sabato 14 febbraio 2015

Il mercato delle vacche


L’audio della conversazione avvenuta tra il deputato di Scelta Civica Mariano Rabino e la ex-5 Stelle Mara Mucci, pubblicato sul blog di Beppe Grillo, ha scatenato reazioni minacciose e scandalizzate nello scenario dei partiti italioti.

Rabino, ex-consigliere provinciale e in seguito regionale del Pd, ora passato al partito di Monti (Rabino è quello che stava a Roma “per la gnocca e per il tempo”), illustrava candidamente alla Mucci i vantaggi costituiti da una convergenza di alcuni ex-5 Stelle nel gruppo di Scelta Civica. “Se vi aggiungete al nostro gruppo vuol dire 50mila euro al mese, 7-8 assunzioni...” oppure anche “Tu dai, noi prendiamo, noi diamo, voi prendete. Ragionate…”: insomma, un’offerta che non si può rifiutare. (cit.)

Mara Mucci, una volta fuoriuscita dal MoVimento 5 Stelle, fa parte di quel gruppo che si chiama “Alternativa Libera”. Libera da cosa, ancora, non è dato sapere. Il capogruppo è l’ex-5 Stelle Walter Rizzetto, mentre Massimo Artini (la frusta pe'i su'culo) ne è il responsabile. Questo rende piuttosto chiare le intenzioni dei cosiddetti “dissidenti”, che già dal giorno dopo il loro ingresso in Parlamento hanno cominciato a blaterare di “dubbi”, di “mancanza di democrazia interna”, di “ordini dall’alto”. Ben presto, infatti, hanno tutti cambiato casacca, mantenendo abusivamente un posto in Parlamento a dispetto dell’elettorato, o addirittura, come in questo caso, fondando un nuovo gruppo, entrato così “magicamente” in Parlamento senza che nessuno lo avesse mai votato.

Per quale motivo la creazione di un nuovo gruppo è grave? Ci sono molte ragioni. Ad esempio, ora che i cosiddetti “dissidenti” hanno il loro gruppo nuovo e impacchettato, non solo cercheranno di salvaguardare il proprio posto e guadagnare anche visibilità, ma avranno tutto l’interesse a mantenere in vita il presente governo Renzi, mai votato da nessuno: se domani il governo Renzi cadesse, e se Mattarella sciogliesse le camere, facendo dunque tornare il paese alle urne, quanti voti racimolerebbe Alternativa Libera? E, di conseguenza, addio posto in Parlamento, addio stipendio, addio privilegi, addio tutto quanto. Li vorrei vedere, questi fenomeni di Alternativa Libera, al momento di votare a favore o contro un’eventuale sfiducia del governo. Credo anzi che farebbero tutto il possibile per tenersi il posto, anche a costo di votare la fiducia a Renzi.

Ma tornando al discorso da cui eravamo partiti, ci sono due cose che mi colpiscono della conversazione “rubata” tra Rabino e la Mucci.

La prima è la conferma di come funzioni, all’interno di un partito, la strategia politica. Essa non è mai spinta dall’impulso di fare del bene per il proprio paese, cosa semplicemente normale, essendo la politica stessa un servizio verso i cittadini, ma viene piuttosto vista come un investimento economico. Ad esempio, per candidarsi nel Pd si paga fino anche a 30.000 euro, come rivelò pure Civati in un’occasione. Si cercano di formare gruppi sempre più corposi per avere accesso a maggiori privilegi economici. E ancora molte altre “tattiche” difficilmente definibili “politiche”.

È tutto un mercato delle vacche: Scelta Civica perde parlamentari, cerca dunque di ricostituire un gruppo più folto andando a “pescare” tra i fuoriusciti di altri gruppi parlamentari, adescandoli con allettanti proposte economiche come dei vili mercanti da due soldi. La cosa divertente (si fa per dire!) è che tutti questi gruppi vengono scissi, sciolti e ricostituiti senza tenere conto minimamente del risultato elettorale, della volontà di chi ti ha votato: una volta presi i voti, una volta entrati in Parlamento, ci si sente liberi di avere una certa autonomia. E i tuoi datori di lavoro, cioè i tuoi elettori, non hanno – purtroppo – nessuno strumento per impedirti di diventare un altro Scilipoti. Ecco perché una discussione seria e importante sull’introduzione del vincolo di mandato e di strumenti di democrazia diretta come il recall è, secondo me, imprescindibile.

La seconda cosa che colpisce in questa vicenda è la reazione dei due diretti interessati. Dicono che “non stavano facendo niente di male”, che “sono fondi che utilizza anche il M5S”, e altre giustificazioni di vario tipo. Tra parentesi: certo che le utilizza anche il M5S, ma si dà il caso che i 5 Stelle abbiano preso il 25% alle elezioni; Alternativa Libera quanti voti ha preso? Chiusa parentesi.

Se davvero non stavano facendo niente di male, come mai tanto putiferio per la pubblicazione di questo audio? La coda di paglia di questi due sinistri personaggi quasi mi diverte. Uno minaccia querela, l’altra ritira fuori la manfrina dei soldi che Grillo fa con il blog (ma basta!) e ricorda che Grillo si permette addirittura di avere una casa in Svizzera (sticazzi!): se quello che stavate facendo è tanto “normale”, spiegatelo agli italiani. Se invece quello che state facendo è puro e semplice “mercato delle vacche”, allora si capisce molto bene il perché di questa violenta reazione.

Tutto questo è figlio di due problemi molto gravi a cui occorre porre rimedio se vogliamo dare alla nostra democrazia un aspetto più… “democratico”, appunto.
  1. Il vincolo di mandato, già accennato prima: poter cambiare casacca e addirittura fondare un nuovo gruppo parlamentare una volta presi dei voti che ti obbligano a seguire certe regole e certe direttive (non da parte di un capo politico, ma da parte degli elettori) non è ammissibile. E in una classe politica in cui il fenomeno del “mercato delle vacche” si presenta così spesso, in una classe politica fatta da corrotti e da voltagabbana, il vincolo di mandato non è solo auspicabile: è irrinunciabile.
  2. Infine, per concludere: fuori i soldi dalla politica. La politica deve vivere con lo stretto necessario, non deve godere di immorali privilegi. La politica è un servizio alla propria nazione, non un investimento. Nel momento in cui entrare in politica può essere considerato come un investimento economico, dobbiamo capire che tutto ciò è assolutamente controproducente: paghiamo fior di quattrini per gente che invece di rappresentare i nostri interessi ragiona come un imprenditore dalla discutibile moralità.
Tanti danni causati dalla mancata risoluzione di queste due problematiche si vedono facilmente. Non solo con episodi come quello dell’indecente conversazione tra Rabino e la Mucci, quello è solo un piccolo indizio. Per vedere i danni di questo modo scellerato ed immorale di fare politica, basta guardarsi intorno.

giovedì 12 febbraio 2015

Abolire i Senatori a vita? Perché no!


I Senatori a vita sono regolati dall’articolo 59 della Costituzione.
“È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica. 
Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.”
In ogni momento di crisi e difficoltà, sia dal punto di vista politico che dal punto di vista economico, è opportuno chiedersi quanto queste figure siano non solo rilevanti ma anche indispensabili nei meccanismi parlamentari.

Una prima osservazione: queste figure sono necessarie? Su questo si potrebbe discutere. Ex-Presidenti della Repubblica, tra cui il Presidente Incostituzionale Napolitano, unico con nove anni di mandato nella storia repubblicana, che difficilmente, vista l’età particolarmente avanzata (Ciampi del 1920 e Napolitano del 1925) potranno dare un sostanziale contributo alla vita politica del Paese. E non è una questione di simpatia politica di chi scrive nei confronti delle specifiche personalità, si tratta solo di un dato oggettivo: veramente a novant’anni (suonati) si può contribuire politicamente al bene della tua nazione?

Non a caso, la percentuale di presenza dei due Senatori a vita di diritto che abbiamo (Ciampi e Napolitano, appunto) è un tondo 0.00%. Zero.

Un’altra considerazione da fare è domandarsi in quali altri paesi è presente un’istituzione simile. Troviamo l’equivalente dei Senatori a vita italiani in pochissimi casi nel mondo, nessuno dei quali in paesi particolarmente rinomati per princìpi democratici. Vediamo quali:
  • Paraguay: sono Senatori a vita tutti gli ex-Presidenti della Repubblica eletti democraticamente, fatta eccezione per coloro che siano stati destituiti per impeachment;
  • Congo: sono Senatori a vita tutti gli ex-Presidenti della Repubblica regolarmente eletti;
  • Ruanda: sono Senatori a vita tutti gli ex-Presidenti della Repubblica che avanzino tale richiesta presso la Corte Suprema;
  • Burundi: sono Senatori a vitta tutti gli ex-Presidenti della Repubblica.
Questi sono gli unici paesi al mondo dove gli ex-Presidenti della Repubblica diventano di diritto Senatori a vita: l’Italia è in compagnia di Paraguay, Congo, Ruanda e Burundi. Perché le democrazie avanzate, in genere, non riconoscono questo principio? Ho una mia teoria al riguardo. È buona regola, in ogni democrazia compiuta, mantenere alto il principio di ricambio all’interno della classe politica. Un’istituzione che preveda un incarico “a vita” è dunque vista in modo strano, incompatibile con il principio di rinnovamento generazionale e ricambio politico. Che invece tali concetti non vengano mai discussi in Italia, rende molto più ovvio il fatto che l’istituzione dei Senatori a vita non sia mai stata messa in discussione. Napolitano è un degno esempio di quanto questo concetto - il ricambio generazionale in politica - venga svilito e ignorato nel nostro paese: entrato in Parlamento dal 1953, non è mai riuscito a trovare la porta d’uscita. 62 anni in Parlamento: questo è un tempo che farebbe impallidire qualsiasi democrazia parlamentare avanzata. In moltissimi altri paesi democratici, dopo che hai servito la tua patria in politica per un numero congruo di anni, torni alla tua vita e lasci il posto ad altri. In Italia, invece, siamo in leggerissima controtendenza. (cit.)

Se invece volessimo cercare esempi all’estero di Senatori a vita nominati (cioè mai eletti e non ex-Presidenti), concentrandosi dunque sul secondo comma dell’articolo 59 della nostra Costituzione, dobbiamo scomodare addirittura una Monarchia: il Regno Unito. Infatti, l’unico caso al mondo di Senatori a vita nominati è quello dei membri della House Of Lords, la Camera Alta del Parlamento inglese. Non esiste dunque, in nessuna Repubblica parlamentare, un’istituzione simile a quella descritta dal secondo punto dell’articolo 59. Nessuna.

Senza considerare che, nel nostro caso, ci troviamo davanti quattro Senatori a vita nominati (tutti quanti scelti da Napolitano) con percentuali di presenza davvero risibili:
  • Elena Cattaneo: 16.92%
  • Mario Monti: 14.68%
  • Carlo Rubbia: 11.72%
  • Renzo Piano: 0.12%
Ora, qualcuno potrebbe cortesemente spiegarci quanto obiettivamente incidano questi quattro personaggi alla vita politica del Paese? Qualcuno forse pensa che siano determinanti? O che, con la loro carica di Senatore a vita, stiano dando un grande contributo al Paese?

Inoltre, occorre precisare che tra questi, solo Piano e Rubbia (e ovviamente il compianto Abbado) potrebbero rientrare nella categoria di “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Ma gli altri due? Mario Monti, non ne parliamo neanche. La Cattaneo allora? Con le sue balle sulla sperimentazione animale? Lei che, essendo la più giovane Senatrice a vita nella storia della Repubblica, 53 anni, ci costerà da sola milioni di euro chissà per quanti anni ancora?

Perché non c’è da dimenticare anche il lato economico della questione. In un Paese con una delle classi politiche più pagate al mondo che chiede continuamente sacrifici ai propri cittadini, come si può permettere che all’incirca un milione di euro l’anno venga speso in questo modo? Per delle presenze in Senato del 10/15%? È giusto forse? È morale? È onorevole?

Quando a Rubbia e alla Cattaneo i giornalisti de La Gabbia lo domandarono, fuggirono in silenzio.

Perché alla fine il nocciolo della questione torna alle parole di uno dei nostri padri costituenti, Umberto Terracini, che sin dall’inizio si disse contrario a tale istituzione. Terracini sosteneva che queste persone, seppure validissime e autorevoli, rifuggivano dalla vita politica, scegliendo liberamente di non candidarsi. Era pertanto un errore spingerli dentro la politica. Terracini sosteneva inoltre che il Senato "è stato concepito come un organismo che deve essere sottoposto anch’esso a un rinnovamento periodico e non si possono prevedere eccezioni a questa norma". Dovremmo anzi lasciare che personaggi che hanno avuto, durante la loro carriera, “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”, possano continuare a contribuire al bene del Paese nei loro rispettivi campi di competenza. Perché nominarli Senatori a vita, specialmente se non sono né interessati né hanno il tempo di dedicarsi alla vita politica del Paese? Specialmente considerando che poi li paghiamo fior di quattrini?

Per concludere, solo un’ultima riflessione. Se costoro non hanno mai mostrato interesse nel candidarsi in politica, allora perché nominarli come in una monarchia di vecchio stampo? Ma soprattutto, se parliamo di personaggi autorevoli, saggi, illuminati e giusti, è molto semplice: che si candidino! Se davvero sono così validi, che si candidino e che vengano regolarmente eletti.

lunedì 9 febbraio 2015

Basing Street: una Abbey Road in salsa Notting Hill


Tutti conosco i leggendari Abbey Road Studios, lo studio di registrazione più famoso al mondo, in cui i Beatles hanno registrato circa il 90% dei loro album, incluso il loro capolavoro che rende proprio omaggio al nome di questi studios, in cui l’immagine dei quattro di Liverpool che attraversano le strisce fu immortalata e resa quasi sacra negli anni successivi. Sono pronto a scommettere che quasi tutti i turisti che si sono recati a Londra si siano recati nel quartiere di St. John’s Wood, una graziosa zona residenziale londinese, per fare loro stessi la foto più famosa che ritrae lo storico gruppo britannico.



Non furono solo i Beatles a registrare qui, va ricordato infatti, oltre alle varie colonne sonore di film cult (Star Wars, Il Signore Degli Anelli, Braveheart, Eyes Wide Shut e molti altri), anche l’incredibile lavoro dei Pink Floyd: quasi tutti gli album più validi e famosi di Waters e compagni furono registrati qui, compresi Wish You Were Here e l’intramontabile Dark Side Of The Moon.



Insomma, di illustri personaggi e di grande musica Abbey Road ne ha visti in grandi quantità e credo che giustamente si tratti dello studio di registrazione più famoso al mondo. Numerosi “pellegrinaggi musicali” passano spesso di qui. Tuttavia, basterebbe un breve viaggio di circa 20 minuti per arrivare in un luogo forse altrettanto speciale e meno blasonato di Abbey Road. Vi basterà tornare alla stazione della metropolitana (the Tube, come la chiamano i londinesi) di St. John’s Wood, prendere la Jubilee per una fermata e cambiare a Baker Street (dove dovete assolutamente fermarvi per una visita a due dei negozi di souvenir musicali più belli di Londra!) per salire su un treno della Hammersmith & Central che vi porterà fino a Ladbroke Grove. Dopo una piacevole e caratteristica passeggiata nella zona residenziale di Notting Hill, un quartiere popolare fino a non molto tempo fa, troverete i Sarm West Studios, conosciuti in passato come Basing Street Studios, che prendevano il nome proprio dalla strada dove si trovavano.

Vi troverete davanti a qualcosa che ha più o meno il valore di un tempio per la musica degli anni Settanta. Solo per citare alcuni lavori che furono realizzati qui, possiamo ricordare l’album News Of The World dei Queen, che qui registrarono la super-hit We Are The Champions. Quante volte l’abbiamo cantata a squarciagola. Pensare che è nata qui, proprio davanti ai nostri occhi, in questo anonimo palazzo londinese, forse proprio poche ore prima che Brian May, Freddie Mercury e compagni registrassero quel “stomp, stomp, clap” che rese celebre We Will Rock You, è davvero qualcosa che rende inevitabile questa visita a chiunque voglia rendere omaggio ai luoghi chiave del Rock.



Tra quelle mura, in cui lavorarono contemporaneamente anche i Rolling Stones e Bob Marley (il quale per un anno visse al piano di sopra degli Studios!), troviamo l’eco di un altro grande classico che fu “plasmato” nello stesso mixer di We Are The Champions nel 1977: nel 1978, i Dire Straits, lo storico gruppo capitanato da Mark Knopfler, registrarono qui il loro più grande successo, vale a dire Sultans Of Swing.



Davvero, se mette i brividi pensare al geniale solo di chitarra sui cui milioni di chitarristi si sono finiti le dita, mette ancora più i brividi pensare che nelle stesse stanze vennero registrati altri brani che hanno fatto la storia della musica. Specialmente se torniamo con la mente al 1970.

Nel 1970 due gruppi si trovarono a registrare in contemporanea a Basing Street: i Jethro Tull ed i Led Zeppelin. I primi stavano registrando quello che sarebbe poi diventato uno dei loro più grandi capolavori, Aqualung.



I Led Zeppelin invece stavano registrando l’album che ne ha sancito la grandezza in modo definitivo, quell’album che è pietra miliare e capolavoro indiscusso, uno dei migliori album nella storia del Rock: Led Zeppelin IV, con i grandi classici Black Dog, Rock And Roll, ma soprattutto Stairway To Heaven.



Se vi siete mai chiesti da dove venisse quel dolce sound dell’arpeggio di Stairway To Heaven, o il suo micidiale assolo di chitarra elettrica, beh… la risposta non è “dal Paradiso”, ma da Basing Street a Notting Hill, Londra. In un edificio tanto banale quanto ordinario, che quasi si mimetizza tra i tanti mattoncini colorati dei quartieri di Londra. Un luogo pressoché sacro che ha visto nascere alcuni tra i più grandi capolavori del Rock.

È un luogo che, in modo lampante ed estremamente intuitivo, ci rende partecipi di uno dei maggiori eventi musicali di sempre: sto parlando dell’incredibile concentrazione di grandi e rivoluzionari musicisti che ha avuto luogo nella Londra degli anni Sessanta e Settanta. Un’inspiegabile forza invisibile che ha fatto sì che i più grandi gruppi musicali dell’epoca si trovassero tutti insieme, non si sa come, a scrivere la storia della musica nella stessa città. Una città che al Rock ha dato tanto e che, senza questo suo contributo, difficilmente avrebbe portato alla stessa grande musica che oggi amiamo tutti.

martedì 3 febbraio 2015

Buon lavoro Presidente!


Sergio Mattarella. La prima considerazione, la più ovvia: poteva andare peggio. Molto peggio. La possibilità concreta che il Partito Unico del Nazareno potesse eleggere un Giuliano Amato era raccapricciante. Credo che solo Amato avrebbe potuto essere un Presidente della Repubblica peggiore di quanto fosse stato Napolitano – e qui ho detto tutto, essendo stato Napolitano di gran lunga il peggiore nella nostra storia.

Certo, non cambierà molto. Come ha sottolineato perfettamente il deputato Riccardo Nuti (M5S):
“Quindi il Parlamento del Paese più corrotto d'Europa, con partiti fondati da mafiosi, con corrotti e corruttori e ladri vari ha eletto con ampia maggioranza dei voti un Presidente della Repubblica meraviglioso. Giusto?”
Giustissimo. Non possiamo permetterci di pensare che i partiti della rovina di questo paese si siano messi d’accordo per votare un Presidente che sarà poi contrario alle scellerate politiche intraprese. È da ingenui e da sciocchi. E poi è un democristiano, se ancora qualcuno avesse qualche dubbio sulla natura politica di Renzi.

Tuttavia, come ho già detto, Mattarella non è una scelta pessima e ci poteva decisamente andare peggio. Cosa fare dunque? Beh, è semplice: aspettarlo al varco. Lo vedremo, molto presto, non in via teorica, ma all’atto pratico. All’atto di quelle firme che Napolitano, senza batter ciglio, apportava ad alcune delle leggi più ignobili che questo paese ha mai avuto.

Per esempio, sarà estremamente interessante vedere cosa succederà con l’Italicum. La legge elettorale liberticida di Renzi e Berlusconi è, sulla carta, incostituzionale come se non più del Porcellum. Il premio di maggioranza assolutamente eccessivo, presente nel Porcellum e riproposto con decisione nell’Italicum, è stato uno dei motivi che hanno portato la Corte a bocciare la legge elettorale firmata Calderoli & Co; allo stesso modo, l’abolizione delle preferenze, caratteristica del Porcellum così come nella quasi totalità dei casi nell’Italicum, fu una motivazione sufficiente per rispedire al mittente la legge-porcata. La Consulta suggerì inoltre di utilizzare una legge elettorale squisitamente proporzionale per permettere al Parlamento di mantenere la propria legittimità. Se le camere fossero state sciolte da Napolitano, il giorno in cui la Consulta spazzò via il Porcellum, sarebbe con un proporzionale puro che saremmo andati a votare. E, nota bene, il proporzionale puro è l’unico sistema elettorale suggerito dalla Costituzione: “Il voto è eguale”, cioè il mio e il tuo voto valgono 1, non è che il tuo vale di più per qualche strampalato premio di maggioranza.

Chi c’era nella Consulta, che con il proprio voto contribuì alla cancellazione del Porcellum? Proprio Sergio Mattarella. Per cui, se Mattarella dovesse firmare senza batter ciglio l’Italicum di Renzi & B. contenente gli stessi criteri che lo hanno portato a dichiararlo incostituzionale, ci troveremmo davanti ad un paradosso di proporzioni ciclopiche.

Quella sarà la prima e la più clamorosa occasione che avrà Mattarella per dare una dimostrazione forte. Dovrà dimostrare di aver conservato i princìpi costituzionali che lo portarono (giustamente!) a bocciare il Porcellum. In pratica, dovrà dimostrare subito di che pasta è fatto: Presidente della Casta come Napolitano, o Presidente di tutti i cittadini e garante della Costituzione?

E allora buon lavoro, Presidente Mattarella.
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