domenica 30 novembre 2014

Mary aveva un agnellino


“Mary Had A Little Lamb” è un classico blues di Steve Ray Vaughan, probabilmente uno dei pezzi più conosciuti del chitarrista di Dallas, immortalato nell’album-capolavoro “Texas Flood”. Ma forse pochi sanno che, come spesso accade in un album blues, solo 6 delle 10 canzoni presenti in Texas Flood sono state scritte da Stevie Ray Vaughan. E Mary Had A Little Lamb è una di queste. Anzi, come vedremo tra poco, le origini di questo pezzo vengono da molto, molto lontano.

Il testo: Mary had a Little Lamb ha una grande storia dietro di sé. Si tratta infatti di una filastrocca per bambini diffusa in America nel 1800.
Mary aveva un agnellino,
il cui pelo era bianco come neve.
E ovunque Mary andava,
l'agnellino sicuramente la seguiva.
L’importanza “storica” di questa filastrocca è davvero curiosa. Thomas Edison, quando nel 1877 inventò il primo fonografo, strumento per registrare e riprodurre i suoni, per “testare” la sua nuova invenzione canticchiò proprio i primi versi di questa filastrocca. Possiamo dunque affermare che la frase “Mary had a little lamb” è stata, in assoluto, la prima frase nella storia ad essere registrata.

La versione che tutti conosciamo di questa canzone è sicuramente quella che Stevie Ray Vaughan pubblicò nel suo primo album in studio, Texas Flood. Texas Flood, pubblicato 1983 per Epic Records, ha l’enorme merito di aver riportato il blues a livelli mainstream, dopo anni di lontananza dal grande pubblico. Segna il grande blues revival andato in scena negli anni 80. Possiamo quasi affermare che, se ancora oggi ci sono persone che vengono facilmente a conoscenza di artisti blues, è praticamente grazie all’incredibile impatto di SRV e dei suoi Double Trouble. Texas Flood, con i suoi classici Pride and Joy, la title-track Texas Flood e appunto Mary Had a Little Lamb, costituisce dunque uno dei dischi più importanti nella storia della musica blues e colloca di diritto SRV nell’olimpo dei più grandi chitarristi blues di tutti i tempi. Per un assaggio delle sue qualità, è sufficiente l’ascolto di un pezzo tratto proprio da Texas Flood: Rude Mood.



La prima versione propriamente blues di Mary Had A Little Lamb, che si distaccava dalla versione originale della filastrocca per bambini, l’ha scritta da giovanissimo il grande bluesman Buddy Guy, nel 1969. Già allora potevamo sentire le tonalità acute della sua versatile voce “black”. Ovviamente la versione di Buddy Guy rappresentava un approccio più grezzo e più spregiudicato, mentre SRV ha di fatto “ripulito” e dato una connotazione più groove a questo classico. Possiamo però, ascoltando la versione “originale” di Buddy Guy, notare che SRV non ha fatto altro che “personalizzare” la canzone con il suo stile soggettivo, mentre risulta chiaro che l’autore del pezzo, come peraltro tributato giustamente da SRV nel disco, sia proprio il mitico Buddy Guy.



Le versioni celebri di questa canzone, tuttavia, non finiscono qui: già, perché nel 1972 l’ex-Beatle Paul McCartney pubblicò, assieme alla sua nuova band Paul McCartney & Wings, un 45 giri di nome Little Woman Love. Il B-side di questo singolo era, inutile dirlo, proprio Mary had a Little Lamb. Questa volta, però, ci allontaniamo dal sound blues di Buddy Guy, tornando alle origini: si riprende infatti la melodia “classica” della filastrocca, unita ovviamente ad un sound estremamente Seventies e alla voce inconfondibile del cantante storico dei Beatles. Davvero uno spettacolo di canzone, anche questa.



Questo è il blues, signori, questa è la vita: un ciclico e ridondante susseguirsi di eventi che si richiamano tra loro e formano qualcosa che è molto più simile ad un percorso che ad un punto fermo. Allo stesso modo, Mary Had A Little Lamb ci ha fatto fare molte miglia, passando per Thomas Edison e la voce graffiante di Buddy Guy, arrivando a destinazione con Paul McCartney ed il Blues Revival degli Eighties. Mary Had A Little Lamb è un capolavoro, un piccolo gioiello che ho sempre amato perché mi ricorda, con una puntuale e precisa insistenza, che la musica e la vita sono due concetti molto simili, se non lo stesso identico aspetto: un percorso infinito di ciclici eventi sempre in evoluzione.



Mary had a little lamb
His fleece was white as snow, yeah
And everywhere the child went
That little lamb was sure to go now.

He followed her to school one day
Which broke the teachers rule
But what a time did they have
That day at school.

Tisket! Tasket! baby
A green and yellow basket
Sent a letter to by baby
And on my way I past it.

Express myself.

martedì 25 novembre 2014

Coltivatori d’astensionismo


I dati relativi alle recenti elezioni regionali non fanno altro che convincermi di qualcosa che già sapevo ben prima delle elezioni, perfino quelle cruciali elezioni politiche del 2013. E per dati relativi alle elezioni regionali non intendo certo quelli relativi alla vittoria di Renzi (perché in uno Stato democratico chi vince le elezioni essendo votato da un elettore su cinque non è realmente legittimato a governare) né quelli relativi al flop del M5S (perché aumentare il numero assoluto dei propri voti non è un flop). Ma neanche la sconfitta del Pd di Renzi, perché – ahimè – si governa con le percentuali di chi è andato alle urne a votare, e dunque Renzi ha stravinto. E neanche alla storia che il M5S debba ritenersi soddisfatto dell’esito delle elezioni, perché se il 60% degli italiani sta a casa invece di andare a votarti, e quelli che votano sono talmente masochistici da votare di nuovo Pd, allora significa che non hai fatto una campagna elettorale fruttuosa, ma neanche sufficiente. In un certo senso credo abbia ragione Pizzarotti: “Non abbiamo intercettato il non-voto”.

Tuttavia, l’idea che il non-voto potesse essere intercettato completamente, e che buona parte poteva essere intercettato dai 5 Stelle, non è un’analisi corretta. Chi non ha votato, sapendo benissimo di contribuire direttamente alla vittoria del più forte (il piccolo grande dittatore Renzi), difficilmente potrà mai votare 5 Stelle. Perché piuttosto di far vincere questo insipido e bimbominkia-style cancro della democrazia, una persona ragionevole vota per chi almeno potrebbe contrastarlo, con chi potrebbe dargli del filo da torcere, pur sapendo che sta votando il “meno peggio”. In fondo, la sinistra è abituata a votare il meno peggio, lo ha fatto per decenni.

Ma allora perché non votare i 5 Stelle? E qui entra in gioco l’informazione. L’informazione distorta e di regime ha demonizzato in ogni modo le posizioni del M5S, dipingendolo come una Lega Nord 2.0 o come un Front National all’italiana. La conferma che si tratti di puttanate spaziali è semplicemente il fatto che la Lega Nord di Salvini, al contrario, è salita molto (sempre a livello di percentuale) e che Salvini creerà un nuovo partito, una sorta di Front National à la Le Pen, per poter guidare la destra in Italia, e che mai e poi mai il M5S ne condividerà le ideologie e mai e poi mai ne sarà alleato.

Ma se da una parte il M5S ha le sue colpe (non puoi non andare in Tv mentre le Tv ti spalano merda addosso, che questo sia deleterio per il MoVimento è lapalissiano) e la sua campagna elettorale dovrebbe sforzarsi maggiormente nel canalizzare i voti degli astensionisti, il grande artefice di questa disfatta della democrazia (perché di questo si tratta, quando l’astensionismo raggiunge questi livelli) è proprio la classe politica dirigente italica, degnamente rappresentata da Matteo Renzi.

Questa è una classe politica strana: negli altri paesi, l’astensione è vista con paura, con timore, con sdegno, con preoccupazione. Al contrario, il Renzismo di oggi fa una campagna (politica, prima ancora che elettorale) che mira proprio al non-voto. Non si ciba di voti e di elettori, ma si nutre di astensionismo e di disillusi della politica. Vive di menefreghismo e qualunquismo. È una classe politica che vuole, più di ogni altra cosa, che la gente stia a casa, il giorno delle elezioni.

Il motivo? Prima di tutto, l’astensionismo premia il partito più forte. E al momento, i più forti sono loro. Inoltre, l’astensionismo aumenta il valore del voto di scambio e della corruzione: se esiste un voto di scambio (che ha smesso da un pezzo di essere solo di stampo mafioso, non a caso il Pd che si finanzia con le cene da 1000 euro con gli imprenditori ne è un validissimo esempio) è estremamente più efficace se a votare ci va poca gente. Più “gli onesti” e “chi non ha nessuno da ringraziare” vanno a votare, meno il voto di scambio ha valore percentuale.

Non a caso, il grande vincitore di queste elezioni è un tizio che ha perso circa 700.000 voti, che governa senza essere mai stato votato da nessuno, se non dal Gabibbo, e che fa di tutto per disilludere il cittadino medio dalla politica. E a non vincere queste elezioni è stato un movimento giovane e pulito che ha guadagnato oltre un centinaio di migliaia di voti rispetto all’ultima chiamata alle urne.

È questa la logica e il fine ultimo di questa classe politica: rovesciare i valori che stanno alla base di una qualsiasi democrazia rappresentativa. Rendere la politica qualcosa riservato a pochi privilegiati e restare in quattro gatti a votarsi a vicenda.

Se l’astensionismo cala, allora Renzi ha paura. Purtroppo, al momento, Renzi non ha nulla da temere: un italiano su cinque lo vota, ma nello stesso momento ce ne sono altri tre che stanno a casa a renderlo davvero forte.

lunedì 24 novembre 2014

Il caso Veronesi e la colpa di essere ateo


Il fuoco incrociato che ha colpito Umberto Veronesi a seguito della sua affermazione sulla non-esistenza di Dio dimostra, ancora una volta, che quando si tratta di ateismo, ancora il nostro Paese non è pronto ad un serio dialogo. Ma non solo ad un dialogo, semplicemente ad una serena convivenza e dovuto rispetto.

Una premessa, d’obbligo: a me Veronesi non è mai piaciuto un granché. Le sue affermazioni sugli inceneritori (pericoli? “Zero”) e altre sue esternazioni non mi trovano affatto d’accordo. Ma non è di Veronesi che voglio parlare, bensì della sua affermazione e delle reazioni che ha causato.

“Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato una prova della non esistenza di Dio.”

Apriti cielo. Un uomo che non riesce a credere nell’esistenza di un’entità superiore buona e misericordiosa, di fronte a drammi inimmaginabili come i campi di sterminio o il cancro. Vi pare così incredibile? A me sembra umano, naturale. Una dichiarazione semplicemente sensata, almeno comprensibile, che dimostra la sensazione di impotenza dell’uomo nei confronti del male. Una dichiarazione che quasi spinge alla compassione, mettendo a nudo quanto il dolore sia fuori da ogni logica razionale.

Al contrario, la reazione del mondo religioso e in particolare, inutile dirlo, quello cattolico, è stata di generale e compatto sdegno. Beh, e io mi domando: perché? Devo forse dedurre che la loro fede è talmente debole, fragile e marginale da rischiare di essere sgretolata da una semplice affermazione che (ci scommetto entrambe le mani!) loro stessi si saranno fatti almeno una volta nella vita?

Molti affermano che Veronesi “se la poteva risparmiare”, perché in questo modo avrebbe “minato la speranza” che i malati coltivano in una vita dopo la morte. E qui arriviamo al nocciolo della questione. Prima di tutto, questa è un’affermazione condivisibile perlopiù solo da certi credenti, un'affermazione assolutamente di parte: io, ad esempio, sono convinto, da agnostico, che “cullare” un malato con quella che potrebbe rivelarsi come una falsa speranza equivale a danneggiare irreparabilmente gli ultimi anni della vita del malato stesso, che potrebbe anzi trovare la felicità nei giorni belli che ha passato in salute e del bene di cui ha goduto, apprezzando finalmente in pieno la bellezza di essere “umano” e di aver vissuto in modo pieno, retto e onesto “l’unica vita che ha a disposizione”. Da agnostico, non credo che confidare nella religione in momenti di sofferenza e dolore sia necessariamente una cosa buona. Certo, anche la mia è un'affermazione di parte. Ma non la spaccio certo come la verità universale.

Ma poi, e qui davvero entriamo nella parte centrale e più ampia del ragionamento, ogni volta che un personaggio pubblico, che provenga dal mondo ecclesiastico o che sia semplicemente un credente, afferma pubblicamente l’esistenza di un Dio buono e misericordioso, l’esistenza di una vita dopo la morte, l’esistenza di un “Paradiso” in cui tutti ci incontreremo, non ha forse fatto la stessa identica cosa di Veronesi? Non ha forse ugualmente espresso una propria (personalissima) opinione?

Cari amici credenti, sappiate che la sensibilità e il tatto non sono cose di cui avete l’esclusiva. Ogni volta che un personaggio pubblico si lascia andare a sproloqui religiosi di vario tipo, l’ateo o l’agnostico possono esserne disturbati. Esattamente come voi, amici credenti, che vi siete sentiti disturbati dalle affermazioni di Veronesi. E allora perché i non credenti, che sopportano in silenzio le vostre esternazioni, devono essere poi mazziati e demonizzati quando esprimono le proprie opinioni?

Tenete presente, cari amici credenti, che gli atei e gli agnostici rappresentano la più grande “appartenenza religiosa” (o non-religiosa, in questo caso) dopo quella cattolica. E pertanto, meritano esattamente lo stesso rispetto, hanno esattamente gli stessi diritti di esprimere le proprie opinioni. Per ogni Veronesi che esprime la prova della non-esistenza di Dio (prova peraltro non richiesta, perché Dio non è dimostrabile) ci sono almeno cento credenti che sproloquiano a proposito di una “prova” dell’esistenza di Dio (cosa che peraltro sarebbe in contrasto con l’idea stessa di “fede”: se si può dimostrare, allora non è “fede”).

Come ha giustamente sottolineato Uaar, Veronesi ha semplicemente commesso il “peccato” di “aver mostrato che gli atei esistono. Anzi, che hanno delle ragioni. E persino dei sentimenti.”

Gli atei e gli agnostici esistono. E sono tanti. E devono essere rispettati.

sabato 22 novembre 2014

Vilipendio!


Come forse avrete letto sui giornali e sui siti d’informazione, il povero Francesco Storace è appena stato condannato a sei mesi di reclusione per il reato di vilipendio al Capo dello Stato.

Ora, lungi da me l’intento di riabilitare un personaggio come Storace (che comunque resta meglio di troppi politicanti renzini della domenica), ma reputo che con questa condanna si raggiunga il livello del ridicolo. E che lo si superi ampiamente.

La critica, anche feroce, nei confronti delle istituzioni (politiche o religiose che siano) è senza ombra di dubbio il fondamento di una qualsiasi società democratica. La soppressione della critica e della discussione è già una fetta di libertà che viene sacrificata in nome di non si sa quale bene supremo, e costituisce intrinsecamente un danno alla democrazia stessa. Storace non disse niente di esagerato, non offese il Capo dello Stato. Espresse solo un giudizio, forte ma legittimo, per cui Napolitano non poteva “distribuire patenti etiche” a destra e manca, vuoi per la sua storia personale, vuoi per la carica super-partes che ricopre. Ora, la critica si può condividere o no, ma non si può certo condannare.

Eppure, le parole di Storace, così come le parole di molti altri (politici, giornalisti, blogger o semplici cittadini) sono potenzialmente a rischio di una condanna in questo senso. Perché? Perché l’art. 278 del Codice Penale, originario del Ventennio fascista, prevede che “Chiunque offende l'onore o il prestigio del Presidente della Repubblica, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.” Queste parole, a mio avviso, hanno un sapore prettamente assolutista e antidemocratico. Le democrazie si evolvono (o almeno dovrebbero) e si trovano spesso a tornare sui propri passi. Perché non potrebbe essere questo il caso del reato di vilipendio? Perché non abolirlo?

La presenza stessa, in un ordinamento civile e penale, del reato di vilipendio porta qualsiasi discussione, dialogo o critica in una direzione costretta e senza sbocchi, l’esatto contrario di quello che dovrebbe essere la libertà di parola. Non solo la libertà di parola e di espressione è un diritto inviolabile, ma persino la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha affermato (per il caso Handyside del 1976) che la libertà di parola comprende il diritto di “sconvolgere, turbare e offendere”. Figuriamoci criticare legittimamente un Capo dello Stato che, come dimostrano i fatti, può sbagliare. E anche parecchio.

Qui non stiamo parlando di un monarca assoluto nominato da Dio in persona, al contrario di quello che la scena politica degli ultimi anni, in particolare dal secondo mandato di Napolitano, sembra suggerire. Qui stiamo parlando di un uomo che dovrebbe rappresentare l’unità della nazione che, nel momento in cui viene meno al proprio mandato, non solo può essere criticato, ma deve essere accuratamente giudicato e, se necessario, cacciato.

Ci sono innumerevoli motivi per cui Napolitano dovrebbe essere messo in stato d’accusa, e sebbene questa possa essere una semplice opinione personale (anche se ne sono assolutamente convinto) e dunque potenzialmente passibile di essere smentita, non esiste nessun motivo, in cielo o in terra, per cui questa opinione possa essere considerata un “reato” ed un “oltraggio alla Nazione”. Proprio perché si ama il proprio paese, ci si dovrebbe preoccupare scrupolosamente del fatto che i nostri rappresentanti siano “degni” di tale mandato, e che lo svolgano con onestà e dedizione verso il bene del proprio popolo.

Curiosamente, il Codice Penale, peraltro, recita anche:
“Chiunque  commette  un  fatto  diretto a mutare la costituzione dello Stato   o   la   forma   del   Governo,   con  mezzi  non  consentiti dall'ordinamento   costituzionale dello  Stato,  è  punito  con  la reclusione non inferiore a dodici anni.”
Avete capito? Allora chi è che, grazie al suo comportamento accentratore e fazioso, sta spostando il baricentro della democrazia parlamentare verso una strana deriva presidenzialista? Chi è il primo che dovrebbe essere “punito con la reclusione non inferiore a dodici anni”?

venerdì 21 novembre 2014

Dio ci salvi dalla Regina!


God Save The Queen, cantavano i Sex Pistols in quello che forse è il più celebre pezzo punk rock di tutti i tempi. Pensando invece alle sorti della nostra povera Italia, e alla possibilità che una donna “formato Boldrini” o addirittura Laura Boldrini in persona possa diventare futuro Presidente della Repubblica, verrebbe da cantare “God Save Us From The Queen”!

Non sono maschilista, e chi mi legge da un po’ lo sa. Non è contro l’idea di un Presidente donna che mi scaglio con tutte le mie forze, ma contro l’idea di un personaggio come Laura Boldrini a rappresentare l’unità nazionale.

Mi fa rabbrividire, prima di tutto, l’idea stessa di un Paese che usa come criterio di scelta il sesso. In nessun altro paese si sente parlare di “quote rosa” o abomini simili. Nei paesi civili si valuta semplicemente il merito, a prescindere dal sesso di quella determinata persona. Perché se si deve scegliere per forza una donna, ma la donna in questione è la Santanché, vi prego: datemi una persona onesta e competente! Chi se ne frega se è uomo o donna, mi basta la competenza, mi basta l’onestà. Questi sono parametri che raramente in Italia vengono usati come criteri di scelta e, inutile dirlo, non hanno niente a che vedere col sesso.

Mi fa rabbrividire, anche più di tutto questo, l’idea che un personaggio come Laura Boldrini possa ricoprire un simile ruolo. Non è capace di rappresentare la totalità della Camera dei Deputati, figuriamoci l’unità nazionale! La sua totale inadeguatezza istituzionale e la sua goffa indole antidemocratica sono elementi sufficienti a chiedere un impeachment nel ruolo che attualmente ricopre, e rappresentano caratteristiche innegabilmente contrastanti con quelle che dovrebbe avere un Presidente della Repubblica.

Stiamo parlando di una persona fondamentalmente ipocrita e disgustosamente perbenista che confonde la lotta al razzismo con un’integrazione forzata che è forse ancora più razzista degli insulti di Borghezio. Stiamo parlando di qualcuno che confonde il rispetto delle istituzioni con la scellerata logica dei politici che credono di poter occupare abusivamente le istituzioni democratiche per interessi privatistici e personali. Confonde il comune senso civico con sciocchi e vacui moralismi da quattro soldi, la cosa più ipocrita e nauseante che si possa concepire. Confonde legittime critiche (giuste o sbagliate, ma sempre legittime) che le vengono mosse con il “maschilismo”. Confonde il femminismo (quello vero) con quella specie di perbenismo rosa ambulante in cui le donne vengono rese ancora più “oggetto” (perché prive di una vera natura umana e individuale) di come le rendono i maschilisti (quelli veri).

Laura Boldrini, non dimentichiamocelo mai, è stata l’infausta autrice di una delle pagine più buie della nostra democrazia parlamentare, il giorno in cui ha applicato una regola inesistente nel regolamento della Camera dei Deputati, utilizzando la cosiddetta “tagliola” o “ghigliottina”: una pratica barbara e fascistoide con cui si vuole tagliare la discussione parlamentare, facendo passare a forza un decreto (scellerato e criminale) di un governo.

E tanto per non farsi mancare nulla, ricordiamoci che questa femministaiola militante da quattro soldi che vorrebbe rappresentare l’unità nazionale, si è permessa, in diretta tv nazionale, di etichettare milioni di onesti (e incensurati) cittadini come “potenziali stupratori” (compreso il sottoscritto, a quanto pare) solo per avere la “colpa” di leggere un determinato blog.

Il linguaggio di Laura Boldrini, in arte Lady Guillotin, è in realtà quello della peggior dittatura, quella che vuole il controllo dell’informazione, del web, quello che mira a destabilizzare e sabotare il normale svolgimento delle attività parlamentari, quello che preferisce vendere la propria insostenibile ipocrisia piuttosto che fare posto a persone oneste e trasparenti che, molto meglio di lei, interpreterebbero la carica di Capo dello Stato.

Con Napolitano siamo caduti in basso, molto in basso. Vediamo di non cominciare a scavare.

giovedì 13 novembre 2014

EuroBeppe



Durante il monologo di Beppe Grillo a Bruxelles, si sono toccati argomenti cruciali sull’attualità e la sostenibilità di questo “Sistema Europa”. Partito con l’idea di essere una vera e propria “comunità” e finito nelle mani di banchieri e massoni, pare evidente che la deriva sia arrivata ad un punto di non ritorno. E mentre i maggiori economisti mondiali affermano che l’Italia non solo farebbe bene ad uscire dalla moneta unica, ma ne dovrebbe uscire il prima possibile, Grillo non ha fatto altro che riportare il parere (autorevole) di questi autorevoli personaggi, che certo non sono né “grillini” né “amichetti” di Farage.

Questa Europa deviata, malsana, scippatrice di sovranità nazionali, trova ormai sempre più resistenza e scetticismo. L’idea di una comunità europea, se basata su politiche comuni che si pongono come fine ultimo la crescita condivisa e comunitaria di un insieme di nazioni, è ormai diventata un’utopia lontana. Di fronte a questa Europa che ha pensato bene di creare la moneta unica (esperimento fallimentare e dannosi per molti) prima ancora di creare un percorso di politica comunitaria e unica, ha chiaramente perso ogni significato, ed è un’Europa dalla quale scappare.

Beppe Grillo, assieme al MoVimento 5 Stelle, ha il pieno appoggio di uno dei maggiori partiti britannici, Ukip, con cui si trova particolarmente in sintonia per quanto riguarda le politiche europee. E non stiamo parlando del partito pseudorazzistafascistaxenofobo che viene dipinto ad hoc dai nostri media di regime, ma di un partito che richiede semplicemente all'Europa che ogni paese possa governarsi da solo, senza ingerenze esterne ed antidemocratiche.

Solo quando potremo parlare di un’Europa che rispetta il significato stesso di “Unione”, con principi puramente comunitari, che non interferisca nelle singole sovranità nazionali (politiche e soprattutto monetarie), che tuteli i diritti e la dignità di ogni diversa nazione e cultura, allora potremo pensare di ricostruire questo meraviglioso progetto. Fino ad allora, restano solo i grandi capi nominati da pochi ed eletti da nessuno, i banchieri che dettano la politica del lavoro (vedi l’aberrante Jobs Act) e una moneta di titolarità di banche private che sottraggono la sovranità monetaria ai singoli paesi: ecco, questo progetto è fallimentare, e sempre più paesi europei se ne stanno accorgendo.

E mentre Beppe Grillo a Bruxelles (tralasciando le ridicole ed irrilevanti risse create ad hoc da “giornalisti” ex dipendenti del gruppo europeo del Pd, il PES) porta al centro dell’attenzione temi cruciali, fondamentali, attuali, che riguardano il contenimento degli sprechi, il referendum sull'Euro, la lotta alla corruzione, la Mafia, la sovranità popolare, la democrazia diretta e l’importanza inestimabile di una corretta informazione da parte dei media (temi che in Europa non lasceranno indifferenti nessuno, tranne forse qualche italiota lobotomizzato, e che trovano sostegno e appoggio dal gruppo europeo EFDD in cui siedono anche i rappresentanti dell’Ukip) in Italia i bambocci manovrati dal potere finanziario e dalle logiche di potere fanno accordi sulla legge elettorale in piena sintonia con un condannato in via definitiva, per decidere come meglio spartirsi le poltrone e tagliare fuori ogni opposizione.

Ditemi: chi è adesso che fa “antipolitica”?



Leggi anche: Euro sì, Euro no

giovedì 6 novembre 2014

Vittima Degli Eventi: finalmente!


Dopo una lunga attesa, è finalmente arrivato: Vittima Degli Eventi, il più atteso fan-movie su Dylan Dog di sempre, è stato rilasciato su Youtube tramite il canale di The Jackal.

Per chi non avesse seguito la faccenda, facciamo un breve riassunto: il film, in realtà un mediometraggio (45 minuti), è totalmente un fan-movie pensato alla distribuzione gratuita in Rete, senza fini di lucro. Per scelta degli autori, per la mancanza di titolarità del personaggio di Dylan Dog (su cui la Bonelli Editore ha semplicemente “chiuso un occhio” per facilitare il progresso del film) e soprattutto per il modo in cui è nato: dalla Rete, mezzo tramite il quale gli autori (Luca Vecchi per soggetto e sceneggiatura e Claudio Di Biagio per la regia) hanno ottenuto i fondi con il crowdfunding. In poche parole, come testimonia l’interminabile elenco dei “co-produttori” nei credits al termine del film, il film è stato finanziato dai fan, tramite donazioni volontarie. Non si può ovviamente non citare l’encomiabile volontà di molti attori (anche famosi, come Milena Vukotic) che per dare vita al progetto hanno lavorato gratis.

Ovviamente questo, come sottolineava giustamente Di Biagio, non è un modello sostenibile, non aver potuto pagare le persone è gravissimo ma l’abbiamo fatto perché era l’unica maniera per poter fare emergere noi e tutti quelli che hanno lavorato con noi”. Non è questo il modo di fare cinema o di fare televisione, è chiaro che se il progetto Dylan Dog volesse approdare al “livello successivo” qualcuno dovrebbe metterci i soldi per la produzione (Rai? Pronto? Ci sei?!?)

Ma passiamo ora al film. Vittima Degli Eventi è la più lodevole ed esplicita dimostrazione che persino in questo paese è possibile, con la passione e la competenza, ottenere un prodotto di pregevole fattura. Ovviamente non stiamo parlando di un capolavoro, sgombriamo subito il campo da questo equivoco. Ma non stiamo parlando neppure di quella cloaca di Dylan hollywoodiano che niente ha a che vedere con il mitico personaggio ideato da Tiziano Sclavi. Diciamo solo che finalmente uno dei fumetti più letti e più amati dagli italiani ha avuto una trasposizione (quasi) cinematografica degna di questo nome.

Il film è genuino, autentico. Si respira l’aria inconfondibile della carta e delle atmosfere di cui gli albi dell’indagatore dell’incubo sono fatti. Pagine fatte di sogni e di incubi, di insicurezze e verità, di mostri umani e uomini mostruosi. Il pregio indiscusso di questo film è proprio questo: aver colto finalmente quell’atmosfera presente nel fumetto e averla riportata sullo schermo in modo quasi impeccabile.

La storia, lenta e onirica, potrebbe tranquillamente essere stata letta sulle pagine del fumetto. Le piccole libertà che gli autori si sono presi non vanno assolutamente fuori dagli schemi del personaggio di Dylan e delle sue storie. Roma è una più che degna sostituta di Londra. Città quasi mistica, suggestiva e imperscrutabile, che incornicia alla perfezione la vicenda narrata, pienamente dylaniana. Inizialmente pensavo che Roma fosse un grosso limite imposto dal budget, una scelta di ripiego obbligata e costretta. In realtà, se questo progetto dovesse proseguire, sarei ben felice di vedere trasposta la saga dell’indagatore dell’incubo nella capitale. La sequenza iniziale di Castel Sant’Angelo è da togliere il fiato.

La regia e la fotografia, a mio avviso, sono dei giganteschi punti di forza di questo film. A momenti, la fotografia dà l’impressione di poter tranquillamente competere (e spesso battere) certe concorrenze con molti più “zeri” di budget. Un ottimo lavoro anche con le musiche (il tema principale vi rimarrà in testa per giorni!) e persino con gli attori: da quelli più conosciuti, assolutamente perfetti (soprattutto la Vukotic) a quelli emergenti, con performance più che degne di nota.

Unico tasto dolente, ahimè, proprio Dylan Dog. Valerio Di Benedetto, nei panni dell’indagatore dell’incubo, purtroppo non rende. E non sto dicendo che sia un cattivo attore. Anzi, credo che possa sicuramente avere un futuro, magari non agli Oscar, ma certamente in qualche importante produzione. Ma Dylan così proprio non rende. Il punto è che Dylan Dog, a mio avviso, è uno dei personaggi più difficili da interpretare in assoluto. In tutta la letteratura, la televisione, il cinema, i fumetti: in assoluto uno dei più difficili. Dylan è profondo e riflessivo ma se tocchi certi tasti diventa infantile e istintivo. È un personaggio di uno spessore enorme ma il cui tratto inconfondibile è la sua disarmante semplicità. È un uomo in grado di fronteggiare incubi, mostri e spiriti malvagi, ma che ha paura di prendere un aereo. E il rischio di portare sullo schermo questo personaggio è che diventi piatto. E purtroppo è esattamente quello che succede: è un Dylan piatto, statico, che sembra quasi recitare le battute con il tasto play, anziché sentirle veramente sue. E ripeto: non è tanto un problema dell’attore, ma del personaggio in sé. Occorrono doti inimmaginabili, a mio avviso, per poter interpretare Dylan Dog come si deve e queste doti, mi dispiace, ma Di Benedetto non le ha.

Senza dilungarmi su quello che credo sia l’unico vero difetto del film, vorrei concludere decantandone nuovamente i grandi pregi. Dylan è finalmente arrivato sullo schermo, e tutti i fan dello storico fumetto possono gioire del grande risultato ottenuto. Possono toccare con mano le emozioni del fumetto, possono vedere Madame Trelkovski e Hamlin in carne ed ossa. Possono trovare ancora quella morale, tipica del fumetto, in cui non esistono mostri ed eroi, ma mostri con cuore ed un volto umano assieme ad eroi atipici e confusi. Una morale in cui non esiste il bianco ed il nero, colori tipici del fumetto, ma una coltre più o meno uniforme di grigio che pervade ogni cosa.

E vorrei concludere infine con un augurio: spero di vedere presto Di Biagio e Vecchi di nuovo all’opera con il loro Dylan Dog. Spero che arrivi, una buona volta in questo dannato paese, mamma Rai o chi per essa a investire su un progetto che finalmente è degno di nota, perché realizzato con competenza e passione e perché rende giustizia ad uno dei personaggi più amati del fumetto nostrano. Mi piace pensare che Vittima Degli Eventi sia come il pilota per una serie sull’indagatore dell’incubo che possa far salire la media (non certo alta) delle serie italiane. E lo spero per un buon motivo: questa sarebbe la dimostrazione che, almeno una volta ogni tanto, il merito, la dedizione, la passione e la competenza siano davvero dei valori e che davvero portino a qualcosa. Perché nonostante il budget basso e gli attori “a gratis”, la passione e la competenza di queste persone hanno fatto di Vittima Degli Eventi un gran bel film.

Link al sito per vedere il film completo: http://www.vittimadeglieventi.com/


martedì 4 novembre 2014

Riscopriamo un classico: “Working Class Hero”


Working Class Hero è un brano di John Lennon, pubblicato nel 1970. Uscì nell’album John Lennon/Plastic Ono Band, nello stesso anno di Let It Be dei Beatles, dunque pochi mesi dopo lo scioglimento del leggendario gruppo di Liverpool.

È un album che segna l’inizio della carriera solista di Lennon, ma anche della cospicua collaborazione e ancor più profonda sintonia con la moglie Yoko Ono: John Lennon/Plastic Ono Band, infatti, fu registrato e prodotto in contemporanea con il “gemello” Yoko Ono/Plastic Ono Band, dalla copertina praticamente identica, pubblicato dalla moglie di Lennon. Questo ci fa subito riflettere sulla mitica coppia John & Yoko, una delle più famose nella storia del rock, su quanto fosse stato importante questo rapporto nella vena creativa dell’ex-Beatle.

Album perlopiù autobiografico, risente pesantemente dell’influenza che ebbe lo psichiatra Arthur Janov su Lennon, con cui John tenne un ciclo di incontri di circa quattro mesi a Los Angeles, che lo invitò di fatto a ripercorrere ricordi e traumi dell’infanzia.

Working Class Hero è forse il brano più famoso di tutto il disco, se non uno dei più celebri di tutta la discografia di Lennon. Se escludiamo brani come Imagine, Give Peace A Chance e Happy Xmas (War Is Over), il primo che ci torna in mente è di sicuro questo grande classico del rock.

Registrato senza sovraincisioni, come la maggior parte dell’album, con soli protagonisti la chitarra acustica e la voce di Lennon, ci trasmette subito quel senso di intima confidenza che pervade tutto il disco. Un po’ come se fosse un “John Lennon messo a nudo”. Non a caso, l’edizione speciale che uscì per il mercato giapponese si chiamava “ジョンの魂”, ossia “L’anima di John”. Una prima riflessione arriva proprio da questo aspetto: oggi siamo abituati ad una musica enormemente post-prodotta, grazie anche alla tecnologia che finalmente lo permette, ma il sapore fresco e genuino di brani come questo, nella sua eterna sincerità, è qualcosa che non perde mai valore. Anzi, come il buon vino, migliora col tempo. Questo arrangiamento stilisticamente essenziale ci coinvolge immediatamente nel brano, e ci sentiamo realmente a tu per tu con Lennon. E allora ascoltiamo cosa ha da dirci.

Chi è l’eroe della classe operaia? Sicuramente c’è un minimo di autobiografia anche in questo: fu, non a caso, uno dei nickname assegnati a John Lennon durante la sua carriera. Io credo che in questo pezzo si cerchi in realtà di idealizzare questa figura (tanto da chiamarla eroe, quasi con un'enfasi epica), di renderla totalmente estranea al mondo circostante. Perché il mondo circostante, secondo Lennon, è marcio: è solo un insieme di condizionamenti che tendono a farti conformare al Sistema. Nella società vai avanti solo se sei fondamentalmente conformista, in senso culturale, lavorativo e sociale, nei confronti di un Sistema di potere. Te lo insegnano da piccolo (“As soon as you're born they make you feel small by giving you no time instead of it all”), te lo inculcano in testa a scuola (“They hurt you at home and they hit you at school, they hate you if you're clever and they despise a fool”) e infine ti convincono che devi fare carriera, essere qualcuno (“When they've tortured and scared you for twenty odd years, then they expect you to pick a career”), insomma: non fare domande, non fare problemi, non essere un piantagrane e inquadrati nel Sistema.

Non poteva mancare anche l’appunto alla religione e al “finto rivoluzionario”, entrambi aspetti decisamente disprezzati da Lennon:
“Keep you doped with religion and sex and TV
And you think you're so clever and classless and free
But you're still fucking peasants as far as I can see”
Tutti questi personaggi vengono etichettati da Lennon come degli “zoticoni” (peasants) che, per quanto si sentano liberi e indipendenti, in realtà sono anch’essi inquadrati in una qualche classe, e dunque assimilati al Sistema.

E il Sistema cos’è secondo Lennon? Una guerra. Una frenetica e sanguinosa guerra condotta dall’arrivismo che pervade la nostra società:
“There's room at the top they are telling you still
But first you must learn how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill”
Il refrain, invadente, perentorio e persuasivo, è sempre il solito: “A working class hero is something to be”. C’è bisogno di essere un eroe della classe operaia. E Lennon, a questo punto, ti invita a seguirlo. “If you want to be a hero, well, just follow me”, perché di questo si è trattato: un gigante della Storia, che ha dato un contributo inestimabile, non solo alla musica, ma ad un’epoca intera. È stato uno dei quei personaggi che hanno avuto il pregio ed il coraggio di dare la voce ad un’intera generazione (non a caso gli USA cercarono di cacciarlo dal Paese), è stato semplicemente un mito e un’ispirazione per tutti. E dunque, un invito a seguirlo, questo “eroe”, è sicuramente un buon modo per concludere questo capolavoro senza tempo.



As soon as you're born they make you feel small
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big you feel nothing at all
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

They hurt you at home and they hit you at school
They hate you if you're clever and they despise a fool
Till you're so fucking crazy you can't follow their rules
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

When they've tortured and scared you for twenty odd years
Then they expect you to pick a career
When you can't really function you're so full of fear
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

Keep you doped with religion and sex and TV
And you think you're so clever and class less and free
But you're still fucking peasants as far as I can see
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be

There's room at the top they are telling you still
But first you must learn how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill
A working class hero is something to be
A working class hero is something to be
If you want to be a hero well just follow me
If you want to be a hero well just follow me
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