farebbe più bella figura.

Ma i giornali non parlano solo di questo quando, in queste ore, proclamano “guai giudiziari per Beppe Grillo”. Già, infatti, si dà il caso che Grillo sia indagato per aver “incitato la polizia a disobbedire agli ordini”. Nel suo post in cui invitava i poliziotti di smettere di proteggere i politici e solidarizzare con la società civile fece scatenare tanti benpensanti da salotto. Uno di loro è nientemeno che il segretario nazionale dei giovani del Pd (sic!): Fausto Raciti.

Al piccolo Raciti questa pappa amara proprio non è voluta andare giù. Ha infatti presentato un esposto in cui denuncia Beppe Grillo per “istigazione di militari a disobbedire alle leggi. Interessante: peccato però che il reato (previsto dall’art. 266 del C.P.) non abbia niente a che vedere con quello che ha scritto pubblicamente Beppe Grillo. Grillo infatti invitava a non proteggere più “a priori” la “classe politica”. Per quale motivo questo non costituisce reato? Articolo 2 della legge 11 luglio 1978, n. 382:

I  militari  prestano giuramento con la seguente formula: "Giuro di essere fedele alla Repubblica italiana, di osservarne la Costituzione e  le leggi e di adempiere con disciplina ed onore tutti i doveri del mio  stato  per la difesa della Patria e la salvaguardia delle libere istituzioni".

L’espressione “classe politica” non è riconducibile né al concetto di “Patria” (che al contrario, è rappresentato da tutti i cittadini, politici e non) né tantomeno al concetto di “istituzioni” (il Parlamento, la Magistratura: queste sarebbero “istituzioni”, non certo il vago termine “classe politica”). Insomma, pare evidente che il piccolo Raciti debba tornare a scuola a studiare un po’ di diritto. Le figure di merda che sono in grado di fare nel Piddì sono sempre qualcosa di esilarante, e questa non è da meno.

Ma non finisce qui: infatti, il piccolo Raciti ha successivamente dichiarato che il suo è un atto politico.

“Il mio è un atto politico, ho voluto sollevare un problema. Ci sono cose che in democrazia non si possono fare ed esiste una linea rossa che non si può superare: cosa che Grillo ha fatto. Un conto sono le pagliacciate fatte alla Camera, altro è attaccare lo Stato.”

Tralasciando la grave affermazione sui fatti avvenuti alla Camera nel giorno della tagliola (io di pagliacciata ne ho vista una sola: “Bella Ciao” stuprata da un gruppo politico corrotto e immorale; e dico “pagliacciata” perché non mi va di essere volgare) rimane comunque un dato che ha dell’incredibile: il piccolo Raciti definisce “un atto politico” ciò che è (e dovrebbe essere) un atto squisitamente giudiziario. In pratica ha appena confessato di aver rivolto impropriamente un esposto giudiziario contro un avversario politico. Una roba così neanche in Uganda! (cit.)

Per concludere, un’ultima riflessione. Non mi aspetto certo che la facciano i piddini, seppure giovani, degnamente capeggiati dal piccolo Raciti, che al contrario dimostra ignoranza, disonestà e soprattutto stupidità (perché questo, sia chiaro, è stato un autogol pazzesco del Pd): mi aspetto piuttosto che questa riflessione venga accolta da chi sa di avere un cervello e ha scoperto che usarlo è sicuramente una buona idea. Ha davvero senso difendere la cieca obbedienza senza se e senza ma? Ha davvero senso limitarsi a obbedire senza usare il proprio intelletto, la propria razionalità e la propria morale? È davvero questo che un essere umano, pensante e maturo, ma soprattutto onesto, dovrebbe fare? Ridursi ad una macchina di esecuzione meccanica di ordini dall’alto? Credo proprio di no.

Qualcuno disse “L’obbedienza non è più una virtù”. Aveva ragione. Proteggere una classe politica di pregiudicati, di corrotti, di schiavi delle banche e dei poteri forti, di collusi con la mafia, di questi personaggi che hanno ucciso la democrazia parlamentare: tutto questo non può essere considerato una virtù, altrimenti abbiamo perso ogni principio logico e morale.
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