mercoledì 3 dicembre 2014

In Rock ‘n’ Roll we trust – it’s Rock or Bust!


Ero molto curioso di ascoltare il nuovo lavoro degli AC/DC, caratterizzati negli ultimi tempi da una sorta di “eterno ritorno” sulla scena rock mondiale. Infatti, dopo averli dati per finiti con Stiff Upper Lip (in realtà già con Ballbreaker si vociferava di un possibile abbandono dalla scena da parte del gruppo) si sono rifatti vivi con Black Ice. Black Ice fu un disco non male, anche se pieno di molti filler messi lì tanto per far numero. E tanto per affermare in modo insidacabile che si trattava davvero dell’ultimo lavoro della storica band australiana.

Dopo essermi perso le due date di Milano nel 2009, annunciate come uniche date italiane del loro tour d’addio e con biglietti finiti in pochi minuti, Angus e compagni decisero di replicare con un breve tour, passando stavolta da Udine nel maggio 2010. E quello non me lo persi. In coda al Box Office (perché ancora non era così semplice e naturale acquistare un biglietto via internet, se la connessione ti abbandonava il concerto te lo sognavi) per riuscire ad avere i primi biglietti. E nonostante il biglietto lo avessi comprato ad appena 17 minuti dalla prima emissione, erano rimasti solo i posti della curva dello Stadio Friuli. Al concerto vendevano le magliette “Last tour 2010: and now, WE SALUTE YOU” giocando con le parole di una loro grande canzone, facendoci capire che stavolta davvero si sarebbero sciolti.

E invece, rieccoli qua, nonostante i problemi di salute di Malcolm (quanto mi è dispiaciuto apprendere della demenza che ha afflitto il chitarrista ritmico degli AC/DC) e i problemi legali di Phil (ancora non si è ben capito cosa diavolo è successo!) a sfornare un altro disco di inediti (11 questa volta) a 6 anni di distanza da Black Ice.

Premessa: chi scrive è un die-hard fan degli AC/DC, quindi non potete aspettarvi critiche come “E’ da 40 anni che suonano la stessa cosa”: è un bene che gli AC/DC suonino la stessa cosa da 40 anni (41 per l’esattezza!) e imputare la mancanza di varietà agli AC/DC è come imputare ad una bella ragazza di non essere invecchiata di una sola ruga dopo molto tempo. It’s Rock ‘n’ Roll, and we like it: è molto semplice. Come dimostra un’intervista ad Angus rilasciata sul libro “Guitar Heroes” di Battigelli, quando ad Angus venne fatto notare che gli AC/DC avevano registrato 12 album tutti uguali, lui ci pensò un attimo su e rispose: “Sbagliato. Noi abbiamo registrato 13 album tutti uguali.” Idolo.

Il nuovo Rock Or Bust parte col botto: la title-track apre le danze e siamo nel più classico stile AC/DC. Riff tagliente, ritmo marcato ed elettrizzante scandito dalle note stoppate del basso, voce cartavetrata e inconfondibile di Brian Johnson. Inizi a muoverti a tempo e non ne puoi fare a meno. Una goduria immensa.
Si prosegue con la fantastica Play Ball, una sorta di hard blues con un gran lavoro di chitarra, che si intreccia alla perfezione con i cori del ritornello. Un pezzo che vi resterà in testa sin dall’inizio. Come iniziare al meglio un nuovo disco? Ovvio, con due instant classics. Che domande!
L’ottantiana Rock The Blues Away ci riporta a sonorità e melodie dell’epoca partita nel 1980 con Back in Black e, più nello specifico, con l’immortale Shook Me All Night Long. Un pezzo riuscitissimo anche questo.
Miss Adventure, con un killer riff ed il coro da stadio, è un brano diretto e senza compromessi: si tratta del più classico stadium rock.
La successiva Dogs Of War è un semplicissimo giro di accordi, che però suona così maledettamente bene come solo gli AC/DC possono fare. Un po’ come War Machine nel disco precedente, questo pezzo tende a incupire l’atmosfera, renderla più accattivante, con un pezzo che obiettivamente non è da 10 e lode, ma, se ben piazzato, suscita comunque un’ottima impressione.
Con Got Some Rock & Roll, Hard Times, Rock The House e Sweet Candy ci troviamo davanti ai classici filler di un B-Side, pezzi senza infamia e senza lode che adempiono però in modo egregio al proprio compito: tenere alto il ritmo dell’album.
Non rientrano secondo me nella categoria “filler” i due pezzi migliori del “B-Side” di questo album: Baptism By Fire e Emission Control. Il primo è una sassata di rara potenza che, per carità, non sarà Riff Raff, ma comunque resta una perla di aggressività: il classico pezzo headbanger che non può mancare in un album degli AC/DC che si rispetti. La track conclusiva, Emission Control, chiude con un magistrale riffing di chitarra quello che sicuramente è un buon disco, anzi più che buono, come quasi tutte le produzioni degli AC/DC.

Perché puoi dire quello che ti pare, ma questo gruppo di rocker ormai sessantenni che ancora ci danno dentro come quando avevano 19-20 anni, mettendoci tutta la voglia e la passione del mondo, non può fare altro che piacere. Già, perché difficilmente abbiamo visto e ancor più difficilmente vedremo in futuro una band che in ogni album rimane fedele al proprio stile, senza scendere a compromessi con imposizioni di mercato o mode temporanee. Perché qui stiamo parlando di una cosa sola: il Rock ‘n’ Roll. Che è estraneo alle mode temporanee, se è fatto in modo autentico, dato che così è nato e così rimane. E che non ha nessun motivo di evolversi e di suonare diversamente, perché è la cosa migliore che possiamo ascoltare ogni volta che accendiamo la radio. Come dicono gli AC/DC nella opener di questo album, con una rima che è tanto vecchia quanto genuina e autentica “In Rock ‘n’ Roll We Trust: It’s Rock Or Bust”.


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