domenica 20 luglio 2014

Ora e sempre, Pdmenoelle


È bastato appena un breve periodo di 2 mesi (scarsi) di apertura al dialogo tra M5S e Pd per dimostrare quello che ho sempre ritenuto una certezza inossidabile, ben prima dell’ingresso in politica di Beppe Grillo e della fondazione del MoVimento: il Pd e Forza Italia sono la stessa cosa. Non che mi reputi particolarmente “sveglio” ad aver avuta una simile intuizione (!) già anni fa, ma devo dire che trovarmi intorno molti piddini oggi chiedersi dove sia il tanto agognato cambiamento che il “rottamatore” doveva portare, mentre le riforme – come sempre – il Pd le porta avanti con B., mi costringe ad interrogarmi a proposito delle facoltà mentali degli elettori del Partito Democratico.

Il MoVimento 5 Stelle fece probabilmente un errore di valutazione, chiudendo al dialogo con il Pd sin dall’inizio (dialogo, per inciso, mai cercato neanche lontanamente dal Pd stesso): l’errore di valutazione consisteva nel dare per scontato che fosse già abbastanza evidente (e lo era) che il Pd e l’allora PdL non erano che due facce della stessa medaglia, un partito unico dell’inciucio, e che per cambiare il paese occorreva un drastico rinnovamento della classe politica nonché l’azzeramento di quel “partito unico” che aveva ridotto l’Italia in macerie. Purtroppo, gli italiani non si sono rivelati tanto “svegli”, e hanno creduto ancora una volta alla favoletta di turno: la “rottamazione”, “una riforma al mese”, “mai più larghe intese”, e il contentino degli “80 euro”. Tutte favolette, dato che il “rottamatore” non sembra aver voglia di rottamare altro che la democrazia stessa (stravolgendo con il suo piano folle ogni istituzione democratica e portandoci ad una pericolosissima deriva autoritaria), e dato che le riforme si fanno – come al solito – con il principale colpevole del disastro italiano, il maxi indagato e pregiudicato B.

La realtà, cari amici piddini (o, molto più propriamente, Pdioti) è che l’alleanza con il Pregiudicato non è mai stata di necessità, come gli storytellers democratici vi hanno sempre fatto credere, ma di affinità, di vocazione: è la somiglianza, è l’affinità del Pd – e dei suoi veri interessi – verso quelli di Forza Italia e del suo fondatore, ad attirare inevitabilmente le mosse politiche dei due partiti verso i medesimi obiettivi, con le medesime strategie. È la vocazione, irrimediabilmente ladra e antidemocratica, del Pd ad attirare a sé il suo mentore, Berlusconi, verso la stessa identica visione dello Stato: quella progettata da Licio Gelli, quella visione antidemocratica e autoritaria che ha permesso alla Casta (prima in modo occulto, subliminale, poi in modo aperto, dichiarato) di prolungare la propria esistenza, lo Status Quo che ha lentamente dissanguato questo Paese.

Le dichiarazioni recenti di Matteo Renzi (“Riforme con B, anche se condannato”) e di Debora Serracchiani (“B sempre il benvenuto, ci dà più garanzie del M5S”) non fanno altro che dimostrare ciò che la bellezza (ahimé) di 11 milioni di italiani ancora non ha capito – o non vuole capire: la straordinaria e veritiera equazione “Pd=Pdmenoelle” coniata da Beppe Grillo, è più che mai attuale. Ma quanto è stato facile per i vertici piddini prendere per i fondelli i propri elettori, per così tanto tempo? Una facilità imbarazzante, purtroppo, grazie alla quale ci troviamo nella situazione in cui siamo: un paese che si appresta a far riscrivere le proprie regole a condannati, mafiosi, ladri della democrazia.

PS: quanto possa servire non lo so, ma credo che tutti dovremmo firmare l’appello del Fatto Quotidiano.
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