mercoledì 19 febbraio 2014

La democrazia diretta, questa sconosciuta…


I media italiani proprio non riescono a capirla. Forse addirittura ci provano, spremendo inutilmente le meningi, tentano invano di riuscire a capire come sia possibile che in un movimento politico si attui il concetto di democrazia diretta. Ieri circa 40 mila iscritti al portale del M5S (il numero dei votanti aumenta ogni volta o sbaglio?!?) hanno preso la parola e hanno espresso una scelta (difficile) a proposito delle consultazioni di Renzi. Andarci o non andarci? Il parere di Grillo lo sapevano tutti: si tratterà di una farsa. E probabilmente sarà così. Ma la Rete (non chiamiamola “base”, fa così tanto “partito ancien régime”) ha deciso comunque di parteciparvi. La decisione è stata presa e rispettata. Oggi intorno alle 13:45 i due capigruppo Camera e Senato del M5S andranno, insieme a Beppe Grillo, all’incontro con Renzi.

Questo non implica altro che un semplice e lineare concetto di “democrazia diretta”. È un inizio: ieri erano 5.000 persone a votare, poi 10.000, poi 20.000, ora sono in 40.000. Andate a chiedere sulla base di quante consultazioni popolari il Pd ha votato contro Rodotà, o a favore degli F-35. Sulla democrazia partecipata i partiti hanno solo da imparare da quello che sta facendo il MoVimento 5 Stelle, eppure la “libera” informazione sembra travisare continuamente questo semplice dato di fatto.

C’è il giornale che parla di attivisti che hanno “sconfessato” i leader del MoVimento, c’è il giornale che usa la parola “cittadini” usando le virgolette (come se fosse una parola strana, una parola impropria), c’è il giornale che va ad intervistare il solito “cane sciolto” del Senato (chiamiamoli “dissidenti” se vi torna meglio) che quando le consultazioni on-line non c’erano si lamentava (“uh, che palle, non sappiamo cosa ci chiede la base”) ed ora che ci sono non gli va bene lo stesso (“È inutile chiedere agli iscritti qualcosa, se nel porre la domanda dai già la risposta”). Mi fanno morire questi giornalisti che vanno ad intervistare quello che rappresenta (appena) l’1% dei parlamentari del M5S spacciandolo come “una cospicua fronda interna di dissidenti”.  Senza contare che poi questi “dissidenti” fanno sempre figure barbine, come questa. Infatti, il Sen. Campanella è stato smentito dai fatti: la “base” ha votato e il parere di Grillo ha contato solo come il suo personale parere, non certo una direttiva o, tantomeno, un diktat.

E intanto, i giornali, non contenti di non aver riportato una notizia, bensì una vera e propria invenzione mediatica (la “sconfessione dei leader” che non sono stati né sconfessati né leader), si mettono ad inventare ancora di più di sana pianta. Si parla ancora una volta di “governo del cambiamento”  o di “possibili accordi tra M5S e Pd” o addirittura di “voti 5Stelle a favore del governo Renzi”. A quanto pare, non era bastata la lezione del governo Bersani: le alleanze si fanno sui programmi e non sulla fiducia. E questo non si chiama “immobilismo a 5 Stelle”, dato che è quello che succede in tutte le democrazie. Si discute e ci si accorda su un programma, e poi si fa il governo.

Vedremo se Renzi è uno che sa discutere. Forse sa discutere. Ma ho seri dubbi che sappia accordarsi su un programma. E questo per un semplice dato di fatto: il programma di Renzi non esiste. Parola di un fiorentino che se lo è sopportato fino ad oggi. Dire che Renzi ha un programma consistente o completo è come affermare che Ruby è la nipote di Mubarak. La proposta di legge elettorale “Italicum” ne è un esempio lampante: non è stato neanche capace di fare una legge elettorale da solo. Ha scopiazzato il porcellum (anzi lo ha peggiorato) con l’appoggio di Verdini e di un condannato in via definitiva. È questo il nuovo che avanza?

Beh, lo sapremo molto presto. Secondo me, “non c’è un’idea”. E, “non essendoci un’idea” si tratta solo di “slogan”. Che non è cambiato nulla rispetto al governo Letta, con l’alleanza con i “diversamente berlusconiani”. Che “tra 30 giorni, quando si capisce che non c’è niente, il Paese dà di testa”. E queste non sono parole mie, non solo le parole di un grillino. Fabrizio Barca, Partitio Democratico. Signori, questi sono i partiti che hanno distrutto l’Italia: votateli ancora, mi raccomando.
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