domenica 26 ottobre 2014

Don’t feed the troll: e se lo dice lui…


Tim Berners-Lee è un informatico britannico, uno degli inventori del World Wide Web. Dopo lo storico invio del primo tweet in assoluto della regina d’Inghilterra, l’inventore del www ha parlato del fenomeno – sicuramente qui in Rete conosciuto tristemente da molti – dei troll.

La reazione di Berners-Lee di fronte a questo triste fenomeno è stata esplicita:

Disgusto. Penso sia nell’umana natura, abbiamo sempre avuto un lato meraviglioso e un lato oscuro e il web è facilmente accessibile a coloro che vogliono sfruttare quest’ultimo. Avevo sperato in un web in grado di dare alla gente strumenti per rompere le barriere nazionali e per favorire un progresso della conoscenza, ma è assai sorprendente per me che persone cresciute in modo normale da un momento all’altro diventino molto polarizzate nelle loro opinioni, diventando portatrici di odio invece che di amore.

Come fare a dargli torto? Beh, non si può. A meno di non essere disonesti nel profondo. E, vi prego, non parlategli dei 300 Spartani del Pd, altrimenti il povero Berners-Lee rischia di cadere in depressione.

Il fenomeno dei troll, in realtà, rispecchia tristemente il vero volto della natura umana, capace di grandi cose ma anche di grandi schifezze. Il problema è che questi troll molto spesso non restano isolati imbecilli in cerca di rissa, ma che si organizzino in gruppi, spesso addirittura piccole associazioni, fino a grosse organizzazioni come quelle degli Spartani del Pd. Se il fenomeno isolato è seccante, ma tutto sommato marginale, quello organizzato è una vera piaga per l’umanità – e non sto esagerando. La Rete rappresenta oggi la chiave per la comunicazione del futuro. Rende possibili scambi di informazioni e di conoscenze con una rapidità inverosimile, e ha la potenzialità per divenire uno strumento di democrazia diretta che solo una decina di anni fa non ci saremmo neanche sognati.

L’obiettivo ultimo di questi troll, soprattutto quelli organizzati, non è tanto distruggere questo o quel partito, o screditare questa o quella tesi. È delegittimare in toto quello che viene detto o scritto su internet. Che si tratti del ragazzino che trolla in Rete a danno di sconosciuti, o  degli Spartani del Pd, o dei cosiddetti debunkers (di ‘sta minchia, ndr) che per screditare le loro cosiddette bufale vanno a trollare in siti di controinformazione, poco importa: sempre si cerca di screditare non tanto la notizia in sé, ma l’affidabilità di quanto affermato in Rete.

Il modo, la faciloneria, la cialtronaggine con cui questi personaggi stanno buttando nel cesso il mezzo di comunicazione del nuovo millennio è disarmante. Forse mirano a tornare all’età della pietra (intesa in senso informatico, si capisce) per poter far sì che le uniche informazioni che circolano e che vengono prese per vere, siano quelle che escono dai media tradizionali, i quali sono molto e troppo spesso controllati più o meno direttamente dal Sistema. Come affermava Noam Chomsky in un formidabile articolo, nei media tradizionali vai avanti solo se ti conformi al Sistema di potere. Cominciano a farti pensare come loro da molto lontano, addirittura dalle scuole e dalle università. Ti insegnano a stare dentro certi limiti, e non porre domande scomode. Il grande pregio di internet è invece proprio quello che tu puoi porre ogni domanda possibile, che sia anche la più scomoda del mondo, tu la puoi porre.

Questa è una libertà che prima non avevamo, e grazie a questo semplice fatto, piano piano, molte verità scomode stanno venendo a galla in Rete. Il fenomeno dei troll mira proprio ad annullare questo vantaggio. Il troll lavora a servizio del Sistema e (cosa ancora più triste) spesso lo fa gratis, tanto è assuefatto a questo marcio Sistema di potere. Annientare questo fenomeno è vitale per tutti quanti, perché ne va della nostra informazione e, di conseguenza, della nostra esperienza di vita.

La soluzione, anche secondo Berners-Lee, è ignorarli. Don’t feed the troll, si dice: lasciateli sparare cazzate a vuoto. Prima o poi si isoleranno da soli.

venerdì 24 ottobre 2014

Orgoglio della Nazione


Orgoglio della Nazione è il nome del film immaginario che Quentin Tarantino ha inserito in Inglourious Basterds: si tratterebbe del film realizzato dal ministro della propaganda nazista Goebbels e atto a promuovere lo sterminio di centinaia di alleati da parte di un giovane cecchino, che nel film interpreta se stesso. È questa l’immagine che il cosiddetto “Partito della Nazione”, concepito dalla mente (perversa) di Matteo Renzi, ha suscitato nei miei pensieri, in modo assolutamente spontaneo.

L’idea di “Partito della Nazione”, in realtà, non è molto lontana dalla situazione attuale. Dopo anni di inciucio sottobanco, i due maggiori partiti politici italiani della Seconda Repubblica sono usciti allo scoperto mano nella mano, palesando di fatto quel matrimonio occulto che ha legato ogni loro interesse e ogni loro privilegio negli ultimi 20 anni. La causa scatenante è stata ovviamente il risultato sorprendente delle politiche del 2013, con il MoVimento 5 Stelle unico vincitore delle elezioni. I due partiti perdenti, arrivati rispettivamente secondo e terzo, si sono così messi insieme alla luce del sole per scavalcare l’unica forza politica realmente legittimata a governare. (NB: venendo meno l'appoggio di Sel al Pd, il Pd non aveva alcun diritto al premio di maggioranza, dato che come partito non arrivava che secondo alle elezioni.) È stato precisamente il giorno dell’elezione di Giorgio Napolitano (la sua seconda, incostituzionale, elezione a Capo della Stato) a segnare il debutto ufficiale del “Partito della Nazione” nello scenario politico italiano. Un partito già esistente, ma solo a livello occulto, nella mente dei personaggi che hanno tenuto in catene questo paese.

In questo senso, l’idea di Renzi non è certo niente di orignale: purtroppo, i partiti che lui vedrebbe convogliare nel “Partito della Nazione” sono gli stessi che stanno a sostenere le “larghe intese”. E meno male che Renzi era il “rottamatore” del “Mai più larghe intese!”. Ci credo: lui gli cambia nome alle larghe intese.

E il nome che Matteo Renzi affibbia alle larghe intese è ancora peggio, è molto più preoccupante. L’idea stessa di un “Partito della Nazione” è aberrante, puzza di fascismo e di totalitarismo. È un'idea malsana in cui si pensa di uniformare ogni cittadino, non in un eguaglianza di diritti, ma in un egualitarismo di pensiero. L’esistenza di un “Partito della Nazione” è l’essenza stessa del concetto di “pensiero unico”, inculcato a forza a tutti i cittadini, tramite scuole, università, televisioni, mezzi d’informazione e (se necessario) repressione. L’immagine di un “Partito della Nazione” è quella di un paese che azzera ogni valore, ogni differenza, ogni diritto e ogni libertà d’opinione.

Ma i nostri cari “amici” della “sinistra” sono sempre stati così. Pensateci bene. Prima fanno il Partito “Democratico”: il nome “democratico” già presuppone che gli altri partiti non lo siano, vuole tendere a farti credere che esista un’unica via per la democrazia, ed è votare i “democratici” salvatori della patria; questo poteva funzionare quando dall’altra parte c’era lo spauracchio berlusconiano (ancora alleato sottobanco, solo nominalmente avversario) ma quando questo è scomparso, allora serviva un nuovo nemico. E il nuovo nemico è arrivato, e tutti i mezzi d’informazione hanno avviato una campagna diffamatoria senza precedenti nella storia dell’Italia unita: fascisti inconsapevoli, razzisti, xenofobi, nazisti, grullini, manovrati, telecomandati, servi, leccaculo, e chi più ne ha più ne metta. L’altro fronte allora, quello detenuto dalla Casta propriamente detta, si arrocca nelle larghe intese: quale migliore occasione di affibbiarsi un altro nome così universale e trasversale possibile? “Partito della Nazione”, ossia l’unico partito che possa rappresentare la totalità dei cittadini.

L’idea stessa che questo “Partito Unico” possa esistere è un qualcosa che ha ben poco a che vedere con il concetto di “democrazia”. Già, perché se le “larghe intese” erano un’aberrazione politica e un delitto contro la democrazia rappresentativa, allora un “Partito Unico” vero e proprio ci ricorda tempi bui, tempi in cui non era possibile scegliere, non solo alle urne quale partito votare, ma nella propria testa in quali convinzioni credere.

È questo che vuole Renzi, autoproclamatosi “rottamatore” del “vecchio” e del “marcio” e in realtà salvatore di quella infame Casta che ci governa: un pensiero unico, di cittadini allineati come piccoli soldatini, che smetta di ragionare con la propria testa, adottando il suo pensiero politico come l’unico pensiero umanamente possibile.

Buona dittatura a tutti.

martedì 21 ottobre 2014

I Pink Floyd, "The Endless River" e il tifo da stadio


Mi è capitato di leggere sul blog di Valerio Cesari, speaker di Radio Libera Tutti e Radio Rock, un articolo sul nuovo album dei Pink Floyd, in uscita a Novembre, “The Endless River”. L’articolo mi ha lasciato sinceramente stupito, spontaneamente allibito e vagamente nauseato.

Facciamo una premessa: amo i Pink Floyd. Li ho sempre amati. Tutti gli album, dal primo all’ultimo, anche se in forma e in modo diverso. Ma la costante che tutti gli album dei Pink Floyd, da The Piper at the Gates of Dawn a The Division Bell, hanno in comune è una particolare caratteristica: mi hanno tutti rapito e fatto viaggiare con loro tramite le loro sonorità, mi hanno tutti preso per mano e condotto a meandri nascosti della mia anima. Questo è l’effetto che ogni singolo album dei Pink Floyd mi ha sempre procurato. Una droga allucinogena è meno efficace di un album dei Pink Floyd.

L’articolo di Cesari, che ogni tanto leggo sul suo blog, afferma che The Endless River, il disco che i Pink Floyd stanno per pubblicare dopo 20 anni di assenza di inediti, sarà una “truffa” ai danni dei fan.

“Pink Floyd sono la più grande band mai esistita sul pianeta terra: prendiamolo e mettiamolo da parte. E diamo anche per scontato che molti di coloro che ne parlano o si prostrano di fronte alla loro arte lo facciano per “pro forma” anziché consapevolmente: buona parte di questi compreranno il ‘nuovo’ The Endless River giudicandolo sin da ora – e senza alcun elemento a loro supporto – se non il disco del decennio, almeno il migliore del 2014.”

Sicuramente ci sarà una nicchia di fan che comprerà l’album e lo giudicherà a priori come un capolavoro. E magari, anzi probabilmente, non sarà un capolavoro. Di qui a giudicarlo ugualmente a priori come una “truffa” mi pare però eccessivo.

“Certamente, ‘non’ un disco dei Pink Floyd: che avevano smesso di essere tali almeno dai tempi di The Final Cut (1983), a tutti gli effetti il primo disco solista di Roger Waters. Da lì in poi solo una lunga e sofferta battaglia legale autorizzerà Gilmour, Mason e Wright (scomparso nel 2008) ad utilizzare il moniker della band, realizzando due album (A Momentary Lapse Of Reason e The Division Bell) che fatta eccezione per qualche perla davvero rara hanno messo a dura prova la noia e la pazienza anche dei più ortodossi: a maggior ragione la mia.”

Cominciamo a non essere d’accordo. I Pink Floyd di A Momentary Lapse of Reason e The Divison Bell non solo sono i Pink Floyd, ma tornano ad esserlo dopo che Roger Waters aveva ridotto gli altri membri della band come dei semplici turnisti di stesso. Non fraintendetemi: Roger Waters è un dio, è una delle vere anime dei Pink Floyd. Ma non è la sola anima dei Pink Floyd. E soprattutto, con rispetto parlando, non è un uomo, ma un ego che cammina su due gambe. La presenza di un simile soggetto in un gruppo finisce sempre per distruggere gli altri. Basti pensare a Ritchie Blackmore, ex Deep Purple e Rainbow: uno dei miei idoli indiscussi, senza ombra di dubbio; ma primadonna incontenibile (chi cazzo ti devi credere di essere per cacciare Ronnie James Dio dalla tua band?!?).

Insomma, a mio avviso, persino The Division Bell è un buon disco. Si tratta comunque di buona musica, che mi ha provocato ancora una volta quell’effetto “allucinogeno” di cui parlavamo prima – altro che mettere a dura prova la mia pazienza. What Do You Want From Me, Poles Apart, Take It Back, Coming Back To Life, Keep Talking, ma soprattutto High Hopes: vere perle che hanno il sapore vero e autentico dei Pink Floyd, attualizzandolo alle sonorità più moderne. A volte mi scopro a pensare che lo stesso album, se fosse uscito negli anni Settanta con qualche contributo di Waters qua e là, sarebbe considerato oggi un capolavoro. Ma si sa: è sempre più raro trovare qualcuno che ascolti un album scevro da pregiudizi, soprattutto negli ultimi anni.

“Purtroppo anche i Pink Floyd – anzi, quelli che noi “siamo costretti a chiamare tali” – sembrano aver contratto la stessa malattia (o sindrome) dell’eterno ritorno che ha colto prima di loro tanti illustri colleghi: pensiamo allo scempio compiuto in queste settimane dai restanti membri dei Queen, che continuano a rovistare con un certo froutterismo nel cassonetto dei brani cestinati o già proposti dal povero Freddie Mercury, che mai avrebbe voluto finire così.”

Calma. I Queen senza Freddie Mercury sono un’altra cosa. Per un semplice motivo. Nonostante il livello altissimo degli altri membri della band, Mercury era un alieno. Una vera leggenda. Probabilmente il miglior vocalist che il Rock abbia mai conosciuto. Un’eredità simile non la si può lasciare a nessuno. Ergo, i Queen di oggi dovrebbero essere considerati “quelli che noi siamo costretti a chiamare tali”, ma lo stesso discorso non vale assolutamente per i Pink Floyd. Vogliamo immaginarci i Pink Floyd senza Waters? Ascoltiamoci The Division Bell e li riconosceremo comunque. Voglio osare di più: provate ad immaginare Shine On You Crazy Diamond senza l’assolo introduttivo di David Gilmour. Chi è il pezzo più importante del gruppo adesso?

“E viene da chiedersi se per la felicità dei fan alle volte non sarebbe meglio intraprendere strade più che alternative quasi obbligate dal senso della decenza, molto spesso latitante: quanto sollievo proveremmo oggigiorno se i Guns N’ Roses, i Deep Purple, i Queen, i Pink Floyd, i Sepultura, gli Alice In Chains, i Led Zeppelin, gli Who – e chi più ne ha più ne metta – avessero smesso di chiamarsi “così”, col loro legittimo nome, già dall’epoca in cui tutto questo non sarebbe suonato così maledettamente sbagliato?”

È su questo paragrafo conclusivo che ho provato un vero brivido di terrore. I Guns N’ Roses farebbero bene a cambiare nome, ok, dato che non sono altro che un capriccio di quella fava di Axl Rose. I Queen magari potrebbero evitare di pubblicare album a nome dei Queen, come hanno fatto proprio ultimamente, ma perché non dovrebbero riproporre vecchi successi con altri frontmen, almeno in versione live? Ma su tutti gli altri, di cosa stiamo parlando?

Onestamente non ci ho visto più quando ha tirato in ballo i Led Zeppelin. Chi non ama i Led Zeppelin lo considero il nemico (si fa per dire!) e chi mi conosce personalmente lo sa. Sui Led Zeppelin non si transige. Sta di fatto però che buttare i Led Zeppelin in questo disordinato, frettoloso e distratto calderone non sta né in cielo né in terra. Dopo la morte di Bonzo Bonham nel 1980, gli altri tre si sono dedicati a progetti solisti, per di più restando lontani dalle grandi scene, suonando spesso per un pubblico affezionato o di nicchia. Solo per il concerto del 2007 alla O2 Arena di Londra hanno suonato di nuovo insieme, peraltro con il figlio del batterista, dimostrando inoltre di avere ancora la stoffa per suonare la loro musica. Anzi: in quell’occasione i Led Zeppelin dimostrarono quanto avrebbero potuto marciare sui fasti del passato se solo avessero voluto continuare, avendone pienamente i mezzi. È un aspetto che fa onore ancora di più alla scelta dei tre di non andare avanti con i Led Zeppelin dopo la morte di Bonzo. E adesso, deve arrivare Valerio Cesari a metterli nello stesso calderone di Axl Rose? Fatemi il piacere!

Io so solo che mi ascolterò The Endless River, e me lo ascolterò con grande curiosità e attenzione. E solo dopo non uno, non due, ma molti altri ascolti, potrò dare un giudizio. Perché questa storia di dare giudizi a priori su un album che ancora non è manco uscito deve finire. Abbiamo già il tifo da stadio nella politica, evitiamo di trasferire la stessa cosa anche nella musica.

domenica 19 ottobre 2014

Bravo Marco. E ora vattene da Servizio Pubblico


Quello che è successo l’altra sera a Servizio Pubblico è stato qualcosa che era nell’aria già da tempo. Non serviva altro che la scintilla, la causa scatenante per far scattare Marco Travaglio su quella sedia e lasciare lo studio.

Marco Travaglio è senza ombra di dubbio il miglior giornalista che abbiamo in Italia. Perché è realmente indipendente, perché scrive le cose come stanno – o almeno scrive analisi più o meno condivisibili, ma sicuramente sempre fondate. Anche alcuni editoriali che non mi trovavano per niente d’accordo (l’ultimo, ad esempio, è stato “Il Grillotalpa”, in cui cannava completamente l’analisi politica dell’alleanza M5S-Ukip) partono comunque da dati di fatto, da analisi fondate e oggettivamente obiettive. Non certo conclusioni viziate da questa o quella influenza politica. Ormai questo tipo di giornalista è una razza rara in questo dannato paese.

Difficile dunque leggere in modo chiaro questa collaborazione che (a stento) va avanti tra il più brillante giornalista italiano e quella specie di lacchè governativo che è diventato con gli anni Michele Santoro. Qualche tempo fa avevo scritto a proposito della sua irrefrenabile caduta: da giornalista libero e pungente a manipolatore della realtà ad uso e consumo di questa indecente classe politica. E non sto esagerando: prendere un attivista ed ex-candidato Pd di Piombino e spacciarlo come un “qualsiasi” operaio della Lucchini è manipolare la realtà; prendere quei pochissimi “angeli del fango” di Genova che hanno contestato Grillo e presentarli come se la totalità dei giovani di Genova avessero agito come loro, titolando la puntata “Beppe, ma che combini?”, anche questo è manipolare la realtà.

Marco Travaglio ha giustamente scritto, nel suo editoriale di risposta alla vicenda di Servizio Pubblico:

“Mi scuso, con la Democrazia tutta, per aver colto la differenza tra l’insulto e la critica, tra il lasciar parlare e il lasciar mentire.”

È esattamente questo il punto. Il compito di un conduttore televisivo serio, in un serio programma di approfondimento, non è lasciare parlare indistintamente tutti quanti. Altrimenti potremmo benissimo invitare a parlare Totò Riina e lasciare che inveisca contro questo o quello, lasciando esattamente lo stesso spazio a lui, mentre promulga falsità e insulti, e a un magistrato antimafia. Non si può trattare allo stesso modo chi mente spudoratamente e chi dice la verità. E soprattutto non si può manipolare la realtà, pratica molto in voga a Servizio Pubblico.

Marco Travaglio ha tenuto incollati al televisore milioni di persone ogni settimana, tutti sintonizzati su Servizio Pubblico, solo per sentir parlare lui. Non a caso, un tempo, l’editoriale di Travaglio usciva subito dopo quello di Santoro (sempre che si possa chiamare “editoriale” un’incredibile sequela di cazzate che il nostro Michelone nazionale s’inventa ogni settimana). Quando la regia si è accorta che l’audience calava subito dopo Travaglio, hanno deciso di metterlo in mezzo, così dove capita, giusto per evitare che i telespettatori si stufassero così in fretta di guardare Servizietto Pubblico.

Ma adesso basta. Travaglio dovrebbe prendere le sue cose e andarsene da quella cloaca massima che è diventato questo programma di bassa lega. Dovrebbe abbandonare Servizio Pubblico e lasciare Santoro e Vauro a gingillarsi con i loro sciocchi editoriali e le loro finte vignette satiriche. Dovrebbe far sì che Santoro possa mangiarsi le mani fino ai gomiti per aver fatto scappare l’unico elemento che teneva in vita il suo programma da due soldi.

E se Travaglio dovesse continuare a partecipare a questo programma, contribuendo con i suoi sempre brillanti editoriali, allora consiglio a tutti quanti la visione su Youtube, il giorno dopo. Ci sono decine di Youtubers che offrono l’editoriale di Travaglio da solo, tagliando via tutta quella immane spazzatura che ci sta intorno. Apritevi un computer e smettete di guardare quella robaccia di Servizio Pubblico.

mercoledì 15 ottobre 2014

I Dieci Comandamenti un tanto al chilo


A Dicembre, Roberto Benigni tornerà in televisione con due puntate in prima serata sui Dieci Comandamenti. Dopo Dante, la Costituzione e l’Inno di Mameli ora tocca alla Bibbia.

La violenta discesa di un grande comico, dai fasti del passato tra i vari Cioni Mario, i recital, i film più belli, fino alla totale assimilazione al sistema, l’asservimento a questa politica e al buonismo più banale e vacuo. Ecco cosa sono stati gli ultimi anni per il Robertone nazionale. Benigni non è che l’ombra del grande comico che è stato. Adesso questa storia dei Dieci Comandamenti.

“I dieci comandamenti hanno segnato il mondo intero: sono il riassunto di tutto, sono parole vive che contengono la morale, l’etica. Hanno fatto entrare l’infinito nella vita di tutti i giorni; uno chiede un caffè dopo averli letti e diventa immortale.”

Parole vive che contengono l’etica e la morale?!? Aspetta un attimo. I Dieci Comandamenti, anche un credente (se pensante!) lo riconosce, sono solo una lista incompleta e primitiva destinata a popolazioni altrettanto primitive. I Dieci Comandamenti non sono una lista di carattere etico e morale universale, ma hanno un senso solo se contestualizzati nel loro momento storico/culturale. Ah, che bello ricordarsi Benigni quando diceva che i Dieci Comandamenti non servivano e che ne bastava uno solo: “Ama e fa’ ciò che vuoi” di Sant’Agostino. Ma il Benigni di adesso non è così, non può dire più certe cose: si è assimilato perfettamente al mondo del potere e questo mondo comprende naturalmente anche la Chiesa Cattolica.

Quindi si va in TV, dopo aver banalizzato la Costituzione in un programma apprezzabile solo per metà (scarsa) riempiendolo di luoghi comuni e inesattezze storiche e politiche, a santificare dei comandamenti che di santo hanno veramente poco. Tutto per compiacere la Chiesa Cattolica, lo Stato (finto) laico e la stupidità dell’italiano medio. Ah, e ovviamente: soprattutto per compiacere le tasche. Già, perché questa marchetta cattolica di Benigni ci costerà la bellezza di 2,5 milioni di euro. Non vanno certo tutti a Benigni, per carità, si tratta del costo complessivo del programma. Insomma, vadano dove vadano, sono soldi nostri. E, se permettete, 250 mila euro a comandamento mi sembrano un tantino troppi.

Lo sapete come vorrei rispondere a Benigni a proposito dei Dieci Comandamenti? Beh, prendo volentieri in prestito le parole di un grande comico, l’immortale George Carlin. Questo è l’unico programma sui Dieci Comandamenti che vorrei sentire in televisione. Buon ascolto, la parola a George Carlin!


martedì 14 ottobre 2014

Madama Boldrini e i sette nani


Appena ho letto che Brunetta ha denunciato Beppe Grillo, reo di averlo chiamato “super-nano” dal palco di Italia5Stelle al Circo Massimo, sono scoppiato in una fragorosa risata. A parte il fatto, evidente e innegabile, che non si è trattato di un insulto, ma di un complimento (lo ha chiamato super-nano, il “super” è sicuramente un immeritato e gratuito complimento) resta comunque la stupefacente (scusate il francesismo) faccia di culo di questi politici di merda.

Se super-nano è un offesa – e non lo è, perché si tratta di un dato di fatto misto a un complimento – allora mi chiedo che cosa siano queste:

“Beppe Grillo semina zizzania” Walter Veltroni
“Per battere Grillo, bisogna dire più cazzate di lui” Silvio Berlusconi
“Beppe Grillo è un delinquente senza cuore” Clemente Mastella
“La Rete che frequenta il blog di Beppe Grillo è il peggio di questo Paese” “Vaffanculo ci vada lui e quelli che lo sostengono” Filippo Facci
“Grillo mi ricorda Mussolini” Giampaolo Pansa
“Benito Grillo” Tony Damascelli
“Il camerata Grillo” Repubblica
“Fascista del web” Pier Luigi Bersani
“Il Duce Beppe” Libero
“Squadrista contro l’Unità” L’Unità
“Grillo mi ricorda i fascisti, anzi i nazisti: ha la violenza verbale di Göbbels. Un fascio-comunista” Guido Crosetto (sì, quello di Fratelli d’Italia, senti da che pulpito)
“Grillo ha una logica vicina al nazismo” Antonio Pennacchi
“Tribuno sfiatato, eruzione cutanea” Marine Le Pen
“Grillo va a caccia di minorenni” Libero
“Grillo dalle 5 stelle alle 5 punte” Libero
“Grill Laden sgancia missili su Israele” Francesco Borgonovo
“Amico dei brigatisti” Il Giornale
“Beppe come Ceausescu” Libero
“Grazie a Casaleggio i massoni votano M5S” Libero
“L’antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore” “Grillo è fuori di senno” “Disturbati” Eugenio Scalfari
“Masnada di dementi” Giuliano Ferrara
“Grillo è un personaggio di brutale avidità” Ernesto Galli della Loggia
“Il Buffon Prodigo” Francesco Merlo
“Razzista” Toni Jop
“Grillo non è un comico: è un grosso impostore… Fa la guerra… annuncia il bagno di sangue” (Adriano Sofri)
“Uno squadrista che fa paura” “Grillo fa dichiarazioni da puttaniere, dimostra di avere un pisello piccolo” “È un mostro antidemocratico di volgarità e di menzogna... un'infusione di bestialità... Deve essere eliminato dal finto gioco delle regole e delle parti” Giuliano Ferrara
Ho terminato questa lista non a caso proprio con Laura Boldrini, detta Lady Guillotin, perché in soccorso dell’energumeno tascabile Renato Brunetta è arrivata addirittura la Preside Perbenista della Camera dei Deputati, appoggiando il povero “super-nano” con tutta la sua solidarietà. Proprio lei, che definì milioni di cittadini italiani onesti “potenziali stupratori” – per inciso, anche chi scrive è un “potenziale stupratore”, dunque attente – si permette di sentenziare su questa vicenda. È assolutamente vero che all’indecenza non c’è limite.

Biancaneve Boldrini, insieme ai sette nani e molti , ma molti altri, sono proprio i colpevoli dello sfascio della democrazia in atto in questo Paese. Il Nano B., che ancora controlla e tesse la tela della politica italiana grazie al Nano Pinocchietto Renzi, continua con il suo piano antidemocratico di chiara ispirazione piduista. Il super-nano Brunetta, che in una selezione di nani non può certo mancare. Il Monarca Assoluto, Giorgio NapoliNano, anche lui non può mancare in questo quadretto. Ma Nani (della democrazia, si intende) sono tutti quei personaggi che vanno dalla Boschi alla Bonafé, tutti quei signori Nessuno che altro non sono che “belle facce” mostrate da questo infame governo per portare avanti uno scellerato piano di distruzione delle istituzioni democratiche. E purtroppo, questi nani sono ben più di sette.

Fonte delle citazioni: "Ve lo do io Beppe Grillo", A. Scanzi, capitolo "Dicono di lui" e articolo di Marco Travaglio

domenica 12 ottobre 2014

The Irish Feeling /7 "Final Chapter"


La mattina della partenza dall'aeroporto di Dublino, dopo un viaggio di 9 giorni in giro per il Sud dell’Irlanda, mi ha fatto provare emozioni contrastanti. La voglia di tornare a casa da una parte, perché anche un amante del viaggio come me sente il bisogno di tornare a casa per rivedere le persone che ama (una meravigliosa futura sposina mi aspettava, e non potevo certo pensare ad altro…!), ma dall’altra c’erano varie emozioni che vanno dalla nostalgia dei luoghi meravigliosi che avevamo avuto la fortuna di visitare, la consapevolezza che lo stupore provato nell’ammirare le terre irlandesi non sarebbe più tornato se non con un altro viaggio in Irlanda, fino al chiedersi e al domandarsi come sia stato possibile realizzare finalmente questo sogno, il viaggio che desideravo da anni, con dei veri amici e nel modo migliore possibile.

Perché è di questo che si è trattato: il viaggio di una vita. Quello che aspetti di fare da una vita e che ti porterai dentro per il resto della vita. Quello che ti influenzerà e influenzerà ogni tua esperienza finché ne avrai memoria.

Mi ero sempre sognato l’Irlanda come una terra magica, mistica, misteriosa e ipnotica, con paesaggi maestosi e incontaminati, con una natura selvaggia ma non ostile, con persone solari e festose, capace di regalare emozioni forti e commoventi. Ho trovato tutto questo in Irlanda, e molto di più. Perché io me la immaginavo bella, molto bella, ma non così tanto.

Dalla bella capitale a misura d’uomo, Dublino, cosparsa da quell’odore di malto d’orzo tostato che proviene dal suo cuore meccanico, la fabbrica della Guinness, fino ad arrivare alle alte scogliere a picco sull’oceano, la natura che ti commuove e che ti spazza via con il potente vento irlandese, agli spiriti delle divinità pagane che aleggiano attorno alle croci celtiche dei cimiteri e alle rovine preistoriche di Dún Aonghasa: in Irlanda, tutto sembra comunicarti qualcosa, con un linguaggio più diretto e schietto di qualsiasi altro linguaggio. È il linguaggio di una terra meravigliosa che ti porta in dono tutte le sue bellezze, regalandoti un’esperienza unica, e che rimarrà con te ogni volta che ci ripenserai. Anche da casa, a migliaia di chilometri di distanza, il solo pensiero di uno scorcio tra le rocce da cui si intravede il sole a picco sull’oceano, il solo pensiero di quel verde così verde da ubriacarti, il solo pensiero di quelle scogliere alte 200 metri sull’oceano selvaggio e profondo: tutti questi pensieri ti faranno rivivere quelle emozioni che l’Irlanda ti ha regalato, con una vividezza davvero stupefacente.

Buoni propositi per il futuro: tornare in Irlanda. Tante volte. Sicuramente una volta per fare il viaggio “opposto” a quello che abbiamo fatto quest’anno, e cioè le coste del Nord dell’Irlanda, tutte le coste da Dublino a Galway passando per Belfast e la Giants Causeway. E poi molte, moltissime altre volte, per esplorare in modo più dettagliato le singole zone. Come si fa a non tornare nel Kerry, per godere di ogni singola bellezza presente lungo il Ring che segna il giro completo della penisola. Oppure la penisola di Dingle o quella del Beara. E perché non l’entroterra allora, che promette di essere altrettanto bello.

Insomma, il “mal d’Irlanda” si fa già sentire ad appena un mese di distanza dal rientro in Italia, e sarà sempre così, finché non verrà appagato nuovamente con nuovi viaggi e avventure irlandesi.

L’Irlanda ti strappa via il cuore e te lo rende sotto forma di qualcosa di più bello, di più completo, di più saggio. È questo che i 1500 chilometri percorsi in giro per l’Irlanda mi hanno fatto, e ringrazio questa terra meravigliosa per tutto quanto. E spero, almeno in piccola parte, di aver regalato anche solo un pizzico di queste emozioni a chi ha seguito questo viaggio tramite il blog.

Viva l’Irlanda!


I nostri 1500 chilometri d'Irlanda.

sabato 11 ottobre 2014

The Irish Feeling /6


Inizia (purtroppo) la parte conclusiva del nostro viaggio irlandese, alla scoperta delle contee di Cork e Kilkenny.

Blarney Castle, contea di Cork
Poco prima di fermarsi a Cork, facciamo una visita al Blarney Castle. Wow. Il parco è incredibile, sembra per un attimo di non essere più in Irlanda ed essere finiti in quegli immensi giardini che si trovano spesso in Germania o in Austria. Per chi è stato a Vienna, mi ha dato l’impressione di una sorta di Schönbrunn o di Belvedere, ma molto più grande e molto più verde. Con al centro il bellissimo castello, cose da perderci la testa.

Sul castello ovviamente si può salire, essendo il Blarney Castle uno dei punti maggiormente visitati d’Irlanda, anche grazie alla piccola leggenda che porta con sé: si dice che chiunque baci la famosa “Blarney Stone”, la pietra situata sull’ultimo livello della torre, riceverà il dono dell’eloquenza. Dopo aver visto le condizioni precarie con cui, sdraiati, ci saremmo dovuto reggere per baciare la pietra, abbiamo pensato “Vorrà dire che l’eloquenza la riceveremo con l’esperienza”. Il tutto proprio mentre un inglese che avevamo accanto esclamava “No way in hell”.

Arriviamo infine a Cork che, pur essendo la terza città d’Irlanda, devo dire la verità: un po’ mi ha deluso. Complice magari il fatto che la pioggia ed il vento presi in bicicletta sulle isole Aran qualche giorno prima stessero facendosi sentire proprio a Cork (la sera se non avevo 38 poco ci mancava!) ma sta di fatto che Cork mi è sembrata poco irlandese e molto, ma molto poco viva. Non è possibile, nella terza città irlandese (seconda, se escludiamo Belfast) che le cucine dei ristoranti e dei pub chiudano alle 8. Lo capisco per il villaggio di 3 case (in cui la cucina stava aperta anche fino alle 9!) ma non certo in una città come Cork. Non a caso, la sera fuori non si respirava certo quell’atmosfera festosa e divertente tipica di questo paese.

Ad ogni modo, la città è bella e vale senz’altro una visita. Fermarsi per la notte, così così.

Rock of Cashel
La mattina dopo, si riparte! Prima di arrivare a Kilkenny, facciamo una sosta intorno all’ora di pranzo a Cashel, nel Tipperary, per ammirare la magnifica Rock of Cashel, la rocca di San Patrizio. La Rock of Cashel è imponente, è dominante, è assolutamente perfetta. Dalla sua posizione leggermente rialzata si staglia come una visione di un tempo lontano, come se tu la vedessi ma in realtà ti apparisse come un miraggio proveniente dal passato. Dal cimitero circostante la rocca, disseminato di croci celtiche, si ammira un paesaggio panoramico davvero stupefacente della bella campagna verde e pianeggiante del Tipperary. La rocca è imponente anche vista da vicino, anche vista dal suo interno. Il tetto, ormai inesistente, è costituito dal cielo d’Irlanda, che sempre veglia su di essa. Nella mia terra, la Toscana, qualcuno potrebbe aver visto l’abbazia di San Galgano. L’impressione che ti dà la Rock of Cashel è proprio quella, con la differenza che San Galgano si incastona alla perfezione con il paesaggio dell'alta Maremma, mentre San Patrizio domina nella maniera più assoluta i verdi prati intorno a Cashel. Accanto alle croci celtiche, al bastione, alla possente facciata della rocca, provi di nuovo quella sensazione bellissima, confusa tra viva emozione, innocente commozione e inspiegabile eccitazione che, oramai lo avrete capito, mi piace chiamare Irish Feeling.

Rock of Cashel, Tipperary, Irlanda - Abbazia di San Galgano, Toscana, Italia

E proprio restando in tema di Irish Feeling, credo che la tappa conclusiva del nostro viaggio rappresenti splendidamente un degno finale per questo road trip irlandese: Kilkenny.

Kilkenny è un gioiellino. Una delle città più autenticamente irlandesi che abbiamo avuto la fortuna di visitare. È concentrata tutta in poco spazio, e tutto lungo il fiume Nore. Dal castello alle tante (e bellissime) cattedrali, è un susseguirsi di scorci mozzafiato, di vicoli in pietra, di pub dalle insegne tipiche e colorate.

Il fiume Nore con il Kilkenny Castle sullo sfondo
Una curiosità: proprio di lì a poco ci sarebbe stata la finale di Hurling (lo sport tipico irlandese, simile a calcio e rugby, ma la palla viene colpita con una mazza) e neanche a farlo apposta lo scontro sarebbe stato tra le vicine Kilkenny e Tipperary, da sempre rivali. Di conseguenza, Kilkenny era letteralmente tappezzata dai colori della contea, il giallo e il nero, con la scritta Go Cats! ovunque in città: un vero tripudio di colore e appartenenza al territorio. Perfino sul palazzo del Comune. Per un attimo (perdonatemi questo pensiero squisitamente campanilista!) ho pensato a Palazzo Vecchio tappezzato di viola, per sostenere la Fiorentina, e ho sorriso con gusto.

Una sosta ovvia e obbligata per chiunque voglia visitare Kilkenny è la visita alla fabbrica della birra di St. Francis Abbey. E no, non è la birra Kilkenny che troviamo sempre negli Irish pub a casa nostra. È la Smithwick’s la birra autentica di Kilkenny, nonché la birra più antica d’Irlanda, prodotta dal 1710. La Kilkenny altro non è che la birra d’esportazione, che presenta molte differenze con la Smithwick’s. Se chiedete, a Kilkenny, cos’è la birra Kilkenny, vi risponderanno che un giorno Guinness e Smithwick’s si sono unite e hanno avuto un figlio di nome Kilkenny, destinandolo unicamente all’esportazione.

A St. Francis Abbey vale senz’altro la pena di perdere un’oretta per fare il giro del birrificio, guidato molto spesso da membri stessi della famiglia Smithwick, che si chiude in bellezza con una buona pinta rosso rubino di una ale irlandese di altissima qualità. A Kilkenny la Smithwick’s è un’istituzione, chiedetela nei pub e ve la serviranno con orgoglio. A proposito, non pronunciatelo “correttamente”: nel tempo, dopo numerose influenze dialettali, il nome si pronuncia quasi “Smethick’s”, con la “i” che quasi suona come una “e” e con la “w” che diventa muta.

Dopo aver passeggiato per questa piccola città così autentica e così familiare, tra le sue chiese, il suo Castello e lungo le vie del centro, ci fermiamo per cena al Kyteler’s Inn, che nel 1300 fu la casa di Alice Kyteler, una donna accusata di stregoneria dopo che 4 dei suoi ex mariti morirono in circostanze sospette. La donna riuscì a fuggire in Inghilterra, la sorella (anche lei condannata) sparì nel nulla e la damigella (unica condannata ad essere poi giustiziata) fu bruciata sul rogo proprio davanti al palazzo del Comune. Che storia! Oggi la casa di Alice Kyteler è questo affascinante pub, che conserva al piano terra le vere cantine originali della “casa stregata”. Al piano di sopra, ricostruito in tempi recenti seguendo lo stile della vecchia casa, ogni sera potrete assistere a musica tradizionale irlandese e tipico irish story-telling. Una cena favolosa, insomma, al Kyteler’s Inn: tanto per farci prendere male l’ultima cena irlandese del nostro stupefacente viaggio.

Kilkenny Castle
Era ormai l’ora di tirare le somme del nostro road trip irlandese, che stava praticamente giungendo al termine, raccogliere i pezzi di quello che avevamo visto e, citando i Modena City Ramblers, riportare tutto a casa.

venerdì 10 ottobre 2014

The Irish Feeling /5


Killarney è un gioiellino: un piccolo paese nella contea di Kerry che costituisce un punto ideale in cui fermarsi per esplorare le bellissime penisole di Dingle, Kerry e Beara. Lo è prima di tutto per la posizione strategica, praticamente equidistante dalle tre penisole. E lo è anche come tipo di paese: allegro, concentrato in un centro relativamente piccolo, giusto equilibrio tra divertimento e quiete.

È da lì che partiamo per una giornata con oltre 350 km di macchina che, a mio avviso, include alcune delle più belle strade d’Irlanda.

La vista delle Blasket Islands, penisola di Dingle

Si comincia con lo Slea Head Drive, la strada panoramica che da Dingle fa il giro dell’omonima penisola, passando appunto per Slea Head, il punto più occidentale d’Europa. Arrivare percorrendo una strada spettacolare, fermarsi vicini a Slea Head per lasciare l’auto in una piazzola e incamminarsi verso la “punta” più estrema d’Irlanda non ha prezzo. Ci avviciniamo sempre di più alla “punta” e, quando ci arriviamo, è difficile trattenere l’emozione. Provi ad abbracciare tutto l’oceano e ti accorgi che le tue braccia non ti bastano. Arrivare sulla cima di una roccia, dal punto più alto della “punta” e ammirare il paesaggio, allargare le braccia e lasciare che il vento diventi parte integrante di te stesso, respirare a pieni polmoni l’aria salata dell’Oceano e sentirsi un tutt’uno con la natura circostante: queste sono le emozioni che solo l’Irlanda può regalare, solo viaggiando nelle tre penisole del sud-ovest irlandese.

Slea Head, penisola di Dingle
Ci fermiamo poi per pranzo a Dingle, dove ci gustiamo un Fish & Chips da 10 e lode, con platessa appena pescata e patate tagliate a mano e buttate a friggere sul momento. Si chiude con una torta al whiskey che quantomeno ti dà la giusta carica per ripartire.

Panoramica tipica del Ring of Kerry
Ci addentriamo adesso in quella che forse è la strada panoramica più famosa d’Irlanda: il Ring of Kerry. Si tratta di un vero e proprio “anello” che tocca i punti più panoramici della costa del Kerry. Tuttavia, la prima parte, quella più a nord, è bella; ma è la seconda parte, quella che da Cahersiveen passa da Portmagee e finisce a Kenmare, quella che davvero ti lascia senza fiato.

Vicino a Portmagee è possibile fermarsi ad ammirare le Cliffs of Kerry, con una vista eccezionale sull’oceano e sulle Skellig Islands. Da lì in poi è un susseguirsi di punti panoramici a perdita d’occhio, di montagne verdi e rocciose che si intervallano, laghi sull’interno e scogliere a picco sull’esterno, spiagge bianche e villaggi tipici. L’unico rimpianto è che il Kerry merita molto di più di un pomeriggio: tornarci in un (breve) futuro è dunque obbligatorio.

Cliffs of Kerry, penisola di Kerry
La penisola del Beara è invece quell’Irlanda selvaggia e sperduta che è rimasta fuori dal mondo, quell’Irlanda che speravi di trovare durante il viaggio. Il “capoluogo” della Beara Peninsula è Castletown, appena più di un piccolo villaggio. Non esistono strade statali o autostrade in questa penisola, solo piccole strade di montagna e passi, strette quasi da non scambiarsi con chi viaggia in senso contrario.  Queste strade sono come incastonate nelle rocce e costituiscono un giro panoramico senza precedenti nel nostro viaggio irlandese. Ci fermiamo a dormire a Allihies, un paese di poco più di una decina di case e due pub. Perché in Irlanda sul pub non si transige, piuttosto manca la chiesa, ma il pub no: quello non manca mai, anche se si tratta di un villaggio di cento anime. Irene, la proprietaria del piccolo B&B, ci indica dove andare a mangiare un fantastico salmone con purè accompagnato da una scura pinta di Murphy’s. Il sole intanto cala a picco nell’Oceano ed è davvero mozzafiato.

Allihies è proprio quell’Irlanda che hai sempre sognato. Fuori dal mondo, dal tempo, isolata da tutto e da tutti. Gli abitanti del posto (appena 650 persone) quasi neanche li capisci, quando parlano. Il loro dialetto è delizioso e incomprensibile al tempo stesso. Allihies è una chicca con vista sull’oceano, una fiaba da raccontare, un sogno da cui non volersi svegliare. Una perla racchiusa da rocce e verdi prati, pascoli che vanno liberi (anche per le strade!) e l'azzurro e profondo oceano. Allihies è l’Irlanda, nella sua concezione più completa e sognante. È il luogo dove il viandante si ferma per passare una notte prima di rimettersi in cammino, per poi scoprire che quel posto gli è rimasto nel cuore e non se ne andrà più via.

Dursey Island
La mattina seguente proseguiamo verso la punta più estrema della penisola di Beara, dove la terraferma incontra Dursey Island. Dursey Island è una piccola isola (lunga 6,5 km e larga 1,5 km) raggiungibile solo con una funicolare, l’unica funicolare di tutta l’Irlanda, perché la navigazione è resa quasi impossibile dalle correnti e dagli scogli a pelo d’acqua. Abitata da 50 persone (dato del 2008) conserva quel fascino di natura incontaminata e di paradiso fuori dal mondo che ormai sembra non essere più possibile. Se avevamo avuto l’impressione di stare fuori dal mondo alle isole Aran (e non ci sbagliavamo) qui la cosa è ancora più netta, ancora più marcata. Sei davvero fuori dal mondo. Su Dursey Island sai che l’unico mezzo per entrare o uscire dall’isola è una funicolare usata anche per spostare il bestiame. Su Dursey Island incontri più pecore e mucche che esseri umani. Non esistono bar, ristoranti, pub, centri abitati, niente del genere. Le poche case che si trovano sull’isola sono sparse qua e là lungo la superficie. Le risorse principali (le uniche) sono agricoltura e allevamento. Il silenzio che pervade quest’isola è qualcosa di mai provato prima: ti pervade fino al punto in cui anche il più piccolo rumore, magari proveniente dal belare di una pecora o dalle onde dell’oceano, ti sembra amplificato e reso magnifico da quel contesto.

La ciliegina sulla torta è stata tornare sulla terraferma per notare il barroccino appena aperto che serviva Fish & Chips espresso, che ci siamo gustati seduti sul verde prato con di fronte l’oceano e ammirando Dursey Island, un luogo magico e incantato che esiste solo nella nostra immaginazione. Oppure in Irlanda. Beh, le due cose stavano diventando fin troppo simili, a quel punto del viaggio. Perché l’Irlanda è un sogno, e ne avevamo ogni giorno una conferma.

giovedì 9 ottobre 2014

The Irish Feeling /4


La mattina seguente ci svegliamo alle 7 per una ricca colazione e ci mettiamo in viaggio senza perdere un minuto. Direzione Doolin, piccola città portuale non molto lontana dalle Cliffs of Moher, dove avremmo preso il traghetto per addentrarci nelle insidiose acque dell’oceano che ci avrebbe portato alla maggiore delle isole Aran: Inishmor.

Le isole Aran sono un complesso di tre isole, in ordine di grandezza: Inishmor (42 km quadrati, 1200 abitanti), Inishmaan (9 km quadrati, 200 abitanti) e Inisheer (8 km quadrati, 260 abitanti). Gli abitanti delle isole sono principalmente dediti a forme particolarmente primitive e rurali di agricoltura e allevamento, con quei tipici campi separati da muretti a secco (paesaggio tipico di queste isole). Nonostante la natura conservativa e schiva degli abitanti (e si capisce, dato che le isole Aran restano uno degli ultimi esempi di lingua irlandese parlata) l’attività principale è il turismo. Perché le isole Aran sono una tappa obbligata – un’altra – per ogni viaggio in Irlanda che si rispetti. Anzi, dico di più: se mai tornerò in quella zona (Galway, il Clare, etc…) mi fermerò sulle Aran per almeno un paio di giorni, per girarle tutte quante in bicicletta. Ma stavolta prendo l’aereo dal Connemara airport, perché il viaggio in mare può diventare davvero movimentatone so qualcosa…!

Paesaggio tipico delle Isole Aran
Arriviamo a Kilronan, villaggio principale di Inishmor, e prendiamo bici a noleggio, panini, acqua e una barretta di cioccolata: siamo pronti a scoprire l’isola. Non appena la strada si restringe e ci allontaniamo da Kilronan, arriva subito fortissima la sensazione di essere finiti fuori dal mondo. Silenzi quasi assordanti, che ti lasciano percepire il rumore dell’Oceano che si scaglia contro le bianche spiagge irlandesi. Se non fosse stato un tipico tempo irlandese (freddo, vento, pioggia fine e insistente) credo che avrei provato a fare il bagno: non capita tutti i giorni di fare il bagno dell’oceano. Quei campi e quei prati, separati tra loro dai tipici muretti a secco, ti danno la sensazione di essere all’interno di un paesaggio dipinto, irreale, concepito solo dalla tua immaginazione.

Seven Churches
Dopo pochi chilometri ci fermiamo a Na Seacht dTeampaill (the Seven Churches). Si tratta di un complesso monastico sviluppatosi tra l’VIII e il XIII secolo d.c., rimasto ora un luogo di raro fascino, sperduto dal resto del mondo e carico di potenza mistica e visiva. Pare di essere finiti in una copertina di un album black metal, o roba simile. Un po’ come a Clonmacnoise, con la differenza che stavolta non avevamo musei o visitor centre vicini; non avevamo strutture, parcheggi o bagni pubblici lì accanto: eravamo semplicemente immersi in un luogo fuori dal mondo e fuori dalla storia, sperduti nell’Oceano Atlantico, con solo qualche mucca a tenere vivo il posto. Potevi percepire gli spiriti delle persone sepolte nel cimitero, sotto quelle imponenti croci celtiche, e mentre sussurravano avevano la voce dell’oceano che si agitava intorno a te. La magia esiste, davvero. In Irlanda puoi sentirla.

Il forte preistorico di Dún Aonghasa
Torniamo alle bici e pedaliamo verso la nostra prossima (e, ahimè, ultima) meta su Inishmor: Dún Aonghasa. Si tratta di uno dei molti forti preistorici costruiti sulle isole Aran. Dún Aonghasa fu costruito durante l’Età del Bronzo, deditcato al Dio pagano Aengus. Si compone di alcuni semicerchi concentrici costruiti a picco sulle scogliere dell’isola, ad un’altezza di 100 metri. Dobbiamo lasciare le bici e proseguire a piedi (si sale per circa 15 minuti prima di arrivare al forte) per poter infine entrare nei semicerchi che si affacciano sull’oceano. E, mio Dio, la vista è pazzesca. Se ci aggiungi il fatto che ci siamo capitati in una giornata in cui il tempo era ventoso e umido, questo rende la visuale delle scogliere, letteralmente picchiate dall’oceano con tutta la sua furia, davvero spettacolare. Quando ti affacci e guardi verso la nebbia all’orizzonte, con 100 metri di scogliere sotto di te e il vento che ti spinge all’indietro, ti senti un po’ come il Viandante di Friedrich. Hai quella sensazione al contempo di assoluta potenza e di completa impotenza. Ti senti potente perché ti senti tutt’uno con la natura, con il forte preistorico, con il vento che ti parla e con l’oceano che si muove, ti senti come il Dio Aengus che i pagani adoravano tanto da costruirgli quel forte in una posizione così dominante. Ma al tempo stesso ti senti impotente perché quella forza straordinaria che l’Irlanda ti stava scaricando addosso tutta d’un fiato ti fa sentire piccolo, minuscolo e insignificante come non ti eri mai sentito, e capisci che quel Dio lontano dei pagani aveva ancora mantenuto intatta tutta la sua potenza ed il suo splendore, grazie a quel luogo immortale costruito sulle scogliere di un oceano scuro e profondo.

Le scogliere di Inishmor
Credo che non dimenticherò mai il pranzo di quel giorno, seduti sul ciglio delle scogliere a mangiare un panino, mentre il vento ti picchia contro e le onde dell’oceano si spaccano come cristalli sulla roccia delle scogliere di Inishmor.

Torniamo a Kilronan con le bici e, dopo un movimentato viaggio di ritorno (da non fare mai più!), ci rimettiamo in macchina, direzione Killarney. Il giorno successivo ci aspettava il Ring of Kerry, che mi ero sempre immaginato come un giro in macchina nell’Irlanda più bella e autentica. Mi sbagliavo: sarebbe stato molto più bello di ogni mia immaginazione.


The Trio of Aran :D

mercoledì 8 ottobre 2014

The Irish Feeling /3


La mattina a Galway siamo stanchi per la serata precedente, ammazzata a suon di rock 'n' roll e birra irlandese, ma siamo subito ricaricati da un irish breakfast coi fiocchi preparato da un delizioso e familiare B&B. Siamo dunque pronti a partire, verso nuove mete lungo la strada irlandese.


Dunguaire Castle
Prima sosta: Dunguaire Castle. Gli irlandesi lo hanno chiamato “castello”, ma si tratta in realtà di una casa-torre costruita nel 1520, che prende il nome dal Re Guaire di Connacht. Il prefisso “Dun” lo troverete molto spesso nei nomi dei castelli o dei forti irlandesi, significa infatti proprio “forte/fortezza/castello” in lingua gaelica (basti pensare al leggendario Dún Aonghasa a Inishmor, Isole Aran). Dunguaire Castle è uno di quei posti da favola che sembrano essere usciti da un dipinto tardo-medievale. La sua posizione, su questa piccola sporgenza immersa nel golfo di Kinvara, dà quasi l’impressione che questa casa-torre spunti fuori non so come dall’acqua, con una sorta di mistica ascesa. La bandiera irlandese sventola alta nel cielo, e sentiamo dunque il bisogno di fare la nostra prima foto “simbolo” di questo viaggio, mettendo in bella vista la nostra bandiera irlandese: una sorta di segnale che “qui ci siamo stati”.
Decidiamo poi di prendere la strada panoramica, la stretta statale che passa proprio accanto alla costa che unisce le due contee di Galway e di Clare. La scelta si rivela quanto mai azzeccata: a sinistra il Burren, a destra l’oceano… Il Burren è letteralmente una “grande roccia” che si estende per la quasi totale superficie del Clare, un vasto tavolato di pietra che rende questo paesaggio unico al mondo. Lo rocce, specialmente quelle vicine alla riva, sono come grandi pavimenti liscissimi levigati dal vento e dagli schizzi d’acqua salata: uno spettacolo davvero raro.


Black Head
È proprio in questo contesto che improvvisamente sentiamo l’irrefrenabile bisogno di fermarsi per una sosta non preventivata e ammirare il paesaggio. È lì che finiamo a Black Head, un “capo”, una delle tante “punte” della costa irlandese. Fermiamo l’auto in una piazzola e improvvisamente ci scopriamo a correre verso l’oceano (in particolar modo uno di noi tre, che si è letteralmente scapicollato tra le rocce gridando come un forsennato). Ecco, questo è Irish Feeling, o quello che intendo io per vero spirito d’Irlanda. Trovarsi spontaneamente a fare qualcosa di strano, di impossibile, di sciocco, come correre tra enormi pietre levigate dal vento per arrivare in riva all’oceano, gridandogli contro qualsiasi cosa pur di trovare quella incommensurabile sensazione di libertà che puoi provare solo quando ti lasci andare senza freni tra le braccia di una natura selvaggia e incontaminata. Davvero, ragazzi, il bisogno di gridare contro l’oceano era qualcosa che non si poteva certo trattenere. In quel preciso istante, con il vento che mi sbatteva contro, con la fronte leggermente bagnata dagli schizzi dell’oceano, con alle spalle 300 km quadrati di pietra distesa verso di me… la parola “libertà” ha assunto una concezione diversa: più concreta, più vicina, più percettibile. Più libera.

A quel punto, dopo non so più quanto tempo che eravamo lì (perché il tempo si blocca per davvero in questi momenti), me ne esco con una frase: “Ragazzi, chi vuole andare a vedere le Cliffs of Moher?!?”. E via, dietrofront, verso la macchina. Perché la strada era ancora lunga e ricca di sorprese.



Arriviamo poco dopo alle Cliffs of Moher. E mio Dio, che spettacolo.

Cliffs of Moher
Le scogliere di Moher, che in gaelico si chiamano letteralmente “scogliere della rovina”, sono una delle bellezze naturali più incredibili che si possano vedere. Una fascia costiera rocciosa lunga circa 8 chilometri, con un’altezza sul mare che varia da 120 a 214 metri. Si tratta ovviamente di uno dei luoghi più visitati al mondo, e sicuramente il più visitato d’Irlanda, per cui è inevitabile ritrovarsi a contatto con i soliti turisti selfie-bimbominkia che rovinano l’atmosfera all’istante. Ciononostante, il bello delle Cliffs of Moher è che la loro potenza visiva, la loro splendida spettacolarità, le rendono impossibili da rovinare persino a contatto con turisti di ogni genere. Un luogo divenuto turistico che però non ha perso la propria autenticità. E questo anche grazie al fatto che si può uscire dal percorso più “gettonato” (quello protetto, quello più camminato dai turisti) per proseguire sui sentieri poco battuti (quelli “sconsigliati” ai turisti per motivi di sicurezza) e provare un’esperienza davvero fuori dal comune: a picco sulle scogliere, senza barriere protettive, solo tu, la roccia e l’oceano.

La sensazione è di assoluta libertà, esattamente come a Black Head. Ma stavolta ci sono altre emozioni che entrano in gioco. La prima è la contemplazione: è impossibile non contemplare tanta bellezza; l’oceano che sbatte forte contro le scogliere e contro il Breanan Mor (il “piccolo” scoglio alto 70 metri staccato dalle scogliere) e che entra dentro la grotta del gigante (un’enorme grotta formatasi praticamente sotto la O’Brien tower); il vento forte che ti picchia contro; il verde (tanto verde) dietro le tue spalle, che segna quasi un confine, da quanto è netto lo stacco tra i campi retrostanti e la scogliera a picco sull’oceano. La seconda sensazione è la paura: non che sia realmente pericoloso camminare lungo le scogliere rocciose (il sentiero è piccolo ma sicuro, basta avere un po’ di accortezza nel non sporgersi troppo), ma qui stiamo parlando di un tipo diverso di paura. Una paura ancestrale, irrazionale. Una paura che ti coglie quando ti sdrai lungo il ciglio della scogliera (impossibile avvicinarvisi in piedi, il vento rischia di buttarti giù) e mentre ti affacci con gli occhi a picco su 200 metri di roccia sull’oceano. Una paura bella, intensa, potente. Una paura estremamente piacevole. Una paura primordiale che è forse l’emozione più vicina alla meraviglia.

Perché la natura è potente in Irlanda. In Irlanda è la natura che regna sovrana, la natura che comanda tutto e tutti ed è regina indiscussa. Con una natura così potente e carica di forza non puoi fare altro che stare lì, fermo, a guardarla agire, in contemplazione e con timore. In effetti, esattamente come ti comporteresti dinanzi a un Dio.

La sera arriviamo a Limerick, stanchi dopo il lungo viaggio, ma soddisfatti per le cose che avevamo visto. Le avevamo aspettate a lungo, ed ora erano già nel passato, pronte a fare spazio a nuove mete. Perché l’Irlanda è così: quando credi di aver visto il massimo, riesce puntualmente a smentirti. Proprio il giorno dopo, sulle isole Aran, ne avremmo avuto la conferma.

martedì 7 ottobre 2014

The Irish Feeling /2


Dopo 2 giorni passati nella capitale, il road trip delle terre irlandesi stava per iniziare, pieno di promesse e misteri. Eravamo pronti? Potete scommetterci.

Dopo averlo sognato molte volte, il viaggio in Irlanda era lì, davanti a noi, tutto da scoprire e finalmente pronto da assaporare. Non appena prendiamo l’autostrada, vedendo le macchine provenire dalla corsia opposta, mentre altre ci sorpassavano da destra, capiamo che il viaggio è iniziato, e che quel sogno era diventato realtà.

Direzione ovest, dunque: da Dublino, affacciata sulla costa orientale dell’isola, ci dirigiamo verso la costa opposta, anzi diametralmente opposta, verso Galway. Ma non prima di aver fatto un paio di fermate.


Tullamore Dew Heritage Centre
La prima, obbligatoria per degli amanti del whiskey, è Tullamore. Tullamore Dew è uno dei migliori whiskey irlandesi, prodotto ora a Midleton, contea di Cork, ma originario di Tullamore, in cui uno dei manager originari della company, David E. Williams, gli donò il nome “DEW” derivato dalle sue iniziali. Tra parentesi, dall’anno prossimo il Tullamore non verrà distillato solo a Midleton, ma tornerà a casa nella sua “città natale”, e questa è un’ottima notizia.

Ci fermiamo al Tullamore Dew Heritage Centre, dove una guida ci porta alla scoperta della produzione di questo whiskey: esperienza davvero unica, che si conclude in bellezza con una degustazione di tre diverse qualità di Tullamore: il classico Tullamore Dew irish whiskey, l’Old Bonded Warehouse Release (46 gradi, personalmente il miglior whiskey che ho assaggiato in Irlanda, venduto solo ed unicamente all’Heritage Centre di Tullamore) e infine il Tullamore Dew 12 years Reserve. Wow: che bellezza. Se ci passate, a Tullamore, fatelo.

Seconda tappa del nostro breve coast-to-coast irlandese è Clonmacnoise, sito monastico fondato nel 545 d.c. da San Ciaran, vescovo venerato dalla Chiesa Cattolica per le sue virtù, morto molto giovane (probabilmente a 33 anni) a causa della febbre gialla.

Clonmacnoise
A Clonmacnoise si comincia a respirare quell’Irish Feeling di cui eravamo tanto alla ricerca. Verde (che più verde non si può immaginare) tutto intorno a noi. Vecchie chiese e croci celtiche di tempi ormai andati, cose che hai visto solo nei film e nelle leggende.

Il tempo era pessimo: freddo e pioggia sottile che ti entra pure nelle ossa. Ma lungi da me definire questo clima “maltempo”: è riduttivo definire la pioggia e il freddo in Irlanda con la misera parola “maltempo”. Si tratta di qualcosa di più. In qualche modo, questo clima amplificava enormemente la suggestione e la magia del luogo, ne esaltava l’aura di mistero e la sua mistica potenza visiva. Ed è così che in men che non si dica, ci troviamo sperduti sulle rive dello Shannon a passeggiare in mezzo a antichi cimiteri, chiese di pietra e quell’irreale verde bagnato dalla pioggia. Nel mezzo del nulla (perché è bene sottolineare che in Irlanda il senso di libertà e di isolamento sono sempre inimmaginabili) vaghiamo in un posto che se non è il Paradiso, poco ci manca.

Dopo un’ora trascorsa in questo umido e freddo Paradiso fuori dal mondo, stiamo per andarcene, quando, improvvisamente e fuori da ogni possibile immaginazione, spunta fuori il sole. E allora daccapo: decidiamo di fare un'ultima volta il giro del sito monastico. La meraviglia e la commozione allora prendono il sopravvento, perché l’emozione è tanto grande da non poter essere contenuta.


Con il cuore ancora a Clonmacnoise e gli occhi piantati sulla verde campagna soleggiata dell’Offaly, ci rimettiamo in marcia verso Galway. Dopo un coast-to-coast che già così poteva essere abbastanza, arriviamo finalmente davanti all’Oceano.

Il centro di Galway
Galway è una piccola cittadina vivace e allegra. Credo di poter affermare con certezza che si tratta della città più festosa (e festaiola) che abbiamo avuto il piacere di incontrare durante il nostro viaggio. Perché se da una parte l’Irish Feeling si manifesta con le meraviglie naturali di questo paese, dall’altro esplode con la voglia di queste persone di fare festa, di bere, di cantare, di divertirsi. E' impressionante notare la quantità di pub presenti nel centro di Galway, e da ognuno di essi fuoriesce musica tradizionale, rock, world music, folk, blues, jazz… a qualsiasi orario! Un po’ come Temple Bar a Dublino...ma molto più autentico! E molti più pub, e molta più musica… insomma: da veri irlandesi!

Ma il viaggio doveva continuare: la mattina dopo ci aspettavano le spettacolari scogliere della costa occidentale d'Irlanda, in tutta la loro potenza. Dopo un’ottima seatrout con patate e qualche pinta di birra, cadiamo in un sonno profondo e rigenerante, cullati dal golfo di Galway e dal cielo d’Irlanda.
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