sabato 17 gennaio 2015

Papa Francesco e i suoi pugni


Premetto che Papa Francesco non mi dispiace. E lo dico da agnostico e anticlericale. Ma i suoi commenti dopo l’attacco a Charlie Hebdo mi lasciano perplesso. Bergoglio dice:
“Uccidere in nome di Dio è un’aberrazione.”
Molto bene, ma allora sono ancora in attesa di due paroline di questo Papa a proposito di guerre sante, inquisizione e gli stermini perpetrati dalla Chiesa nel corso dei secoli. A quanto mi risulta, mai una parola di vero cambiamento e sincero “pentimento” è arrivata da un qualche esponente di rilievo dell’istituzione cattolica. E questo è uno scandalo davvero indecoroso a cui nessun Papa, nemmeno il tanto “nuovo” e “moderno” Bergoglio, ha posto rimedio.
“Non si può provocare, non si può insultare la fede degli altri, non si può deridere la religione. E la libertà di espressione ha il limite di non offendere nessuno.”
Stiamo molto calmi. Prendiamo un bel respiro e rileggiamo cosa ha detto Papa Francesco. A parte il fatto che qualsiasi fede religiosa di fatto dichiara di essere l’unica fede “vera”, dunque dando di “fede falsa” a qualsiasi altro orientamento religioso (è nella natura stessa della religione autoproclamarsi unici detentori della verità contro gli “infedeli”), ma davvero dobbiamo credere che “la libertà di espressione” ha limiti così precisi?

Nel momento in cui la libertà di espressione ha il limite di non poter deridere o ostacolare questa o quella religione, si ha un atto di fondamentalismo religioso. E lo stesso discorso, in senso più ampio, è applicabile a qualsiasi argomento, non solo alla religione. Ma, mentre nel campo della satira politica la questione assume determinate proporzioni, nel campo della satira contro soggetti religiosi si entra in un campo pericoloso. Già, perché le parole del Papa sembrano suggerire che chi prende di mira, tramite la satira, una qualsiasi religione, e oltrepassa quel “limite”, è giusto, per i religiosi, incazzarsi e reagire. Anche con la violenza.

E infatti, da velato che era questo indecente messaggio, eccolo che arriva:
“Se il dottor Gasbarri, l’organizzatore dei viaggi papali, che è mio amico, dice una parolaccia contro la mia mamma è normale che si aspetti un pugno. Non si può provocare, non si può prendere in giro la religione di un altro. Non va bene.”
Come sarebbe “è normale che si aspetti un pugno”? Questa è, a mio avviso, un’affermazione molto grave. Giustifica di fatto una reazione violenta ad un determinato “insulto” verso la propria religione. E chi è che stabilisce dove finisce la critica e dove inizia l’insulto? Beh, se a farlo sono persone religiose (dunque molto, troppo spesso, persone fanatiche) dovremmo aspettarci molti “pugni”. Se poi i pugni si trasformano in proiettili e bombe, allora capiamo quanto sono potenzialmente pericolose le parole di Bergoglio.

Ma questa affermazione non dovrebbe far saltare sulla sedia solo un ateo o un agnostico, ma tutti coloro che hanno a cuore la pace mondiale e la pacifica convivenza tra culture diverse. Persino gli stessi cattolici dovrebbero sentirsi in qualche modo “traditi” e “delusi” dalle parole del Papa. Non è forse nel “loro” Vangelo che sta scritto di porgere l’altra guancia?

Ho letto il Vangelo, lo giuro. E Gesù non dice mai la parola “pugno”, davvero.

venerdì 16 gennaio 2015

AAA Clone di Napolitano cercasi


Sembrano già nel panico: i Renzi, i Berlusconi, le Boldrini, i Grasso, insomma, tutte quante le sinistre facce di questa inaccettabile classe politica dirigente. Il Re ha abdicato, più per motivi di età e di vecchiaia che per motivi politici. E sicuramente non motivi costituzionali, dato che, come Napolitano stesso ha finalmente ammesso durante il suo ultimo discorso di Capodanno, la sua rielezione è stata incostituzionale, una vera e propria “eccezione” alla Costituzione. Dunque non sembra che il fatto di essere al di fuori del tracciato costituzionale costituisse un problema per Re Giorgio.

Napolitano, se proprio volessimo guardarlo dal punto di vista della Casta e facendo un incredibile sforzo per guardarlo con gli occhi di un Renzi o di un Berlusconi qualunque, è stato un eroe: nonostante l’età e la chiara impossibilità di addossarsi certe responsabilità, ha coraggiosamente risposto alla chiamata disperata e unanime di questa Casta, nel momento di più dura crisi, ossia il periodo post-elettorale del 2013. Per la prima volta in decenni di storia repubblicana, la Casta si è sentita minacciata, si è sentita tanto in pericolo, tanto vicina alla propria capitolazione, che ha richiamato un Presidente ineleggibile per poter tutelare i propri interessi, arroccandosi nelle larghe intese garantite da un Parlamento falsato a causa di una legge elettorale incostituzionale e da una specie di monarca assoluto che avallasse un progetto di “distruzione democratica” delle nostre istituzioni. Prima di tutte, la Costituzione stessa. Non è difficile immaginarsi il perché questa classe politica si lasci andare a riconoscimenti “a piena lingua” nel rendere omaggio al peggior Presidente uscente nella storia del nostro Paese: per loro è stato un vero eroe nazionale e, di conseguenza, per noi tutti è stata una rovina.

Se da una parte Napolitano è stato costretto ad abdicare a causa dell’età e della sempre più insostenibile situazione di “eccezionalità” costituzionale, dall’altra si vede comunque mantenere intatto tutto quello per cui ha duramente lavorato: una classe politica trasversale, guidata da personaggi di dubbia onestà, che persegue unicamente gli interessi propri e dei poteri forti (anche quelli occulti, dalla massoneria alla mafia), unita da un patto illegale (perché non pubblico e non votato, il cosiddetto Patto del Nazareno) che ne determina l’agenda politica volta alla distruzione dall’interno delle istituzioni democratiche. Un’agenda “squisitamente” piduista con cui Renzi sta sfasciando questo Paese. Napolitano può quindi dirsi “pienamente soddisfatto” della situazione in cui si trova costretto ad abdicare.

Tuttavia, la Casta sa perfettamente che per poter continuare in questa indegna direzione avrà bisogno di un Presidente che ne avalli amorevolmente ogni indecente proposta. E qui purtroppo casca l’asino (per noi!) dato che i principali esponenti di questo governo sanno bene di avere numeri a sufficienza per eleggere un clone di Napolitano.

Già, perché si dà il caso che ci troviamo ancora tra le mani un Parlamento illegittimo. C’è un virus in questo Parlamento, e questo virus si chiama “premio di maggioranza”. È un Parlamento viziato da un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, che si troverà nuovamente a dover eleggere il cosiddetto “garante della Costituzione”. Questa violazione è talmente evidente che risulta inutile commentarla ulteriormente. Ma questa violazione c’è, purtroppo, ed ha effetti devastanti all’atto pratico: è solo grazie a questa macroscopica irregolarità che i partiti di Sistema potranno, molto presto, votarsi il Presidente che più gli garantirà illimitato potere e autonomia decisionale; è solo grazie a questa macroscopica irregolarità che i partiti di Sistema potranno scegliersi qualsiasi rappresentante di qualsiasi istituzione, potranno far passare leggi incostituzionali come se niente fosse, potranno cambiare la Costituzione stessa in un qualcosa che farebbe rivoltare nella tomba i nostri Padri Costituenti.

L’incostituzionalità eleggerà, in definitiva, il tutore della costituzionalità. E a meno che Renzi non apra ai 5 Stelle, anziché al suo maestro e sodale Silvio, sarà molto facile per il Partito Trasversale del Malaffare eleggere un Presidente che sarà, se possibile, ancora più indegno di Napolitano.

Re Giorgio ha abdicato. Ma adesso viene il bello. O il brutto. Insomma, speriamo bene.


Come dovrà essere il nuovo Presidente? Piccolo promemoria di ciò che un Presidente della Repubblica deve rappresentare.

martedì 13 gennaio 2015

Il Senato di cartapesta di Matthew Mr. Renzie


Della serie “Tutte le balle di Matteo Renzi”, presto sui grandi schermi “Il dimezzamento del numero dei parlamentari”. Promesso da Renzi addirittura dalle primarie Pd del 2012, “dimezzare i parlamentari” non sembra più tanto una priorità per il pinocchietto di Rignano sull’Arno.

La proposta di dimezzamento del numero dei parlamentari è stata avanzata dal MoVimento 5 Stelle e, se la logica ancora significa qualcosa per il premier Mr Bean, dovrebbe essere accolta a pieni voti dal Pd renziano. E invece no, respinta. Io non avevo dubbi, questo è chiaro: da un bugiardo seriale, un usurpatore di poteri, un vile parolaio, un misero servo della Casta come Matteo Renzi cosa mai ci si può aspettare? Quello che mi chiedo io, invece, è cosa frulla nella zucca dei tanti renzini lobotomizzati che circolano per il Paese: possibile che nessuno si senta preso per il culo?

Purtroppo, il rispetto delle promesse e della parola data, così come l’onestà che richiede il fare quello che si era detto, sono attributi che il politico italico ha perso già da molto tempo. Non esiste più indignazione, non esiste più rammarico, non esiste più niente: ormai ogni balla conclamata, ogni presa per i fondelli degli elettori, ogni schiaffo alla cittadinanza è tacitamente accettato e sostenuto, prima di tutto proprio dagli stessi elettori di chi mente e rovina il Paese. Renzi, in questo ultimo caso, ne è il più chiaro degli esempi.

E mentre penso agli elettori di Renzi, chiedendomi come sia possibile che anche solo una piccola parte agisca realmente in “buona fede”, il mio pensiero va a questo disgraziato Paese, e alle mani in cui si è affidato. Le mani di un piccolo dittatore che, dimenticata volutamente ogni promessa fatta in campagna elettorale (di elezioni mai avvenute, peraltro!) di proposte per il rinnovamento del Paese, si occupa a tempo pieno alla conservazione dei poteri di questa immorale e indegna classe politica dirigente. Il “nuovo” Senato di Renzi ne è un chiaro esempio. Piuttosto che la drastica riduzione di un numero spropositato di parlamentari, sia alla Camera che al Senato, Renzi preferisce mantenere una Camera dei Deputati affollatissima, perlopiù nominata dalle segreterie di partito, ed un Senato non elettivo espressione dei poteri locali peggiori. Per capire realmente in che mani siamo, è sufficiente ascoltare questo intervento in aula di Alessandro Di Battista, che in 47 secondi vi farà capire più di chiunque altro come stanno veramente le cose.



Un Senato di cartapesta, composto da vili tirapiedi governativi: ecco l’idea di Senato che ha in mente Matteo Renzi. Un Senato contrario a qualsiasi principio democratico. Un Senato lontano anni luce dall’idea stessa di una “democrazia parlamentare”.

Renzi sta portando a compimento un disegno ben peggiore di quello che temevamo con Berlusconi. Perché Renzi non solo ne è la perfetta continuazione, ma una più marcata – e più sfacciata – autoritaria degenerazione.

mercoledì 7 gennaio 2015

Lucille: la parabola del Rock and Roll


“Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!”
In questo modo, nel lontano 1955, faceva il suo violento ingresso nella storia della musica il grande Richard Wayne Penniman, meglio conosciuto come Little Richard.

Little Richard viene spesso chiamato “The Original King of Rock and Roll”, a sottolineare l’indubbio contrasto con “The King”, ossia Elvis Presley. E in un certo senso è giusto: Tutti Frutti, il primo grande successo di Penniman, fu pubblicato nel 1955, mentre il primo album pubblicato da Elvis uscì nel 1957, solo due anni dopo, e indovinate cosa conteneva: proprio Tutti Frutti, reinterpretata memorabilmente con il proprio stile.

Ma non è questo l’unico aspetto che ci porta a considerare Little Richard “The Original King of Rock and Roll”, non è certo una misera questione cronologica. Il “Re nero” (perché Penniman era nero e gay nell’America degli anni Cinquanta, è bene non dimenticarselo!) aveva dalla sua la grande e inconfondibile voce black, una voce che – udite, udite – addirittura “Sua Altezza Reale” Lemmy Kilmister dei Motörhead definisce “The best Rock and Roll singer ever. Mica noccioline, insomma. È da sottolineare che Sam Phillips, il produttore di Elvis Presley, disse un giorno, pochi mesi prima di venire a conoscenza di The King“Se trovassi un bianco che canta con l'anima di un nero diventerei miliardario”. Lo trovò, poco tempo dopo, e divenne davvero miliardario.

Proprio per via di questa grande caratteristica di Little Richard, voglio concentrarmi oggi su uno dei suoi successi che più ne esalta la voce: Lucille.



Lucille venne pubblicata nel 1957. Rappresenta un approccio più spregiudicato verso il Rock and Roll, con un ritmo regolare e incalzante che picchia in testa come pochi, mentre il primo acuto di Little Richard ha sicuramente fatto balzare sulla sedia migliaia – se non milioni – di ascoltatori. “Lucille, you won't do your Sisters' will?”: è con questo nonsense che inizia il nostro grande classico del Rock and Roll, che però affonda le sue radici nella musica Blues, la musica “nera” per eccellenza. Il brano fu scritto infatti a quattro mani tra Penniman ed il bluesman Albert Collins. I versi “I woke up this morning, Lucille was not in sight” e “Lucille, please come back where you belong – I've been good to you baby – Please don't leave me alone” sembrano usciti piuttosto da qualche blues lento e malinconico, come lo slow blues in 12 battute Three O’ Clock Blues, ma inseriti stavolta in questo infernale Rock and Roll dai ritmi (per l’epoca) davvero frenetici. Ma, d’altra parte, si sa: come ci insegna una grande canzone del bluesman Muddy Waters “The Blues had a baby, and they named it Rock and Roll”, il Blues ebbe un figlio e lo chiamarono Rock and Roll.



Lucille è anche tra le protagoniste di un fortunato incontro tra due grandi della storia della musica. Infatti, nei primi anni Sessanta, si dà il caso che un ragazzino nella road crew degli Upsetters (la band capitanata da Little Richard) si portasse sempre dietro, all’interno di un misero sacco di patate, la sua chitarra elettrica. Questo ragazzino, un certo Jimi Hendrix, si trovò presto a suonare sporadicamente assieme agli Upsetters, collaborazione che divenne poi più regolare intorno al 1964/1965, per finire poi separando Little Richard ed il giovane Hendrix per due strade molto diverse, essendo due grandi personalità difficili da conciliare in uno spazio ristretto. Tuttavia, si fece in tempo a registrare alcune canzoni degli Upsetters con Hendrix alla chitarra, perlopiù versioni strumentali. Tra di esse, ovviamente, c’era anche la nostra Lucille.



Non avrebbe molto senso perdersi a ricordare tutte le innumerevoli e spesso validissime cover di Lucille che vennero realizzate da molti artisti, dagli Status Quo ai Deep Purple, ma vorrei ricordarne una in particolare. Già nei primi anni Sessanta, Lucille veniva spesso eseguita dai Beatles, assieme ad altri grandi classici del Rock and Roll che i quattro di Liverpool sicuramente si divoravano all’epoca come ad esempio Roll Over Beethoven di Chuck Berry. Paul McCartney amava talmente riproporre questo pezzo che continuò ad eseguirlo live per molto tempo. Addirittura venne inserito in un album di cover realizzato espressamente e, almeno in un primo momento, esclusivamente per il mercato russo: Снова в СССР (letteralmente, Back In The USSR).



La versione di Lucille contenuta in Снова в СССР vale sicuramente un ascolto (anzi molti di più!), ma il fatto interessante è che in questo album il tastierista si chiamava Mickey Gallagher. Si tratta di uno dei più famosi tastieristi hammond nella scena Rock and Roll, che si è portato dietro, un po’ ovunque, le sue radici Rock and Roll vecchia scuola. Non è un caso, infatti, che Gallagher fosse entrato nella storica band punk britannica The Clash proprio in un momento particolare dell’evoluzione del gruppo. È il 1979: i The Clash, poco prima di pubblicare il micidiale tandem costituito da London Calling del 1979 e Sandinista! del 1980, con alle tastiere proprio Gallagher, pubblicano nella prima metà del 1979 un EP chiamato The Cost Of Living, che risente molto delle influenze della musica Rock and Roll americana delle origini, costituendo di fatto una sorta di “chiave di volta” nella carriera dei The Clash: dall’approccio più grezzo e punk delle origini, alle venature più groovy e funky dei dischi successivi, riconducibili spesso al Rock and Roll degli anni Cinquanta. Proprio all’interno dell’EP in questione, Gallagher si portò dietro qualche traccia di Old School Rock and Roll: oltre al sound decisamente american-oriented e al pezzo Gates Of The West, in cui si cita proprio Penniman nel testo (“Little Richard's in the kitchen playing spoons and plates – He's telling the waitress he's great”), il “pezzo forte” del disco è proprio una grandissima rivisitazione di un classico del Rock and Roll, ossia I Fought The Law. Da quel momento, I Fought The Law entrò istantaneamente nella lista dei grandi capolavori della band britannica, tanto che – ci scommetto – a tanti è capitato di venire a conoscenza di questo pezzo grazie alla versione dei The Clash, piuttosto che alla versione originale di Sonny Curtis incisa per la prima volta dai The Crickets di Buddy Holly.



Difficilmente ha qualcosa a che vedere, la Lucille di Little Richard, con l’altra grande Lucille della storia della musica: sto parlando ovviamente della leggendaria chitarra Gibson di B.B. King, chiamata proprio Lucille. Ciononostante, pare che questo semplice nome di donna abbia sempre ispirato molti dei più grandi musicisti del mondo, dal Rock and Roll al Blues, in modo quasi indipendente e assolutamente irrazionale.



Viene quantomeno il pensiero che tutte queste curiosità, questi imprevedibili collegamenti, siano in realtà parte di un disegno molto più ampio. Quello che mi piace di Lucille e della sua storia è proprio questo: Lucille è una delle tante prove che ci dicono come il lavoro di qualche musicista negli anni Cinquanta abbia generato qualcosa che ha poi avuto ripercussioni eclatanti nei decenni successivi. E senza neanche che i protagonisti (Little Richard, Elvis Presley, Chuck Berry, Buddy Holly, Jerry Lee Lewis e tanti altri) si rendessero veramente conto di quanto fosse importante ed irripetibile quello che stavano riuscendo a combinare in quei pochi anni. A pensarci bene, quel “Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!” che nel 1955 ha spaccato i grammofoni di mezzo mondo altro non fu che una sorta di Big Bang, che ha poi dato vita, in un processo instancabile ed estensivo, a generazioni intere di musicisti, ognuno dando linfa vitale a quel miracolo, sempreverde e forse anche immortale, chiamato Rock and Roll.




Lucille, you won't do your Sisters' will?
Lucille, you won't do your Sisters' will?
She ran out and maried
But I Love her still

Lucille, please come back where you belong
Lucille, please come back where you belong
I've been good to you baby
Please don't leave me alone

Well, I woke up this morning, Lucille was not in sight
I asked my friends about her but no, all their lips were tight

Lucille, please come back where you belong
I've been good to you baby
Please don't leave me alone

Well, I woke up this morning, Lucille was not in sight
I asked my friends about her but no, all their lips were tight
Lucille, please come back where you belong
I've been good to you baby
Please don't leave me alone

Lucille, baby satisfy my heart
Lucille, baby satisfy my heart
I'll living with you baby

And give you such a wonderful start

venerdì 2 gennaio 2015

Il discorso di Beppe: semplicemente grande


Mentre Napolitano, la sera del 31 Dicembre 2014, si apprestava a pronunciare quello che dovrebbe essere il suo ultimo discorso di Fine Anno da Capo dello Stato (discorso peraltro storico, in cui ha di fatto ammesso pubblicamente l’incostituzionalità del suo secondo mandato), in un bunker, poco illuminato e a quanto pare pure poco riscaldato, un piccolo comico stava pronunciando il suo contro-discorso.

Poi, quanto sia un contro-discorso, questo non lo so. Mi spiego: è la stampa (perlopiù di regime) che lo ha chiamato “contro-discorso”, ma come sicuramente molti di voi sapranno, Beppe Grillo è solito fare questo discorso da moltissimi anni, molto prima che la mente di Napolitano concepisse le due parole “larghe” “intese”. Infatti, personalmente, considero quello di Grillo IL discorso di fine anno, contrapposto ogni anno dal contro-discorso del Capo dello Stato.

Ma smettiamola di scherzare e torniamo al cosiddetto contro-discorso di Beppe. L’ho trovato davvero di grande ispirazione e di indiscusso spessore, sia artistico (perché prima di tutto è un comico) che morale. Pensate, per un attimo, ad un Presidente della Repubblica che esordisce con la chiara affermazione di parlare e di fare gli auguri solo agli onesti. Che bel Presidente sarebbe. Non sarebbe il Presidente “di tutti”, certamente, ma è davvero necessario esserlo? Gino Strada, che io avrei voluto come Presidente al posto di Re Giorgio, disse: Se mi faranno Presidente non sarò il Presidente di tutti. Non sarò il Presidente di ladri, corrotti, violentatori, criminali. Sarò il Presidente della Legalità e della Costituzione.”

“Onestà, lealtà. Queste cose che ormai fuori vengono percepite come rivoluzionarie o eversive.” Chiarissima la frecciata a Napolitano, il Presidente che preferisce condannare la richiesta da parte della società civile di onestà come “la patologia eversiva dell’antipolitica”. Oppure eroi nazionali come Di Matteo trattati come “magistrati con ambizioni di protagonismo”. Che parole indegne per un Presidente.

“Tutti i parametri sono peggiorati.” È vero. Se con il governo Monti, e poi Letta, la situazione era sempre più difficile, con Renzi siamo in piena recessione, come attestano i dati più recenti. E la disoccupazione giovanile è al 44,2%. Ecco in che cosa ci sta trasformando un tamarro di Rignano sull’Arno: un Paese senza futuro.

“Ci stiamo abituando a questo marcio, forse ci stiamo abituando e non lo percepiamo neanche più, è la percezione quella che ci arriva. Ecco perché bisogna parlare sottovoce!” Il dramma di questo Paese descritto in due righe. Ci siamo talmente assuefatti al marciume, morale e politico, che il problema dell’Italia, in definitiva, siamo noi italiani. Gli italiani sono quelli che non danno peso a certe cose. Come Mafia Capitale, ad esempio: vogliamo vedere quanti voti farà perdere al Pd il più grande scandalo dai tempi di Mani Pulite? Pochi, ve lo dico io: perché l’italiano è fatto così.

“Il reddito di cittadinanza.” A mio avviso, la più grande battaglia che il M5S sta portando avanti è proprio questa. Il “Nessuno deve rimanere indietro” è considerato uno sciocco slogan solo da individui incompetenti, disinformati o semplicemente stupidi. Certo, finché gli italiani preferiranno gli 80 euro di Renzi, che già si è ripreso con altre tasse, non so davvero dove andremo a finire.

Concludere poi con quel gioiellino di Calvino è stato un colpo da maestro. Ti fa capire quanto un solo uomo onesto possa scardinare un sistema marcio fino al midollo. Ed è questo tipo di persona che dobbiamo cercare di mandare nelle istituzioni: l’onesto. È l’unico modo per uscire dal pantano e tornare a respirare. Il MoVimento 5 Stelle avrà tutti i difetti di questo mondo per quanto riguarda la selezione dei candidati, ma sicuramente si pone questo come obiettivo: portare onesti nelle istituzioni. Gli altri sono quelli del partito di B. e Dell’Utri, quelli del partito di Mafia Capitale, il Partito Trasversale del Malaffare. Davvero, come si fa a stare coi secondi?

Buon Anno a tutti gli amici del blog!!!

giovedì 1 gennaio 2015

La rielezione di Napolitano fu incostituzionale: parola di Presidente


Armato di un doppio espresso, fondamentale per non rimanere addormentato alle parole del Presidente Napolitano, mi appresto ad ascoltare i 20 minuti del discorso di Fine Anno del Presidente della Repubblica. Come nel più classico dei suoi nove (nove!!! Già qui la totale innaturalezza del suo doppio mandato è innegabile) discorsi, si è trattato infatti di una sorta di Greatest Hits di tutte le forme retoriche, vuote, insignificanti e di sola formalità senza alcuna sostanza che il nostro caro Presidente sembra amare così tanto. Ogni volta che sento parlare Napolitano, mi sembra quasi che peschi da un ipotetico mazzo di frasi fatte, perlopiù a caso, riempiendosi la bocca di qualcosa che se non è aria fritta, beh, poco ci manca. Questo quando si esprime per banali e pseudopatriottici luoghi comuni; poi ci sono le volte in cui quello che dice è realmente indegno ed eversivo che quasi stento a crederci.

Da quello che, salvo sorprese, dovrebbe essere l’ultimo discorso di Fine Anno di Napolitano da Capo dello Stato possiamo tranquillamente cestinare tutta l’aria fritta, dunque, per concentrarsi su quello che ha detto veramente. E, come ho appena asserito, il resto è indegno.

Si parla di Europa. Napolitano afferma che l’Italia sollecita “un cambiamento nelle politiche dell’Unione che accordi la priorità ad un rilancio solidale delle nostre economie”. Davvero? Le stangate di Renzi sui lavoratori, la sempre maggiore tassazione, l’aumento generale dei prezzi, la disoccupazione giovanile che mentre stiamo parlando cresce a dismisura: tutte azioni perfettamente concordanti con quella strana macchina che è diventata l’Unione Europea. Mi piacerebbe capire in che modo queste misure, antipopolari e antieconomiche, costituirebbero un “rilancio solidale” per il nostro paese. Se c’è una cosa, una sola, che renderebbe l’Europa non una Troika ma una vera comunità di stati sovrani, quella è la ridiscussione totale dei meccanismi che hanno spinto l’Europa ad essere un’unione finanziaria anziché economica, di governi anziché di popoli, federazione politica anziché comunità sociale. Ovviamente, non è d’accordo il Presidente Napolitano, che non perde occasione, durante quello che dovrebbe essere il “discorso a tutti gli italiani”, a tirare la frecciata al M5S e ai suoi milioni di elettori: “Non c’è nulla di più velleitario e pericoloso di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell’Euro e di ogni comune politica anticrisi.” A parte il fatto che di politiche “anticrisi” a Renzi e all’Europa non ne ho visti fare neanche mezze, ma la cosa più grave è un’altra: come si permette Napolitano, che certo non è un esperto, di affermare che sia “pericoloso” (addirittura!) tornare alla Lira? Ci sono i più grandi economisti di tutto il mondo, premi Nobel ed esperti del settore che affermano la possibilità, tutt’altro che distruttiva, per l’Italia e i cosiddetti “PIGS” di tornare alle proprie monete nazionali o, a limite, alla creazione di una moneta unica “a due velocità”. Obiettivamente, chi è Napolitano per fare una simile affermazione in modo del tutto gratuito e senza riportare alcun obiettivo e imparziale parere autorevole, se non il suo?

Si parla, chiaramente, anche di Mafia Capitale. Quello che dice, come lo dice, è interessante: “Una corruzione capace di insinuarsi in ogni piega della realtà sociale e istituzionale, trovando sodali e complici in alto”; fin qui niente di strano, ma sentite poi cosa dice (neanche troppo velatamente) Napolitano: “Dobbiamo bonificare il sottosuolo marcio e corrosivo della nostra società, e dobbiamo farlo insieme, società civile, Stato, forze politiche senza eccezione alcuna.” Mi permetto di dissentire, Presidente: le eccezioni non solo ci sono, ma è doveroso farle! I tentacoli della corruzione e di Mafia Capitale sono entrati e hanno stretto alleanze con persone, nomi e cognomi, appartenenti solo a determinate forze politiche. Dire che, “senza eccezione alcuna”, le forze politiche devono “bonificarsi” è quanto di più falso si possa affermare oggi in Italia. Come mi disse un bravo magistrato che ho avuto il piacere di conoscere, “i buoni sono buoni e i cattivi sono cattivi, quando si parla di mafia: il punto di confine è delineato molto bene e in modo decisamente marcato”. Ora, che quello che dovrebbe essere il “mio” Presidente non abbia il coraggio (e neanche la volontà) di puntare il dito contro i disonesti ed i corrotti, beh: questo mi fa davvero incazzare. Specialmente se lo fa mentre parla dell’importanza dei “valori morali”.

Poi Napolitano fa riferimento al discorso del suo primo insediamento, e afferma che le forze politiche in questi anni si sono confrontate nelle assemblee elettive, hanno intavolato un maturo confronto per il bene del paese. Interessante, specie nel Parlamento in cui ormai si vota per parere positivo o negativo del governo senza neanche, non ti dico discuterle, ma senza neanche leggere le leggi che vengono approvate! Si vota senza sapere cosa si vota, solo perché il governo vuole che si voti un certo decreto. Si pone la fiducia (pratica largamente e abusivamente utilizzata) anziché discutere le leggi in Parlamento, tagliando fuori ogni tipo di opposizione in un processo che uccide la democrazia parlamentare. Si legifera per decretazione d’urgenza in modo assolutamente incostituzionale, senza che il “garante” della Carta dica alcunché – anzi, elogia  pure gli artefici di questa morte della democrazia parlamentare.

Non poteva certo mancare la frecciata alla cosiddetta “antipolitica”, che poi antipolitica non è, come ho già scritto su questo blog (qui e qui): “Si può cedere alla sfiducia nella politica, bollandola in modo indiscriminato come un’inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegi. Non può, non deve essere questo l’atteggiamento diffuso nella nostra comunità nazionale.” Caro Presidente, la Sua cosiddetta “antipolitica” (gli eversori, per dirla con le Sue parole) non prova questa sfiducia nella politica, bensì nei politici, nella classe politica dirigente che Lei degnamente rappresenta. Se la classe politica è “inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegi”, non solo la società civile deve sfiduciarla, ma attorno ad una figura come quella del Presidente della Repubblica si dovrebbero radunare tutti i cittadini onesti che si sentono sbeffeggiati e traditi da una Casta degenerata. E questa, forse, è la più grande delle colpe di Napolitano: essere stato il Presidente della Casta, piuttosto che il Presidente dei cittadini onesti e dei lavoratori.

Chiudiamo con una “chicca”: molte volte sono stato bollato quando ho affermato che la rielezione di Napolitano nel 2013 fu incostituzionale. Appartengo alla scuola di pensiero che vede nella Costituzione un chiaro limite a 7 anni di mandato (non 8, non 9, non 10, non 14) nonché un chiaro concetto di inutilità della rielezione di questa figura istituzionale. Si tratta infatti di una figura che sta al di sopra delle parti, al di sopra delle fazioni politiche, che rappresenta l’unità nazionale e garantisce il rispetto della Costituzione stessa; una rielezione è di fatto una pubblica ammissione che si vuole che quella determinata persona (in questo caso Napolitano) venga rieletta: si vota dunque quella determinata persona, con le sue idee ed il suo programma politico, non una figura istituzionale imparziale e scevra da indirizzi politici specifici, proprio perché la sua è una figura di garanzia, che non deve dunque interferire con l’attività democratica del Parlamento: invece la rielezione di Napolitano ha decisamente svolto un ruolo chiave nella direzione in cui il Parlamento è andato negli ultimi due anni.

Ma da oggi credo che nessuno potrà più criticare la mia idea a riguardo, visto che Napolitano stesso ha ammesso nel suo discorso che la sua rielezione non rientrava nei limiti della Costituzione:
“Penso che questi semplici chiarimenti possano costituire una buona premessa perché Parlamento e forze politiche si preparino serenamente alla prova dell'elezione del nuovo Capo dello Stato. Sarà quella una prova di maturità e responsabilità nell'interesse del paese, anche in quanto è destinata a chiudere la parentesi di un'eccezionalità costituzionale. Personalmente resto convinto che la disponibilità richiestami e offerta nell'aprile 2013, in un momento di grave sbandamento e difficoltà post-elettorale, sia risultata un passaggio determinante per dare un governo all'Italia, rendere possibile l'avvio della nuova legislatura e favorire un confronto più costruttivo tra opposti schieramenti politici. Ma è positivo che ora si torni, per un aspetto così rilevante, alla normalità costituzionale, ovvero alla regolarità dei tempi di vita delle istituzioni, compresa la Presidenza della Repubblica.”
Con queste parole, Napolitano ha detto chiaramente quello che ho sempre affermato. E cioè che la sua rielezione è stata una forzatura incostituzionale (“eccezionalità costituzionale”) e che ha portato a formare un governo, anzi due, con obiettivi ben precisi assegnati dal Capo dello Stato, cosa che la Costituzione non prevede nella maniera più assoluta (“dare un governo all'Italia, rendere possibile l'avvio della nuova legislatura”). Il ritorno ad una “normalità costituzionale” di cui parla Napolitano è, finalmente, la prova conclamata di quello che è stato il passaggio nella sua rielezione: un colpo di Stato, né più né meno, una spregiudicata ed arbitraria violazione della Costituzione in favore di un progetto di governo mai votato dagli italiani e che sta, neanche troppo lentamente e di sicuro gravemente e irrimediabilmente, distruggendo ogni istituzione democratica del nostro Paese.
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