giovedì 27 marzo 2014

Tutte le balle di Renzi: l’abolizione delle province


Uno dei cavalli di battaglia della propaganda politica nientalista è stato proprio quello dell’abolizione delle province, tanto da arrivare persino a sbandierarlo come unico punto programmatico nel faccia a faccia Renzi-Grillo in cui Grillo (per fortuna di Renzi) ha impedito che il suo imbarazzante avversario in difficoltà aprisse bocca.

Si arriva adesso alla tanto acclamata “abolizione” delle province, che in realtà abolisce solo la fuffa, causando anzi paradossi incontrollabili e rischiando di far precipitare le amministrazioni locali nel caos.

La Balla Numero Quattro di Matteo Renzi nella sua nuova veste di premier (qui trovate le altre) è proprio questa, tanto per cominciare: le province non sono state abolite. Punto. A chi si beve questa palla, beh: consiglio di frequentare nuovamente la prima media, potrebbe trarne vantaggio. La differenza tra “abolizione” e questa “finta abolizione” è spiegata molto bene da questo video realizzato da Franco Bechis (un bravo giornalista che lavora in un pessimo giornale, purtroppo) e cioè resta il fatto che le province non vengono affatto abolite ma riconvertite in “Città Metropolitane”. I risparmi sono ridicoli: a fronte dei 160 milioni di euro di risparmio e dei 3.000 politici che dovranno ritrovarsi un lavoro (cifre emanate dalla propaganda nientalista) ci troviamo in realtà appena 35 milioni di risparmi (meno dei rimborsi elettorali illeciti percepiti dal partito che ha le stesse iniziali di una bestemmia) e appena 1.700 politici senza più il posto di lavoro: in pratica, come svuotare l’Oceano Atlantico con un cucchiaino da caffè.

Senza contare che il lato peggiore – e largamente più drammatico – di questa finta abolizione non è purtroppo la sgradevole e bugiarda propaganda renziana, ma i paradossi e i peggioramenti che ne derivano:
  1. Per prima cosa, le città metropolitane e le province potrebbero tranquillamente coesistere in un futuro non troppo lontano, nel caso in cui un terzo dei residenti in provincia non fossero d’accordo sull’abolizione. Qualcuno dirà: “Ma come pensi che i cittadini decideranno di mantenere le province, se invece desiderano abolirle?” Beh, a questo risponderò poco più avanti. Sta di fatto che questa casistica (province e obbrobri metropolitani che coabitano nello stesso sistema) è tutt’altro che fantascientifica.
  2. Punto secondo: il caos. Questa coesistenza di varie strutture amministrative (non parlo solo nel caso di coesistenze nello stesso territorio, ma comunque in ambito nazionale) produrrà un caos amministrativo non indifferente, tra province, città metropolitane e unioni di comuni. Invece di semplificare, si creano altri problemi. D’altronde, questo succede se invece di fare politica si fa solo propaganda in vista delle elezioni europee!
  3. Terzo problema legato alla finta abolizione delle province: le “città metropolitane” saranno presiedute dal sindaco del Comune capoluogo di Provincia. Questo significa, in poche parole, che il “sindaco della città metropolitana” sarà eletto dai cittadini di un solo comune per fare cose che non hanno niente a che vedere con gli altri comuni della “città metropolitana”: in questo modo si creerà una situazione di arbitrarietà delle competenze e di soppressione del principio di rappresentanza. Ecco per quale motivo i cittadini dei comuni “mal rappresentati” da questa storpiatura potrebbero decidere di non voler aderire alla “città metropolitana” – e ne basterebbe appena un terzo per far coesistere città metropolitana e provincia. Allora: è o non è una chicca, questo Ddl Delrio?!?
  4. Quarto e ultimo punto: ma non bastava abolire le province? Mi spiego: per abolire le province (previste dalla Costituzione) è necessaria una modifica della Costituzione. La Costituzione si può modificare solo per alterare gli equilibri e la democrazia dello Stato (come tentò il governo Letta con l’articolo 138) o anche quando effettivamente servirebbe a qualcosa? Quello che i giornali (e i pinocchietti renziani) non dicono è che questo Ddl Delrio sembra quasi un modo per “paracadutare” grandi quantità di “poltrone” dalle province alle nuove strutture amministrative previste dal Ddl, in attesa di una vera abolizione che, in assenza dell’intervento attuale del governo, si troverebbero improvvisamente sprovviste di poltrona. E questo doveva essere il governo del “rottamatore”? Della “riduzione dei costi della politica”? Quando si arriva alla prova dei fatti, tanto per cambiare, Renzi si mostra per quello che è: un vuoto parolaio da televendita senza un briciolo di dignità.
Renzi, che in questo frangente agisce come una sorta di controfigura di Enrico Letta (e non solo stavolta!) mette in atto un Ddl irresponsabile e inaccettabile che era già in cantiere nel governo che lui avrebbe “rottamato”, un Ddl che tutto fa tranne abolire le province o farci risparmiare. Il Ddl dell’abolizione “fuffa” della province viene pescato dal mazzo e giocato sul tavolo più importante per Renzi: quello delle elezioni europee. E il Pinocchietto di Rignano sull’Arno, giusto per non smentirsi, si presenta come meglio sa fare: mentendo

venerdì 21 marzo 2014

Kill the Web!


Le dure parole del primo ministro turco Erdogan, che si scaglia senza mezzi termini contro i social network, sono la perfetta espressione per capire realmente quanto la Rete stia influenzando la politica e la vita di tutti.

“Noi sopprimeremo Twitter. Me ne frego di quello che potrà dire la comunità internazionale.”

Nel mirino anche Youtube e Facebook.

È curioso (per non dire altro) che ciò che da molti benpensanti viene considerato come un’inutile perdita di tempo, uno svago superficiale e privo di importanza (i social network) vengano odiati e combattuti così strenuamente dai nuclei di potere in tutto il mondo, proprio come sta succedendo ora in Turchia. Forse la realtà è che tramite questi mezzi moderni di comunicazione si diffondono messaggi e notizie che altrimenti non troverebbero mai sbocco da media tradizionali, troppo spesso controllati e soggetti a censura.

Guardiamo alla situazione qui in Italia: veramente pensate che un movimento politico come il M5S (o un qualsiasi movimento “alternativo” all’attuale sistema di potere) avrebbe potuto crescere così rapidamente e così viralmente senza essere passato dalla Rete? Senza internet e senza i rapporti interconnessi creati dai social network, migliaia di notizie “scomode” sarebbero state occultate o semplicemente “evitate” senza mai essere portate alla luce.

La situazione italiana, in realtà, non è poi così diversa da quella turca, se ci pensate bene. L’unica differenza è che l’apparato “democratico” italiano ha ancora qualche resistenza, nonostante tutto, in confronto alla situazione turca: in poche parole, i politici italiani (nessuno escluso) vorrebbero poter fare impunemente quello che Erdogan sta facendo adesso. Sulla base di cosa sto facendo questa grave affermazione? Beh, io non dico di pensare alla dittatura stricto sensu, ad un fascismo proto-mussoliniano adattato all’era digitale, ma semplicemente a tutte le volte che politici italiani (specialmente a sinistra, purtroppo) hanno tentato di mettere la mordacchia all’informazione in Rete, o tentato di delegittimare i contenuti diffusi su internet. Un esempio lampante potrebbe essere quella che (erroneamente e con miopia) viene considerata una “paladina della libertà e dei diritti umani”: Laura Boldrini. Credevo di essere finito in un incubo quando la Boldrini parlò di “una legge per il controllo del web (legge che peraltro già esiste, dunque forse Lady Tagliola auspica ad una legge per la censura del web, cosa ben diversa); oppure quando scoprimmo con sommo gaudio che la Camera spendeva circa 50 mila euro per “ridurre, rimuovere e cancellare gli account che diffondevano materiale ritenuto oltraggioso nei confronti della Presidente.

Altrimenti, se non è possibile intervenire direttamente con la censura o la limitazione di certe informazioni in Rete, si interviene ad esempio come fa il Pd, stipendiando e organizzando vere e proprie “legioni” di troll pronte a delegittimare ciò che si diffonde sul web, tramite notizie false, account fake, multinick e molte altre schifezze che non fanno altro che proseguire questa azione (squadrista e fascista) di antidemocratica censura e controllo dell’informazione.

Datemi retta: i politici italiani, anche (e soprattutto) gli ipocriti radical chic “de sinistra” dai quali dobbiamo guardarci molto attentamente, farebbero carte false per poter agire impunemente e con sprezzo della democrazia come fa adesso il primo ministro turco Erdogan. Dobbiamo stare molto attenti per impedirlo.

mercoledì 19 marzo 2014

B, Renzi e il terzo incomodo


Berlusconi interdetto per due anni, dunque non si può candidare – come aveva auspicato – alle elezioni europee. Chi aveva un minimo di senso logico lo aveva già intuito, forse, ma ora anche i più duri di comprendonio (i Ghedini, i Brunetta, le Bernini, etc.) possono metterci una pietra sopra: il loro capo non può candidarsi, addirittura non può neanche votare, parola della Cassazione. La Bernini grida alla “democrazia ferita”, Brunetta esclama che “la giustizia italiana è in direzione opposta della UE”, Ghedini (Ma va la’) esprime “grande amarezza”.

Un coro ipocrita e servile nei confronti del Nano pregiudicato d’Italia che però sembra solo distogliere l’attenzione da un fatto inequivocabile: fino a quando al governo ci sarà Renzi (o un qualsiasi suo replicante, da Delrio a Padoan) Berlusconi non avrà nulla da temere.

Il piano politico di B. non differisce in alcun modo da quello del gggiovane rottamatore che governa con i rottam(at)i. Le sue idee in quanto a giustizia, lavoro, democrazia e politiche sociali non presentano alcuna differenza. Uno che alla giustizia mette un Andrea Orlando (quello che vuole abolire l’obbligatorietà dell’azione penale, per intendersi), uno che alla cultura mette un Dario Franceschini (anche lui già ministro lettiano che non ha niente a che vedere con cultura e turismo), uno che riduce la politica a vuoti annunci sensazionalistici e sproporzionati spot in stile televendita, che grida all’ottimismo e alla ripresa senza presentare piano politico/economico alcuno: davvero, qualcuno può spiegarmi in cosa differisce da B.?

Ma Silvio non ha niente da temere e può lanciarsi ad occhi chiusi tra le braccia del pinocchietto suo allievo, non solo per le somiglianze tra il suo piano politico ed il suo format mediatico/propagandistico praticamente identico, ma anche (e soprattutto) per l’obiettivo finale di questa classe politica (tutta, da destra a sinistra) che comprende appunto sia B. che Renzi, assieme a molti altri: il “restauro” della Seconda Repubblica, la riduzione dell’ampio concetto di democrazia ad un misero bipartitismo dell’inciucio in cui due fazioni (sulla carta avverse) si dividono in realtà una torta molto golosa, ossia quella del controllo assoluto dell’informazione, dei propri interessi e dei grandi capitali.

La storia (non quella presentata dai TG di regime o dai quotidiani di partito, ma quella reale) ce lo ha insegnato e ce lo ha dimostrato: non appena un gruppo politico “alternativo” a questo sistema di potere marcio e colluso si è aperto una strada fino ad arrivare ad essere a tutti gli effetti un “terzo incomodo”, la Casta (il partito unico delle lobby e degli interessi) si è chiusa a riccio, barricandosi nelle larghe intese. Da inciucio sottobanco a matrimonio dichiarato. Il tabù delle elezioni, che Napolitano (il capitano della squadra) scongiurerà sino alla morte, non fa altro che dimostrare tutto ciò: questi non vogliono tornare alle elezioni sino a quando non saranno riusciti (antidemocraticamente e miserevolmente) a eliminare dalla contesa elettorale il “terzo incomodo”, il tutto con l’aiuto osceno e ripugnante della peggior informazione d’Europa.

L’obiettivo (sempre meno occulto e sempre più dichiarato) è quello di ridurre ai minimi storici, tramite bassezze e manipolazioni, il consenso elettorale del M5S, fino a restaurare quel sentimento di instabilità e di (vera) antipolitica che porti ad un bipartitismo ideale condito da un enorme astensionismo: quest’ultimo, infatti, renderà ancora più determinante i voti di scambio e i voti provenienti dalle lobby. Questo è l’obiettivo di questa classe politica, di un’unica grande (e traballante) barca in cui naviga Renzi, portandosi dietro tutti gli interessi di quella Casta che lotterà, con le unghie e con i denti, per restare a galla. L’obiettivo (sano e giusto) di chi nutre ancora un minimo di speranza per questo paese? Affondare quella barca.

mercoledì 12 marzo 2014

Tutte le balle di Renzi: il ritorno alle preferenze


Il neo-premier Matteo Renzi arriva con velocità record alla sua Balla Numero 3, in veste di Presidente del Consiglio.

Proprio ieri, quando l’aula ha votato contro l’emendamento alla nuova legge elettorale che avrebbe previsto il reintegro delle preferenze dei candidati, per una manciata di voti è stato respinto ciò che Renzi (come tutti, peraltro) aveva promesso in campagna elettorale. Sono certo che non stavo sognando quando ho letto nel suo “manifesto” per le primarie:

“I deputati devono essere scelti tutti direttamente, nessuno escluso, dai cittadini.”

Mi chiedo che cosa avrà voluto dire il Matteino nazionale con queste criptiche parole. Certo è che alla prova dei fatti, il suo governo (perché l’emendamento è stato bocciato solo grazie ai voti dei membri del governo) si è rivelato ancora una volta per quello che è: uno dei punti più bassi raggiunti dalla politica italiana. Per la bugia, per l’insulto (perché mentire ai propri elettori e al popolo intero è un insulto, cominciamo a chiamare le cose con il proprio nome) e per la bassezza morale.

Lasciate che dica una cosa, e la dirò chiaramente. Sapete quanti voti avrebbero preso rispettivamente Pd e Pdl (a febbraio 2013) e Renzi (alle primarie di dicembre 2013) se avessero detto chiaramente e senza giochi di parole che mai e poi mai avrebbero reintrodotto la possibilità di scelta del candidato? Zero. Neanche uno. E a quest’ora, probabilmente, avremmo avuto un governo di tutt’altro colore, dall’unica forza politica che effettivamente le preferenze le desidera reintrodurre.

Ma non finisce qui: non dimentichiamoci delle cause che hanno spinto la Consulta a bocciare il porcellum. Sono stati giudicati incostituzionali due aspetti ben precisi: il larghissimo premio di maggioranza e l’impossibilità dell’elettore di scegliere il candidato. Tutti, ma propri tutti, dopo la decisione della consulta, erano sicuri e dichiaravano spavaldamente davanti alle telecamere che avrebbero riformato la legge elettorale introducendo le tanto richieste preferenze. Tanti pinocchietti allineati che ripetevano la solita cantilena, capeggiati degnamente dal pinocchione di Rignano sull’Arno.

Le preferenze restano un sogno lontano. La possibilità – logica, costituzionale e democratica – da parte dell’elettore di scegliere l’eletto resta un'utopia nel Paese delle Meraviglie. E intanto, un altro passo verso la preservazione di una Casta politica indecente e inaccettabile è stato portato a compimento proprio da quell’assurdo personaggio che ne predicava la rottamazione. Ma in fondo non sembra poi così strano che le preferenze non vengano ripristinate: se il candidato, anziché essere blindato in una lista sicura, dovesse al contrario essere eletto per i propri meriti, le proprie capacità, le proprie competenze e la propria credibilità, questa classe politica sarebbe rasa al suolo nel giro di poche ore. La Casta che vota contro le preferenze vota semplicemente a favore di sé stessa.

Io non so se questo sarà o meno il governo di “una riforma al mese”. Certo è che se le riforme arriveranno con la stessa rapidità delle balle che Renzi inanella in questa imbarazzante serie, allora ci sarà da divertirsi (ma mica tanto).

martedì 11 marzo 2014

L’insostenibile ipocrisia della Boldrini


Quello che è successo ieri in tv nel programma di Lucia Annunziata, trasmesso su un canale pubblico pagato dai nostri soldi, è assolutamente inaccettabile.

Mi riferisco, in primo luogo, all’intervento (monologo, prego) di Laura Boldrini che ancora una volta, con un’ipocrisia che ha già oltrepassato il ridicolo, sconfinando nell’inverosimile, se la prende contro la satira e contro la libera informazione in nome di non si sa quale femminismo. Questa volta tocca all’imitazione di Maria Elena Boschi, messa in scena a Ballarò (ripeto: Ballarò. Non certo su “La Cosa” di Beppe Grillo, ma in un programma che è sempre stato una roccaforte di “questa” sinistra) da una bravissima Virginia Raffaele. Lo sketch è comico, è divertente, è acuto. Vedere per credere. Ma ciò che più ho apprezzato in questo sketch è stato come la Raffaele, imitando l’imbarazzante ministra Boschi, ha sottolineato come anche i giornalisti si “imbambolino” davanti a lei, senza porre mai una domanda che vada più nello specifico.

Ma attenzione: Lady Guillotin ha parlato e ha decretato, sentenziando che questa satira era “sessista” e dunque non era satira. Ora, sarei curioso di sapere quante donne si sono sentite offese vedendo questa satira. Neanche la ministra ha reagito in questo modo, salvando il Pd dal ridicolo e troncando sul nascere questa imbarazzante caccia alle streghe contro la Raffaele. Sul serio: cosa c’era di sessista?

La verità è che oramai il “sessismo” è una sorta di “scudo” dietro il quale vengono coperte tutte le inadeguatezze e le ipocrisie della Boldrini. Ogni critica legittima è “sessismo”. Ogni satira scomoda è “sessismo”. Se si critica una donna, agli occhi di Laura Boldrini, è “sessismo”. Poco importa che le critiche non abbiano niente di sessista, la Boldrini userà questo “scudo” ogni volta che non le sembrerà “comodo” entrare nel merito. Come nella questione dei voli di stato con il compagno, come nella satira che la vedeva in macchina con un attivista 5 Stelle, come qualsiasi critica che le viene mossa. Troppo comodo, Madame Guillotin, troppo comodo.

Ma il massimo dell’arroganza e dell’abuso del mezzo televisivo arriva nella parte finale del suo intervento (monologo) in cui, in veste di Presidente della Camera (e questo lo rende ancora più grave), offende, diffama e insulta i parlamentari e gli elettori di un movimento politico che ha preso quasi 9 milioni di voti alle scorse elezioni. La Boldrini non fa nomi, certo, ma è piuttosto chiaro di chi stia parlando. La Boldrini, che ricopre un ruolo istituzionale super-partes che le impedirebbe di prendere certe posizioni, fa apertamente propaganda contro un avversario politico abusando del suo ruolo e della tv pubblica (pagata anche da quelli che sta offendendo pubblicamente), ricorrendo a mezzi come l’offesa, la diffamazione, la menzogna e la falsità. Il tutto impunemente e senza vergogna.

Ecco perché la Boldrini è una degna rappresentante di questa indegna classe politica. E pensare che qualche sciocco (o semplicemente illuso) aveva pensato ad un grande cambiamento, vedendola diventare Presidente della Camera. Altro che cambiamento: il ruolo di Laura Boldrini è quanto di più reazionario e conservatore possibile. Reazione nei confronti della giusta protesta e indignazione popolare; conservazione dell’attuale classe politica dirigente e dei propri privilegi. La sua ipocrisia è insostenibile, perché estremamente dannosa nei confronti di un paese che avrebbe un disperato bisogno di un cambiamento radicale della classe politica che costei intende conservare insieme a tutte le sue nefandezze.

Un personaggio indegno, che offende le donne (quelle vere!) ogni volta che, malauguratamente, apre bocca. Una vile serva della Casta.

lunedì 10 marzo 2014

Italicum incostituzionale (per le quote rosa)


È incredibile: ci vuole una faccia tosta davvero notevole per affermare quello che alcuni ed alcune parlamentari di Forza Italia stanno affermando in questo momento. Questi personaggi sostengono che esista un nodo di incostituzionalità nella nuova legge elettorale (Italicum, o Ad Cazzum che dir si voglia) per quanto riguarda la presenza delle quote rosa.

Ora, io non sono un patito delle quote rosa, e non perché sia maschilista, sessista, o qualsiasi cosa gentaglia come Madama Boldrini voglia darmi, ma semplicemente perché credo che per una vera parità dei sessi sia necessario, appunto… ehm… una parità di sessi! Mi spiego meglio. Se vuoi essere eletto in Parlamento, ti candidi e vedi quanti voti prendi. E questo deve valere sia per le donne che per gli uomini. Non è che un partito, per “blindare” la candidatura di una donna, si può avvalere del principio delle quote rosa. Faccio una domanda a tutte le donne che stanno leggendo: ma se invece di scegliere tra due uomini (validi) e due donne (ancora più valide) vi facessero scegliere tra Alessandro Di Battista, Luigi Di Maio, Anna Finocchiaro e Daniela Santanché, voi chi scegliereste, costrette a votare per un uomo e una donna?

Ma la questione è un’altra. La questione è che – in modo paradossale e incredibilmente ridicolo – ci sono parlamentari in questo momento che stanno perdendo tempo a parlare di una presunta incostituzionalità di questa legge elettorale, senza essersi mai e poi mai soffermati sulla miriade di caratteristiche incostituzionali dell’Italicum!
  • Liste bloccate, nessuna preferenza: costituzionale? Non credo. Anzi, è proprio uno dei motivi per cui la Corte Costituzionale ha bocciato il famigerato Porcellum.
  • Premio di maggioranza: costituzionale? Manco per idea. Con questa nuova legge elettorale, potrebbero aprirsi scenari ben più paradossali di quelli aperti col Porcellum. Un partito che prende, ad esempio, il 18% dei voti, ma costruendosi alleanze (perlopiù instabili, tra l’altro) con molti partiti da 5%, potrebbe benissimo accaparrarsi da solo il 53% dei seggi in Parlamento. Il 53% dei seggi a fronte del 18% di voti! Senza contare che, tramite il meccanismo dello sbarramento (8%, abnorme) si permetterà a partitini insulsi e portatori di ingovernabilità di entrare in Parlamento anche con il 3% (ancora Boldrini dunque) mentre si sbarrerà l’accesso a partiti maggiori che invece avranno la coerenza di correre da soli.
  • Inoltre, non dimentichiamoci delle simulazioni che sono state fatte e che hanno dimostrato quanto sia arbitraria e antidemocratica la distribuzione dei seggi.
Insomma, tutto questo (un’aberrazione che neanche nella mente di Mussolini passò mai neanche per un attimo, dato che neanche la legge Acerbo era una simile schifezza) va bene, anzi benissimo! Ma, per favore, non corriamo il rischio di andare contro la Costituzione con le quote rosa!

È un po’ come se dei ladri entrassero nella Galleria degli Uffizi, imbrattassero i muri, rubassero i dipinti di Leonardo, incendiassero la sala del Botticelli e poi, uscendo, si fermassero alla cassa per pagare il biglietto

venerdì 7 marzo 2014

I grillini vogliono stuprare Matteo Renzi


Quando l’ho visto non volevo crederci. Quando non molto tempo fa, grazie al mirabile intervento di Laura Boldrini, ho scoperto di essere un potenziale stupratore, dato che leggo il blog di Beppe Grillo già dal 2005, non avrei mai potuto immaginare di non voler stuprare solo le donne, ma anche gli uomini!

Ebbene sì: se applichiamo il ragionamento che Laura Boldrini estese a suo tempo a tutti i frequentatori del blog di Grillo, definendoli potenziali stupratori per aver visto, condiviso e commentato quel video satirico che la ritraeva in macchina con Denis, allora dobbiamo dedurre che anche tutti quello che hanno riso per il video pubblicato ultimamente che ripropone lo stesso sketch, stavolta con Matteo Renzi, sono ugualmente potenziali stupratori (di uomini).

Il ragionamento è lineare e fila liscio come l’olio. Lo sketch è lo stesso, si svolge esattamente nello stesso modo, utilizzando lo stesso format, lo stesso tipo di satira, addirittura un copione abbastanza simile: è lampante, adesso i grillini, dopo aver inneggiato allo stupro in macchina ai danni di Laura Boldrini, vogliono violentare anche Matteo Renzi.

In realtà, la mancanza del clamore mediatico e dell’indignazione generalizzata di una certa fazione politica (elettorato compreso) che si schiantò in tutte le case degli italiani su una tv pubblica (e precisamente nel programma di Fazio, in cui la Boldrini definì quasi 9 milioni di onesti cittadini “potenziali stupratori”) in occasione del video satirico sulla Presidente della Camera, rende ancora più evidente quanto fu strumentale, ipocrita, opportunista e falsa quella determinata contestazione. Applicando lo stesso metro di giudizio, come mai adesso nessuno dice che il M5S istiga alla violenza (sessuale, addirittura) contro Matteo Renzi, così come lo avrebbe fatto nei confronti di Laura Boldrini? Vittime entrambe dello stesso identico sketch satirico: perché questa differenza nelle due reazioni mediatiche?

È molto semplice: Laura Boldrini rappresenta al meglio quel finto femminismo modaiolo da quattro soldi dietro cui puntualmente si fa scudo per mascherare tutte le sue incapacità e la sua più completa nullità politica. Quando un personaggio come la Boldrini viene criticato, immediatamente si tira in ballo la questione del sessismo, la violenza a sfondo sessuale: poco importa che non ci fosse assolutamente niente di sessista nel video satirico! Alla Boldrini quel video non piacque e fece dunque partire una campagna denigratoria in perfetto stile fintofemminista grazie all’aiuto e la colpevole complicità di questa informazione malata. La dimostrazione di questo fatto risiede, appunto, nel constatare che la stessa critica, la stessa satira e lo stesso “gioco” nei confronti del potere viene indirizzato verso un uomo (in questo caso Matteo Renzi) nessuno si sognerebbe mai di mettersi a parlare di sessismo, o addirittura di violenza a sfondo sessuale.

Adesso la Boldrini è stata denunciata per quelle gravi parole. Non si può andare in tv a dare del “potenziale stupratore” ad ognuno dei quasi 9 milioni di cittadini che hanno votato per un movimento politico che non è il tuo. È un fatto gravissimo, fuori dalla portata di un personaggio pubblico che ricopre ruoli istituzionali e soprattutto senza precedenti nella storia del paese. L’insulto “coglione” di B. rivolto a tutti gli elettori del centrosinistra fu molto, ma molto meno grave di questo. E a questo punto non resta che sperare che Lady Guillotin paghi (e anche parecchio) per l’offesa diffamatoria e violenta rivolta a milioni di cittadini onesti (poco ma sicuro) molto più di quanto si sia dimostrata lei in un anno davvero disastroso.

giovedì 6 marzo 2014

L’ipnosi di Renzi


Il motivo per cui molte persone oggi vedono in Matteo Renzi un grande portatore di cambiamenti rimane per me un mistero che va oltre ogni spiegazione umanamente concepibile.

Che cosa avevamo “ieri”? Avevamo un Presidente del Consiglio pluri-indagato e successivamente condannato per frode fiscale, ministri che insieme a lui tuonavano contro le “persecuzioni giudiziarie” della magistratura, vero “cancro della democrazia”, e che facevano politica unicamente per fini privati, favorendo le proprie aziende, i propri interessi, le lobby, salvandosi il culo dalla giustizia e da galera (quasi) certa.

Cosa abbiamo “oggi”? Abbiamo un Presidente del Consiglio che, nonostante venga osannato come colui che viene “nel nome del Signore”, non è stato eletto da nessuno (a differenza del suo maestro B., che è quanto di peggio si possa immaginare, ma almeno il suo consenso elettorale se lo sapeva costruire eccome). Abbiamo questo scricciolo d’uomo che nomina ministri e sottosegretari impresentabili, governando con le larghe intese che aveva sempre detto di non condividere (altrimenti col cazzo che vinceva le primarie del Gabibbo!) e “blinda” un Parlamento illegittimo senza porvi neanche una data di scadenza (il prossimo passo è abolire le elezioni, ed il gioco è fatto). Abbiamo un ministro come la renzianissima Maria Elena Boschi che, senza nemmeno accennare a provare vergogna, afferma:

“Il governo non chiede dimissioni di ministri o sottosegretari sulla base di un avviso di garanzia. Rispettare i principi fondamentali della Costituzione che comprendono la presunzione di innocenza che per noi è fondamentale.”

È imponente la quantità di idiozie che la Boschi riesce a concentrare in una sola frase, dimostrandosi una degna adepta del pinocchietto di Rignano sull’Arno. Prima di tutto, la ministra delle riforme costituzionali (annamo bbene… proprio bbene! – come avrebbe detto la mitica Sora Lella) dimostra di non conoscere affatto quella Costituzione che il suo governo intende cambiare. La presunzione di innocenza è un principio cardine del nostro diritto penale, non certo della Costituzione. L’articolo 27 che ignorantemente ed erroneamente la Boschi tira in ballo non sancisce certo questo principio, piuttosto un divieto di “presunzione di colpevolezza”.

Ma il punto non è se sia sancito o meno nella Costituzione questo principio; il punto è che nei paesi civili i politici inquisiti si dimettono. Subito, senza aspettare la condanna e soprattutto, spontaneamente. Il politico italiano è sempre stato perfettamente inquadrato da quella mitica scena del film “Signore e Signori, Buonanotte”, in cui il politico di turno, intervistato da Mastroianni, afferma di non volersi dimettere per poter “fuorviare il corso della giustizia da una posizione di privilegio”. Non è cambiato niente, ragazzi. Siamo alle solite: il rifiuto del governo Renzi di ritirare le nomine illegittime di personaggi inquisiti non è altro che “sempre la stessa solfa” degli ultimi 20 anni, l’errata equazione “non condannato = innocente = può fare politica”. Per fare politica è invece imperativa una questione morale che Borsellino ha spiegato magnificamente: c’è l’obbligo per un politico non solo di essere onesto (giuridicamente parlando) ma anche di sembrare onesto (ossia dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio di essere a posto moralmente). Non c’è assolutamente niente di nuovo, siamo (purtroppo) alle solite.

Eppure, la gente risulta come ipnotizzata da questo gggiovane venditore di fumo, da questo sbarbato rappresentante del nulla. Molta gente si fa abbindolare dalla giovane età di questo consiglio dei ministri, dagli slogan di questo giovane presidente, dal “sex appeal” fotogenico solo di facciata di questo giovane governo pieno di donne. Tutti quanti ipnotizzati da questo miserabile specchietto per le allodole. Tutti vittime di questo indecente incantesimo. Tanto che degli insegnanti (che spero vengano presto radiati dall’albo) hanno fatto imparare a memoria una filastrocca indegna, per farla cantare a piccoli ignari bambini, tutti allineati come piccoli balilla davanti al Presidente. Come in una scena del “Villaggio dei Dannati”, i bambini dallo sguardo perso erano tutti ipnotizzati da Renzi: una scena così inquietante non me la sarei aspettata neanche dal miglior Hitchcock.

Morale della favola: quando Renzi si è risentito, indispettito dal commento di Beppe Grillo (e in realtà dalla reazione di migliaia di persone tramite internet, che condividevano questa vergogna della filastrocca in Rete), ha risposto “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, accusando Grillo di stare con Forza Nuova. A parte il fatto che questo non è mai stato vero, e che si tratta dell’ennesima balla del pinocchietto toscano, e senza contare che Renzi pare il meno adatto a dire qualcosa del genere (essendo lui andato da Berlusconi e da Verdini) ma fatemi capire bene: il fascista che va al governo senza essere eletto da nessuno, blindando una maggioranza non eletta e soffocando le libere elezioni, si mette pure a dare lezioni di antifascismo?

mercoledì 5 marzo 2014

I mille volti di un “Vaffanculo”


“Vaffanculo” è una parola che ormai è entrata nel linguaggio comune, se non addirittura nella cultura di questo paese. Parlando di cultura del “Vaffanculo”, mi riferisco ad esempio al mitico “Vaffanculo” di Massimo Troisi nel film “Non ci resta che piangere” nella scena del “fiorino”. Ormai, il “Vaffanculo” non è più una parolaccia, ma un’istituzione.

Tuttavia, si tratta di una parola dai mille volti, che può assumere non solo significati diversi, ma addirittura diversi valori.

Ieri mattina, Mario Mauro, ospite del programma Agorà sulla Rai, si è lasciato andare ad un inspiegabile sfogo mattutino, mandando a quel paese tutti coloro che, sul tema dell’Unione Europea, non la pensano come lui. Dimostrando peraltro un innato spirito democratico.

“La voglio ringraziare per l’opportunità che mi dà di mostrare il mio estremismo questa mattina. Vorrei infatti mandare a fare in culo tutti quelli che ce l’hanno con l’Europavisto che sento blaterare cose oscene.”

Così ha parlato l’ex ministro della Guerra (ops! Pardon: della Difesa) del governo Letta. Mario Walter Mauro, ora Senatore, è quello che ha passato 14 anni al Parlamento Europeo, militando qui in Italia per 10 anni con Berlusconi, poi cambiando la bellezza di 4 partiti in 4 anni. Della serie “Datemi una poltrona, e io vi seguirò”. L’ex berlusconiano ed ex montiano, membro di Comunione e Liberazione e del “nascente” gruppo Popolari Per L’Italia (con Casini e gente simile, per intendersi), è lo stesso che in diretta tv ebbe l’inspiegabile impulso a dire la verità quando confermò senza vergogna quello che ormai molti già sapevano, e cioè che l’Italicum (la legge elettorale aborto formato Renzi/Berlusconi/Verdini) era una legge fatta di proposito per eliminare non i piccoli partiti (che anzi si salveranno grazie alle alleanze, tipo Sel o simili) ma per eliminare un unico grande partito, il MoVimento 5 Stelle. Ricordiamo per dovere di cronaca che questi sono quelli che danno lezioni di democrazia.

Il “Vaffanculo” di Mario Mauro non solo va rimandato al mittente, ma rispecchia pienamente quel volto del “Vaffanculo” che si identifica con il potere costituito. Quando il potere costituito smette di occuparsi della cosa pubblica, favorendo banche, lobby, spese militari (Mauro è quello degli F-35 strumenti di pace, necessari e a basso costo!) e correnti pseudoreligiose, arrogandosi pure il diritto di mandare a fanculo una parte di paese che lavora e si spezza la schiena ogni giorno, allora rappresenta il massimo della violenza (intesa a livello politico) di quelle classi privilegiate (la nostra cara Kasta) nei confronti della società civile. Questo “Vaffanculo” è quanto di peggio potesse uscire dalla bocca dell’ex ministro guerrafondaio che comprò gli F-35 col culo dei contribuenti italiani, senza contare che dissentire con la direzione che sta prendendo l’Europa non costituisce certo un reato, anzi: è essenziale che l’Europa coinvolga maggiormente i cittadini nei procedimenti decisionali, cosa che attualmente è molto lontana dalla realtà. Le prossime elezioni europee non saranno infatti (come impropriamente dicono i politicanti) un referendum sull'Europa, ma un'importante decisione tra l'Europa dei cittadini e l'Europa delle banche.

Io mi ricordo un “Vaffanculo” bello, potente, giusto e disperato. Era il grido di molte persone che si sentivano beffate, illuse, prese in giro e affamate da una classe politica che aveva tolto loro ogni futuro, ogni prospettiva. Era il “Vaffanculo” di un popolo senza rappresentanza che non chiedeva altro che giustizia sociale e democrazia. Era un “Vaffanculo” diretto ai responsabili dello sfascio di questo paese, ed era una bella parola, anzi, bellissima, che mi sento di rinnovare anche oggi, in tutta la sua bellezza, contro gli artefici del disastro italiano.

C’è “Vaffanculo” e “Vaffanculo”: voi da che parte state?
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