lunedì 2 giugno 2014

L’onestà ai tempi della Repubblica


Vorrei scrivere due parole in occasione della festa della Repubblica. Oggi, nel giorno del sessantottesimo anno di età della Repubblica italiana, credo sia una buona idea partire (tanto per prendere un valido punto di riferimento) dalle parole del costituzionalista Gustavo Zagrebelsky:

Per cambiare l’Italia serve onestà. Ci convochiamo sotto il nome dell’onestà, che non è una parola moralistica. La politica non è il campo degli onesti, però se la disonestà diventa una questione nazionale assume una dimensione che non è morale, ma politica. A noi pare che questa sia una dimensione della nostra vita lasciata ai margini. L’Italia deve cambiare, ma per cambiare deve ritrovare i fondamenti della vita comune, che sono di dedizione al bene comune. Ci dicono che siamo degli integralisti perché richiamiamo questa dimensione; tuttavia, come diceva Sant’Agostino, una società dove non esiste l’onestà, non è una società, ma una banda di ladroni. La lettura quotidiana delle notizie ci dimostra quanto sia capillarmente diffusa la mancanza del senso dello Stato, che è il prevalere degli interessi comuni sugli interessi particolari. Oggi l’Italia è agli ultimi posti nelle classifiche sulla diffusione della corruzione: non ci salviamo se non affrontiamo questo tema. […]Bisogna riportare la situazione nel nostro Paese al punto in cui il rispetto delle leggi, la dedizione al bene comune, la correttezza nei comportamenti pubblici sia la normalità.”

Questo è davvero, a mio avviso, uno dei problemi principali che affligge il nostro paese, impedendo di fatto un vero cambiamento nella vita – politica e non – di questa nostra Repubblica. E mentre oggi si vanno consumando vuote e costose parate militari, degnamente capeggiate da quel dubbio personaggio che è il nostro Presidente della Repubblica Napolitano, inutili e grotteschi giri di parole su questa grande ricorrenza scorreranno in tutte le tv. Uno spettacolo raccapricciante che, unito alla dura realtà di trovarsi in un paese fondamentalmente disonesto, non potrà certo farci sentire fieri di essere italiani. Anzi, nel Paese della disonestà “come norma”, in cui atti di semplice onestà e senso civico vengono visti come atti eroici (ma spesso, purtroppo, come atti da fessi), in questa vera “banda di ladroni” che è la nostra Repubblica, c’è ben poco da andare fieri di quello che siamo diventati al nostro sessantottesimo anno di età.

Ma se la mancanza d’onestà è un problema – e lo è, dato che ancora siamo un paese che elegge rappresentanti indagati o condannati, e che si appresta a fare una riforma della giustizia con le mani di Matteo Renzi (condannato in primo grado per danno erariale) e quelle degli uomini che hanno firmato il Lodo Alfano, la mancanza di una corretta informazione è il secondo grande problema del nostro paese. Senza una corretta informazione, non può esserci democrazia. E un paese che non conosce democrazia è un paese finito, senza speranza, senza futuro. Se siamo al 68° posto nel mondo per libertà d’informazione, classificati nel 2014 come paese semi-libero dall’organizzazione Freedom House, dobbiamo farci seriamente delle domande a proposito del nostro sistema d’informazione. Da chi è controllato? È affidabile? Perché?

Non sono in cerca di alibi o di false speranza, ci mancherebbe, ma ogni volta che giudico così negativo il futuro di questo paese non posso fare a meno di chiedermi cosa succederebbe se l’informazione non fosse in mano ai partiti politici, succubi dei poteri economici finanziari. E per quanto sia ovvio che l’Italia sia un paese che non può essere esente dalla definizione “banda di ladroni” perfettamente assegnataci da Zagrebelsky, confido sempre nel fatto che con un’informazione libera (dunque degna di essere definita tale) ci accorgeremmo che la maggioranza degli italiani non è una massa di beceri, ignoranti, furbini del quartiere, ladri, evasori e disonesti in genere, ma semplicemente un popolo che non è mai stato messo in condizione dai media e dai mezzi d’informazione di essere coscientemente informato e pronto a decidere del proprio futuro.

È con questa speranza, dunque, che voglio celebrare questa importante ricorrenza odierna: un’informazione libera, dai partiti e dai poteri finanziari, che possa far risvegliare l’onestà che si cela in ogni italiano per bene. È in questi italiani per bene che confido. Ed è grazie a loro che, almeno un pochino, mi sento fiero di essere italiano.




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