lunedì 24 novembre 2014

Il caso Veronesi e la colpa di essere ateo


Il fuoco incrociato che ha colpito Umberto Veronesi a seguito della sua affermazione sulla non-esistenza di Dio dimostra, ancora una volta, che quando si tratta di ateismo, ancora il nostro Paese non è pronto ad un serio dialogo. Ma non solo ad un dialogo, semplicemente ad una serena convivenza e dovuto rispetto.

Una premessa, d’obbligo: a me Veronesi non è mai piaciuto un granché. Le sue affermazioni sugli inceneritori (pericoli? “Zero”) e altre sue esternazioni non mi trovano affatto d’accordo. Ma non è di Veronesi che voglio parlare, bensì della sua affermazione e delle reazioni che ha causato.

“Allo stesso modo di Auschwitz, per me il cancro è diventato una prova della non esistenza di Dio.”

Apriti cielo. Un uomo che non riesce a credere nell’esistenza di un’entità superiore buona e misericordiosa, di fronte a drammi inimmaginabili come i campi di sterminio o il cancro. Vi pare così incredibile? A me sembra umano, naturale. Una dichiarazione semplicemente sensata, almeno comprensibile, che dimostra la sensazione di impotenza dell’uomo nei confronti del male. Una dichiarazione che quasi spinge alla compassione, mettendo a nudo quanto il dolore sia fuori da ogni logica razionale.

Al contrario, la reazione del mondo religioso e in particolare, inutile dirlo, quello cattolico, è stata di generale e compatto sdegno. Beh, e io mi domando: perché? Devo forse dedurre che la loro fede è talmente debole, fragile e marginale da rischiare di essere sgretolata da una semplice affermazione che (ci scommetto entrambe le mani!) loro stessi si saranno fatti almeno una volta nella vita?

Molti affermano che Veronesi “se la poteva risparmiare”, perché in questo modo avrebbe “minato la speranza” che i malati coltivano in una vita dopo la morte. E qui arriviamo al nocciolo della questione. Prima di tutto, questa è un’affermazione condivisibile perlopiù solo da certi credenti, un'affermazione assolutamente di parte: io, ad esempio, sono convinto, da agnostico, che “cullare” un malato con quella che potrebbe rivelarsi come una falsa speranza equivale a danneggiare irreparabilmente gli ultimi anni della vita del malato stesso, che potrebbe anzi trovare la felicità nei giorni belli che ha passato in salute e del bene di cui ha goduto, apprezzando finalmente in pieno la bellezza di essere “umano” e di aver vissuto in modo pieno, retto e onesto “l’unica vita che ha a disposizione”. Da agnostico, non credo che confidare nella religione in momenti di sofferenza e dolore sia necessariamente una cosa buona. Certo, anche la mia è un'affermazione di parte. Ma non la spaccio certo come la verità universale.

Ma poi, e qui davvero entriamo nella parte centrale e più ampia del ragionamento, ogni volta che un personaggio pubblico, che provenga dal mondo ecclesiastico o che sia semplicemente un credente, afferma pubblicamente l’esistenza di un Dio buono e misericordioso, l’esistenza di una vita dopo la morte, l’esistenza di un “Paradiso” in cui tutti ci incontreremo, non ha forse fatto la stessa identica cosa di Veronesi? Non ha forse ugualmente espresso una propria (personalissima) opinione?

Cari amici credenti, sappiate che la sensibilità e il tatto non sono cose di cui avete l’esclusiva. Ogni volta che un personaggio pubblico si lascia andare a sproloqui religiosi di vario tipo, l’ateo o l’agnostico possono esserne disturbati. Esattamente come voi, amici credenti, che vi siete sentiti disturbati dalle affermazioni di Veronesi. E allora perché i non credenti, che sopportano in silenzio le vostre esternazioni, devono essere poi mazziati e demonizzati quando esprimono le proprie opinioni?

Tenete presente, cari amici credenti, che gli atei e gli agnostici rappresentano la più grande “appartenenza religiosa” (o non-religiosa, in questo caso) dopo quella cattolica. E pertanto, meritano esattamente lo stesso rispetto, hanno esattamente gli stessi diritti di esprimere le proprie opinioni. Per ogni Veronesi che esprime la prova della non-esistenza di Dio (prova peraltro non richiesta, perché Dio non è dimostrabile) ci sono almeno cento credenti che sproloquiano a proposito di una “prova” dell’esistenza di Dio (cosa che peraltro sarebbe in contrasto con l’idea stessa di “fede”: se si può dimostrare, allora non è “fede”).

Come ha giustamente sottolineato Uaar, Veronesi ha semplicemente commesso il “peccato” di “aver mostrato che gli atei esistono. Anzi, che hanno delle ragioni. E persino dei sentimenti.”

Gli atei e gli agnostici esistono. E sono tanti. E devono essere rispettati.
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