lunedì 30 maggio 2016

2001: An Alternative Rock Odissey


Siamo nell’Ottobre del 2000. Zack de la Rocha, carismatico cantante dei Rage Against The Machine, decide di lasciare la band, decretandone di fatto lo scioglimento.

I Rage Against The Machine, o RATM come vengono spesso chiamati, erano stati capaci di fondere sapientemente assieme diverse influenze, dall’Alternative Metal al Rapcore con incursioni nel Funky e nell’Hard Rock, creando un sound unico e riconoscibile. Unendo groove e sonorità rap con stile e cura, le liriche a sfondo politico e di denuncia sociale di Zack de la Rocha rendevano questo gruppo, il suo gruppo. Senza per questo tralasciare il valore degli altri tre componenti: Brad Wilk alla batteria e Tim Commerford al basso creavano quella base ritmica precisa e incalzante su cui de la Rocha poteva sbizzarrirsi con i suoi testi, mentre il modo unico al mondo e inconfondibile di suonare la chitarra di Tom Morello impreziosiva il tutto creando un mix letale.

Ma quando de la Rocha sciolse i RATM, è allora che gli altri tre (Wilk, Commerford e Morello) hanno potuto spaziare veramente estendendo le proprie capacità e dando libero sfogo alle proprie influenze musicali. Il “sostituto” di de la Rocha venne identificato in Chris Cornell, lo storico cantante dei Soundgarden. Anche se, ben presto, i quattro si resero conto che Chris Cornell non era un “sostituto” e che quelli non erano più i RATM, bensì qualcosa di molto diverso. Pur restando fedeli al groove e alle ritmiche tipiche dei RATM, il mix era molto più omogeneo stavolta, con decise sferzate verso l’Hard Rock (si sente in modo grandioso l’influenza dei Led Zeppelin), un mix molto più maturo. Forse non migliore, quella è una questione di gusti, ma sicuramente più maturo.

A partire dal maggio del 2001, parafrasando il capolavoro di Kubrick, gli Audioslave intrapresero un viaggio tra le costellazioni dell’Hard Rock, esplorando nuove dimensioni e nuovi pianeti partendo da quella musica che negli anni Settanta rivoluzionò lo scenario musicale con band che passeranno alla storia.

Il loro viaggio trova compimento nel 2002, quando esce il primo album: l’omonimo Audioslave. Un passo irripetibile non solo nella (ristretta) discografia degli Audioslave, ma in tutto il Rock post-2000.



L’album si apre con l’opener perfetta: Cochise. È probabilmente il pezzo più conosciuto (e più inflazionato) di tutto l’album. Quante giovani band in sala prove hanno suonato il massiccio riff di chitarra che, come il monolite di 2001: Odissea nello Spazio, ci prepara ad un viaggio che ci condurrà all’evoluzione, non della specie stavolta, ma di una musica che ormai tutti davamo per morta e sepolta: l’Hard Rock. La voce di Cornell richiama paurosamente i Led Zeppelin. Ascoltando Cochise provate voi stessi a immaginare la voce di Robert Plant sulle ritmiche di Morello & soci: scoprirete con molto piacere che potrebbe calzare a pennello.

Si prosegue con Show Me How to Live: dopo una breve intro di accordi aperti, quasi a volerci ingannare, si riparte con un riff pieno di groove e subito irresistibile, che richiama pesantemente i vecchi RATM. L’irreale estensione vocale di Chris Cornell si manifesta in questo pezzo ancora più che nella opener. Da segnalare anche un grande videoclip realizzato per questa canzone: i quattro rimettono in scena il classico Punto Zero, film di culto nell’exploitation degli anni Settanta, un road movie che ancora ci riporta - guarda caso - ai Seventies, principale influenza dell’album.



Il riff iniziale di Gasoline pare uscito da Led Zeppelin vol. I e ci riporta alla mente grandi canzoni. La strofa tipicamente Alternative unisce le due influenze in modo magistrale.

In What You Are Chris Cornell parte piano, sfoggiando un buon tono di voce pulito. Nel ritornello invece sfocia in acuti molto graffiati, esaltati ulteriormente dall’arrangiamento quasi Alternative/Post-Grunge di Morello alla chitarra. E poi l’assolo. Già, gli assoli: è incredibile come Tom Morello riesca con qualche effetto e soprattutto molta fantasia a far suonare la chitarra come se non fosse una chitarra. I suoni che ottiene sono letteralmente stupefacenti. Ma su questo torneremo tra un attimo.

Al quinto pezzo del disco troviamo la vera Power Ballad (con tutte le attenuanti del caso, trattandosi di Alternative Rock) di questo lavoro. Like A Stone è un brano coinvolgente, ti prende e ti porta in stanze chiuse e con poca luce. La voce di Cornell si muove su se stessa come un claustrofobico giro di una stanza buia. Il suono della chitarra oscilla con un rapido tremolo che enfatizza la sensazione di spazi chiusi e angusti. E poi arriva l’assolo: niente di nuovo per chi ha già seguito i RATM; la chitarra canta come una gola strozzata e geme esattamente come la voce stroncata di Cornell. Tom Morello è uno dei più grandi chitarristi in circolazione, a mio avviso. Non per tecnica, non per velocità, ma, si sa: la tecnica e la velocità non sono tutto.



Dopo la ballad, la mazzata. L’imponente riff di Set It Off sembra una via di mezzo tra Come Together dei Beatles e Give It Away dei Red Hot Chili Peppers, ma suonato con una violenza ed un’energia notevole.

Con Shadow of the Sun i ritmi si allentano e la voce di Cornell si fa nuovamente simile al registro usato in Like a Stone, ma con molta meno carica emotiva. Ancora una volta arriva l’assolo psichedelico di Tom Morello a rendere tutto più degno di nota.

Il brano successivo, I Am the Highway, è una notevole ballad semi-acustica che fa perno sulle grandi capacità della voce di Chris Cornell. Le note che suona la chitarra di Tom Morello sul ritornello, con quel sound quasi western, sono la ciliegina sulla torta per conferire a questo pezzo un tono ancor più da road movie.

Con Exploder torniamo a muoverci. Traccia di chitarra basilare nella strofa, con la voce che quasi fa da sfondo al giro di basso semplice ma pieno di groove, prima di esplodere (appunto) nel ritornello con un riff degno dei migliori RATM. Le sonorità da RATM si ritrovano anche nel solo: basso distorto e fischi sulla chitarra, quanti assoli dei RATM si sono risolti così!

Dopo Hypnotize, primo (e unico?) vero filler del disco, brano apprezzabile ma decisamente piatto, torniamo con le sonorità dei Rage Against The Machine nella successiva Bring ‘em Back Alive. Ma ancora una volta la graffiante voce di Cornell non ci fa rimpiangere de la Rocha, anzi. Tutt’altro. Anche perché l’assolo di Morello (incredibile anche questo) dà quel tocco di rap che tanto era familiare con de la Rocha in formazione.

Il riff iniziale di Light My Way torna sulle sonorità del brano di apertura Cochise, ma forse senza la stessa incisività, complice forse anche una strofa sottotono. La possente voce di Cornell tuttavia, insieme al forte e imponente riff di chitarra del ritornello, fa funzionare questo pezzo in modo più che apprezzabile.

Getaway Car, penultimo capitolo di questo viaggio musicale, ci fa rilassare e tornare a sedere. Il più classico dei lentoni, con la voce di Cornell che oscilla come voler cullare l’ascoltatore.

Nella traccia conclusiva, The Last Remaining Light, troviamo per la prima volta un riscontro con l’ultima delle origini di questo “supergruppo”: i Soundgarden. La voce di Cornell si comporta in modo estremamente simile a come faceva in Black Hole Sun, anche strumentalmente le similitudini si trovano senza troppa fatica. Pezzo solenne e lento, conclude alla perfezione quello che è un viaggio che non a caso ho paragonato a quello affrontato in 2001: Odissea nello Spazio. Un viaggio che va al di là della natura umana, intesa come singole realtà individuali dei quattro componenti della band, per dare vita ad una nuova forma musicale, che si porta dietro come imprescindibile bagaglio tutto quanto ascoltato e prodotto dagli anni Settanta.

La grande lezione è proprio questa: per dare vita a qualcosa di nuovo, dobbiamo tornare a reinterpretare la musica immortale che è stata suonata nel passato glorioso del Rock. Senza copiare ma rielaborando con saggezza e cura ogni piccolo dettaglio.

giovedì 26 maggio 2016

Firenze, una voragine chiamata Pd


È stata una strage sfiorata per pura fortuna. Io stesso parcheggio spesso sul Lungarno che è venuto giù ieri mattina a Firenze, a due passi dal mio posto di lavoro in zona Ponte Vecchio. Nessuno si è fatto male, davvero una fortuna. Ma i danni sono notevoli.

Per prima cosa, credo che l’emergenza sia stata gestita molto male. Ci sarà da capire esattamente per colpa di chi. In modo poco chiaro, per qualche ora ieri mattina (purtroppo non ho avuto l’accortezza di fare uno screenshot), il Corriere Fiorentino e Repubblica parlavano di “tubo rotto all’alba”. Ma quando mai. Il tubo era rotto già intorno alla mezzanotte della sera prima. A testimoniarlo ci sono numerosi video nonché le esperienze dirette dei fiorentini, tra cui un mio caro collega che ha tolto la macchina a mezzanotte e un quarto, scampando il pericolo di dire addio alla sua vecchia Punto.

Acqua sotto, perché l’Arno corrode. Acqua sopra, a causa del tubo rotto. Decine di macchine parcheggiate a gravare di molte tonnellate sull’asfalto reso debole dall’acqua. Come poteva andare a finire? Dato che la voragine si è aperta più di sei ore dopo, credo che la situazione di emergenza potesse essere gestita con molta più tempestività. Intanto procedendo alla rimozione forzata delle auto in sosta. Immagino che i proprietari avrebbero preferito questo a vedere la propria auto sprofondata nell’Arno. E magari, senza il peso delle macchine a gravare sull’asfalto, qualche ora in più veniva guadagnata. Ore nelle quali l’argine del fiume poteva essere rinforzato per evitare che la voragine si aprisse su uno spazio così ampio. E i danni sarebbero sicuramente stati minori.

Chi ha gestito le cose come le ha gestite sicuramente ha la sua colpa. E immagino che la Procura lo accerterà.

Ma il buon sindaco Nardella, perché punta il dito contro Publiacqua? Si copre di ridicolo e basta. In Publiacqua ci sono (e ci sono stati) quasi esclusivamente renzianissimi della prima ora.

Oh, e intendiamoci: a dare fango addosso a questo o quel partito politico, quando capitano queste cose, c’è sempre qualcuno. Adesso ci sono le opposizioni di Renzi, primi fra tutti i 5 Stelle. Ma se il Sindaco di Firenze ora fosse stato dei 5 Stelle, a quest’ora vedremmo Renzi e i suoi dare addosso all’inefficienza grillina.

Proprio per questo motivo, è importante individuare con cura i responsabili, nomi e cognomi. Altrimenti cadiamo nella strumentalizzazione. E i responsabili – è davanti agli occhi di tutti – sono coloro che hanno amministrato Firenze adesso e negli anni. Tutti, dal primo all’ultimo, piddini. Ecco perché Nardella è ridicolo a prendersela con Publiacqua: se la prende con i suoi. E non solo perché la responsabilità è di Publiacqua, ma perché tutte le giunte piddine e similrosse degli ultimi decenni a Firenze hanno trascurato con colpevole ingenuità la manutenzione, questa sconosciuta.

Non è sciacallaggio politico affermare che se la nostra città fosse stata amministrata da persone competenti ed oneste, invece che da politicanti di mestiere, tragedie come questa capiterebbero molto, ma molto meno. È semplice affermazione della verità. I colpevoli hanno quasi sempre nomi e cognomi molto precisi. Diffidate di chi vi dice il contrario: sono loro i veri qualunquisti.

martedì 24 maggio 2016

Ma perché questo parla ancora?


Dopo la figura di merda di proporzioni intergalattiche della ministra Boschi con le sue dubbie disquisizioni di “veri” partigiani e “finti” partigiani, interviene pure – udite udite – il redivivo, The Revenant in persona, Giorgio Napolitano.

Il fu Re Giorgio, adesso solo Senatore a vita a carico dei contribuenti, si definisce “offeso” da tutti coloro affermino di votare “No” al referendum per le riforme costituzionali per difendere la Carta.

Alla giovine età di 91 anni, l’ex monarca della Repubblica italiana, a quanto pare, ha ancora fiato in gola per sparare cazzate fini al solo ed unico scopo di provocare chi a questa democrazia ci tiene per davvero, in questo caso stiamo parlando dell’Anpi. Perché di altro non si tratta, solo di una semplice e bieca provocazione.

Dunque, fatemi capire: chi dice di votare “No” per difendere la Costituzione gli reca “un’offesa profonda”. Molto bene. Vogliamo parlare di offese profonde? Allora parliamo delle (moltissime) volte in cui abbiamo avuto il dispiacere di vedere come Napolitano abbia infangato la Costituzione italiana, ricoprendone il ruolo di garante come Presidente della Repubblica. Di questo ho già parlato sul blog, ma riporto un veloce ripassino:
  • Maggio 2006, indulto. Risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri con un indulto generalizzato quando si hanno strutture carcerarie inutilizzate in tutto il territorio nazionale? Come no. Chissà chi ha favorito con questa vergogna?
  • Marzo 2010, legittimo impedimento. Norma ad personam a beneficio unico di Berlusconi, dichiarata poi incostituzionale.
  • Decreto Mastella, bavaglio alle intercettazioni.
  • 2008: Lodo Alfano.
  • Nomina di non uno, non due, bensì tre governi a tavolino senza passare dalle urne. Tutti naturalmente generati da gruppi Parlamentari incostituzionali nati dal Porcellum.
  • Rielezione dichiarata da Re Giorgio stesso “una forzatura costituzionale”.
  • E ovviamente molti altri che non elenco per ragioni di spazio.
E ora, una domanda, più che lecita: se Napolitano si “offende profondamente” se qualcuno afferma di votare “No” per proteggere la Costituzione, quanto dovrei sentirmi “offeso profondamente” io ad essere stato rappresentato da un simile ʉʋʍʪʘʉɹɸʘɇɋƊůƐƉǩǩǩϑάρᶯ᷀?

(mi scuso per la scritta incomprensibile, ma quello che avrei voluto scrivere veramente potrebbe essere considerato reato da qualcuno, ndr)

Quante volte abbiamo visto quest’uomo offendere la Costituzione con deliberati atti eversivi contrari a qualsiasi spirito democratico e costituzionale?

Ma soprattutto, dopo ben 9 anni di questi atti e di ignobili moniti privi di significato: perché questo ha ancora il coraggio di aprire bocca?

Potrebbe fare una figura migliore a tacere, intascandosi in silenzio i nostri soldi per scaldare una poltrona che raramente occupa, e farci dimenticare una buona volta della sua deleteria esistenza. Beh, se non altro, almeno ci ha dato un altro buon motivo per votare "No" e bloccare la schiforma della Costituzione.

domenica 22 maggio 2016

Lo studente, la ministra e il buon senso


Per smontarli basta poco. Un minimo di cultura ed il normale buon senso.

Dico “un minimo” di cultura non perché la cultura “eccessiva” sia cattiva, anzi (purché non “accademizzata” a pura teoria fine a se stessa), ma perché per smontare le balle dei politicanti replicanti renzini ne basta davvero poca di cultura, quella che, a loro per primi, manca completamente.

E infine un normalissimo buon senso, un banale senso civico di democrazia e di Stato. Perché di fronte a chi lo Stato lo vuole sovvertire, è sufficiente fare appello alle proprie basilari idee di democrazia e principi democratici per smontare le loro sporche balle.

È questo quello che ha fatto Alessio, lo studente di giurisprudenza di Catania, di fronte alla ministra Boschi. In un video che è letteralmente impazzito per la Rete, Alessio ripercorre in appena 8 minuti, tutte le incongruenze costituzionali, le forzature democratiche, la legge elettorale antidemocratica, la palese illegittimità del Parlamento di nominati e del governo che ne è a capo, le manomissioni dello Stato e lo svilimento del ruolo del Parlamento attuate dal governo Renzi dal 2014 ad oggi. Il tutto in 8 minuti, che non sono niente per analizzare tutte le malefatte del Mr Bean di Rignano sull'ArnoUn intervento da “90 minuti di applausi” (cit.) in poche parole.

Proprio come accade molto (troppo) spesso in Parlamento, l’intervento del riprovevole dissidente viene troncato in malo modo. Stavolta ci pensa il Magnifico Rettore in persona che, con boldriniano savoir faire, gli intima più volte di chetarsi per togliergli infine la parola, sottolineando come non sia previsto in un dibattito dare il proprio apporto con un contraddittorio (specialmente in caso di lesa Maestà nei confronti della ministra Suprema) e che chi non apprezza questo particolare format di (non)dibattito può anche (democraticamente) astenersi dal partecipare.

Prosegue dunque il “tour promozionale” (come giustamente chiamato dallo studente) della ministra che risponde in ben 16 minuti (il doppio dell’intervento di Alessio) nel modo che più le è consono: il monologo da spot pubblicitario. Durante il monologo, privo di contradditorio ma soprattutto privo di qualcuno che la fermi ogni qualvolta pronunci balle colossali, la ministra riacquista quel suo smagliante sorriso "giumentizio" che tanto bene la contraddistingue.

Come ha perfettamente sottolineato Marco Travaglio, si è trattato del classico caso in cui qualcuno, dotato semplicemente di onestà e buon senso, esclama tra la folla adorante che “il Re è nudo”. I vestiti nuovi del Re non esistono. E tutta quella muraglia apparente di programmi, di riforme, di competenze, crolla miseramente davanti alla semplice affermazione della verità.

Una volta, su questo blog, ho paragonato il programma di Renzi al cucchiaio di Matrix:
“Lo guardi, lo tocchi, lo senti, ma in realtà non esiste. Puoi modellarlo come vuoi, se hai la forza d’animo necessaria, gli puoi dare la forma che più ti è comoda. Ma il fatto rimane, inevitabilmente: “il cucchiaio non esiste”.”
Adesso, dopo più di due anni di governo, sono ancora più convinto di questa mia affermazione. Con la grave, gravissima differenza che, nonostante il programma dello scricciolo di Rignano effettivamente non esista, le conseguenze che questo governo rischia di accollare al Paese sono più che reali, così come le drammatiche possibilità che la democrazia italiana (quel poco che ne rimane) ne esca seriamente e irrimediabilmente compromessa, tramite la legge elettorale liberticida votata da questo Parlamento e dall’osceno stupro della Costituzione in atto proprio mentre leggete queste parole.

Con lo stesso spirito di Alessio (cioè non solo con la cultura ed il buon senso di cui sopra, ma soprattutto con il coraggio di affermare che “il Re è nudo”) occorre dire NO definitivamente e una volta per tutte a questo sopruso antidemocratico in atto da troppi anni in questo Paese. Il luogo deputato per eccellenza per questo NO è, a tutti gli effetti, la cabina elettorale, in cui avremo presto la possibilità di pronunciarci contro una Costituzione (la migliore al mondo forse) riscritta ad uso e consumo dei vari Verdini, Renzi, Boschi, etc. con tutti i loschi personaggi che in futuro potranno utilizzarla in chiave antidemocratica e ad usum premier.

Se questo NO non dovesse passare, sarebbe un punto di non ritorno molto grave per la nostra Repubblica, un punto dal quale difficilmente potremo tornare ad essere un Paese democratico.

sabato 21 maggio 2016

Pisa e Marina di Pisa

C'è un fiorentino che va a Pisa e... ah, aspetta, ma non è una barzelletta?
No, no, sono semplicemente andato a Pisa per scattare delle foto notturne sulla foce dell'Arno, per un esperimento di reportage fotografico che trovate qui.
Con l'occasione, mi sono fatto due passi per Pisa.

Non è sempre facile ottenere scatti "originali" in una città talmente inflazionata e turistica come Pisa. A volte utilizzi "cornici" naturali, come una porta od un arco; a volte giochi con le linee; altre volte ti concentri sui dettagli, o giochi con la distorsione prospettica dell'obiettivo grandangolare... e se proprio tutto non basta, per rendere originale una fotografia alla Torre di Pisa può anche bastare fare una foto "torta" inclinando la macchina fotografica.

A Marina di Pisa invece mi sento subito più "ispirato". Il mare d'inverno (dato che le foto sono state scattate a Gennaio 2016) è sempre uno spettacolo notevole. I colori si fanno più drammatici, mentre le nuvole aiutano a dare profondità al paesaggio. E poi l'acqua rappresenta sempre un grande incentivo per fare scatti "lunghi": dagli otto secondi in su, in modo da rendere l'acqua "soffice" con un effetto che mi piace sempre vedere.

Ecco qualche scatto della giornata.
































martedì 17 maggio 2016

My London Musical Tour, pt. III


Terza e ultima parte del reportage sul mio personale tour a sfondo musicale della Londra degli anni  d'oro del Rock, il cuore della musica che amo di più.

Se vi siete persi le prime due parti ecco i link dei post: 


Oggi ci addentriamo subito all'interno del centro della Terra per quanto riguarda il Rock and Roll.


Tappa 14: Soho, il quartiere del Rock & Roll.


La Northern line mi porta nel cuore di quella che a mio parere è la vera Londra Rock & Roll: Soho. Risalgo in superficie a Tottenham Court Road. Davanti a me, l’enorme figura di Freddie Mercury giganteggia sull’insegna di We Will Rock You, in uno dei tanti teatri del quartiere. La mia meta è Denmark Street, la via della musica per eccellenza: negozi di musica, strumenti musicali, la Tin Pan Alley. Al numero 6 ci abitavano i Sex Pistols quando scrissero il loro pezzo più famoso. Anarchy in the UK, 1977.



Proprio lì a due passi (ve l’ho detto: Denmark Street è la via del Rock) si trovano due pub tipicamente inglesi e dannatamente Rock: l’Intrepid Fox (ora chiuso, porca miseriaccia!) e il Crobar.

L’Intrepid Fox era un’istituzione, ma il mio cuore è rimasto al Crobar: una piccolissima bettola, un concentrato di birra e rock, un vecchio juke box arrugginito e una Newcastle Brown Ale ghiacciata in bottiglia perennemente in mano.

Qui la sosta è doppia, non ci sono cazzi. All’Intrepid Fox associo Heaven and Hell dei Black Sabbath, 1980, in onore di uno dei cocktail serviti dal locale che prendeva il nome proprio dal classico del grande gruppo inglese. Al Crobar invece associo quello che per me costituisce l’anthem di tutta una generazione di metalheads inglesi, con le loro “uniformi” in pantaloni jeans e giubbotti di pelle: i Saxon, nel 1981, con Denim and Leather.





Non molto distante entriamo nel cuore pulsante del quartiere: non Piccadilly Circus, senza nulla togliere a quello che è di diritto uno dei grandi simboli di Londra, ma Leicester Square. Questo è il mio quinto viaggio a Londra e ho già visto cambiare Leicester Square almeno tre volte. Piazza viva, giovane che, nonostante l’assalto dei turisti, conserva in qualche modo quello spirito punk rock delle origini. Non sono inglesi, sono americani, ma nel 1998 i Rancid suonavano proprio Leicester Square.



Cominciano a farmi male i piedi. Oggi ho camminato un po’ troppo e non esattamente con le scarpe più comode. Ma ormai voglio andare avanti, una giornata così non mi ricapiterà più. La prossima tappa è al numero 3 di Savile Row. Un quartiere elegante, si direbbe, molti negozi di alta moda, soprattutto maschile. Ma una volta c’erano gli uffici della Apple Records, e il 30 gennaio del 1969 i Beatles fecero lo storico concerto sul tetto, poi interrotto dai bobbies (il nomignolo affibbiato ai poliziotti inglesi). Sulle note di Get Back, questa Londra si tinge ancora di Beatles: ed è proprio uno spettacolo.



Appena tre isolati più giù troviamo uno scorcio raffigurato nella copertina del grande album di David Bowie, Ziggy Stardust. Al numero 23 di Haddon Street una placca commemorativa marca il punto esatto di dove fu scattata la foto. E quindi ecco che arriva Starman, del 1972.



Si torna adesso nel cuore di Soho, in quella miriade di vicoletti pieni di sorprese. Più precisamente a Berwick Street, immortalata nel 1995 nella copertina di (What’s the Story) Morning Glory? degli Oasis, l’album che contiene la famosissima Wonderwall.



Per la prossima tappa non ci spostiamo di molto, anzi, non ci spostiamo affatto. Già, perché nella stessa copertina degli Oasis vediamo la Reckless Records, impareggiabile negozio di musica di Londra, una mia tappa fissa ogni volta che ci torno. Cd, tanti cd, ma soprattutto vinili d’eccezione a prezzi davvero record. In Italia non è possibile trovarli. Alla Reckless Records i vinili dei gruppi inglesi te li tirano dietro. L’intera discografia dei Dire Straits (tutte prime stampe!) mi è costata all’incirca 25 sterline. I Beatles sono più cari, d’accordo, ma 50 sterline per la prima stampa di Abbey Road li ho spesi volentieri. Per non parlare di una rarissima edizione russa (con tanto di scritte in cirillico) di Led Zeppelin IV che a rivenderla ci farei un busco niente male, ma che ovviamente custodisco in casa con grande cura, anche perché è stata una sensazionale sorpresa di mia moglie. Ma siccome stavolta esco (vittorioso con un pacco di vinili ma con circa 250 sterline in meno) dalla Reckless Records con il primo album degli Iron Maiden in mano, rigorosamente una prima stampa anche questo, mi sparo subito il pezzo che ha aperto la loro carriera: Prowler, versione del 1980.



Torno sui miei passi e mi affaccio in Brook Street. Al numero 23, proprio accanto alla casa di Handel, troviamo quella in cui ha vissuto un altro grande della musica, ma di genere completamente diverso: il ricciolino di Seattle, Jimi Hendrix. E a questo luogo associo inevitabilmente il mio pezzo preferito di Hendrix, Hey Joe, del 1966.



Se vi va di approfondire la storia di Hey Joe, potete trovare un mio post qui. Più a nord, arriviamo in Manchester Square, dove al numero 20, nel cortile interno, dava la terrazza in cui vediamo i Beatles ritratti nella copertina del loro album d’esordio: Please, please me. Mi riposo perché la stanchezza sta cominciando a farsi sentire e prima di lasciare Soho, mi sparo sul lettore mp3 I Saw Her Standing There, del 1963.




Tappa 15: Led Zeppelin, Rock and Roll, 1971


C’è un solo posto a Londra dove potete andare ad ammirare la Les Paul che Jimmy Page suonava ai tempi dei Led Zeppelin e si tratta dell’Hard Rock Cafè. L’Hard Rock Cafè ormai è una catena commerciale che sinceramente inizia a darmi sui nervi. Troppa mercificazione, troppo di moda. Ma accanto al ristorante, in cui vado fiero di non aver mai messo piede, e dentro al negozio, di fronte a Green Park, si accede a The Vault, il sotterraneo: qui troviamo un “santuario”, una sorta di sancta sanctorum del Rock and Roll. Nello scantinato, chiuse in una gabbia, con la parola “Respect” che domina sovrana sullo stipite della porta, troviamo vere reliquie di straordinario valore. Dalla mitica Lucille, la chitarra di BB King, al vestito di Slash indossato nel video di November Rain; dagli stivali di Little Richard al cembalo usato dai Beatles in Lucy in the Sky with Diamonds. Qui c’è proprio da godere. Ma, da sfegatato fan dei Led Zeppelin, rimango ogni volta in adorazione della chitarra di Jimmy Page. Rock and Roll.




Tappa 16: Bob Dylan, Subterranean Homesick Blues, 1965.


Torno a piedi a Piccadilly Circus e prendo la Bakerloo Line in direzione sud. Alla stazione di Embankment, esco e trovo il diluvio universale. Pioggia grossa e fitta da non riuscire neanche a vedere cosa ti trovi davanti. Ma il mio giro è quasi finito, e niente al mondo lo può fermare proprio ora.

Arrivo davanti al Savoy Hotel. È in un vicolo là dietro, nel 1965, che venne girato il video di Subterranean Homesick Blues di Bob Dylan.




Tappa 17: The final stage.


Il giro è finito, ma sono a due passi dal Waterloo Bridge e decido di andare a godermi uno dei migliori panorami londinesi. Quello notturno, dal Waterloo Bridge, mentre la pioggia finalmente diminuisce e con le luci della città che si stagliano nella notte.

Penso che una giornata come questa sarebbe impossibile da immaginare in qualsiasi altra città. Non c’è mai stata e mai ci sarà una tale concentrazione di grandi artisti e di nuovi generi musicali come a Londra tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta.

Soddisfatto del mio viaggio musicale in terra inglese e rinfrancato dalla vera bellezza che mi circonda, faccio qualche foto per chiudere la mia folle girata mentre le note di Yesterday dei Beatles, del 1965, mi deliziano le orecchie, concludendo alla perfezione una giornata pazzesca.

lunedì 16 maggio 2016

My London Musical Tour, pt. II


Prosegue il nostro viaggio musicale nella magnifica Londra, con la seconda parte del reportage.

Qui trovate la prima parte, se ve la siete persa. Torno a ribardire che si tratta di un viaggio estremamente personale. Qualcuno potrebbe fare un viaggio di altrettante tappe senza mai toccare nessuna delle tappe da me scelte, proprio per la grande ricchezza musicale che Londra ha avuto dagli anni Sessanta in poi. Ma oggi cominciamo con un gruppo che sicuramente amiamo tutti.


Tappa 7: Queen, Tie Your Mother Down (1977) + Innuendo (1991).


Entering the Land of the Queen… Queste sono le parole che mi frullano per la testa mentre la metro si avvicina alla fermata di Earl’s Court. Non appena rimetto il naso fuori, mi pare di sentirlo. L’incipit del concerto dei Queen a Earl’s Court del 1977. Il potente suono della chitarra di Brian May, i corposi cori che accompagnavano la sontuosa voce di Freddie Mercury… da brividi.



Non molto distante, si può arrivare facilmente a piedi a Logan Place, dove abitava quello che credo sia stato il più grande cantante Rock di sempre. Normalmente la casa di Freddie Mercury è piena di fogli di carta con dediche e omaggi da parte degli innumerevoli fan di tutto il mondo. Piccoli fogliettini inseriti dietro il vetro che protegge le pareti dai murales che una volta riempivano la facciata antecedente il giardino.

Inizia a piovere. Una delle tante piogge in cui mi sarei imbattuto durante la giornata. Ma non importa. Il lettore mp3 si porta su Innuendo, in cui la voce di Freddie impreziosisce un pezzo di per sé già incredibile, dando vita ad un capolavoro.




Tappa 8: Motörhead, Metropolis, 1979.


Prossima fermata: Notting Hill. Non è sempre stato il quartiere che siamo abituati a conoscere dagli anni Novanta in poi. Una volta non era così “popolare” (nel senso di “alla moda”) e più “popolare” (nel senso working class). Lemmy Kilmister (un giovane Lemmy Kilmister) usciva di casa per andare a vedere un film al cinema, precisamente l’Electric Cinema in Portobello Road. Il film in questione era il classico di Fritz Lang, Metropolis. Lemmy ha affermato che il testo non aveva molto a che fare con il film, ma sta di fatto che ha concepito la canzone guardando questo capolavoro del cinema. Insomma, che vi piaccia o no: all’Electric Cinema è nata Metropolis dei Motörhead, tratta dall’album Overkill. E noi ce l’ascoltiamo.




Tappa 9: Led Zeppelin, Stairway to Heaven, 1971.


Appena un paio di isolati più avanti, sempre percorrendo il mercato di Portobello Road, si arriva a Westbourne Park Road. Girando a sinistra, ci troviamo davanti ad uno strano edificio, completamente in mattoncini blu, assolutamente anonimo se non fosse per il particolare colore.

Ci troviamo in realtà davanti ad un tempio del Rock. Ho già scritto su questo blog riguardo a questo posto. Quelli che una volta si chiamavano Basing Street Studios.

In questo luogo, quasi sacro per quanto mi riguarda, sono stati registrati capolavori di inestimabile valore per qualsiasi rocker. I Queen ci hanno registrato We Are the Champions, i Jehtro Tull Aqualung, Mark Knopfler e i suoi Dire Straits incisero il loro più grande successo, Sultans of Swing. Ma, anche qui, come avrete capito, si torna alle solite: sono un fan dei Led Zeppelin. Assolutamente fissato. Dunque mi prendo il mio tempo, perché Stairway to Heaven non dura pochi minuti, e me la gusto mentre ammiro dove quella canzone così perfetta e irripetibile è stata plasmata.




Tappa 10: The Rolling Stones vs. The Beatles


Se finite in zona di Regent’s Park, fateci una passeggiata. A mio avviso, il parco più bello di tutta Londra. E poi, i punti di interesse musicale in zona non mancano. Appena fuori Regent’s Park, troviamo Baker Street, in cui sorgono uno davanti all’altro il Beatles Store e It’s Only Rock & Roll. Il primo è il più classico degli shop a tema Fab Four con gadget di ogni tipo, il secondo un piccolo negozio di abbigliamento e gadget a tema Rock and Roll disposto su due piani. Non so se è stato fatto di proposito: Beatles da un lato e It's Only Rock & Roll, come la canzone degli Stones, dall'altro lato, quasi a voler sottolineare l’eterna contrapposizione tra Beatles e Rolling Stones. E noi ce li ascoltiamo tutti e due. Così, come se non ci fosse un domani.





Proprio da Baker Street, possiamo prendere la Jubilee line fino a St. John’s Wood. Finiamo in un quartierino niente male, roba da 600 sterle a settimana. Subito fuori dalla stazione della metro, tanto per capire in che zona siamo (musicalmente parlando), troviamo il Beatles Bar. Un buon motivo per spararsi subito nelle orecchie l’opener del mio album preferito dei Fab Four, Abbey Road. Come together.




Ho ancora Come together nel lettore mentre arrivo allo storico attraversamento pedonale di fronte agli Abbey Road Studios, che non necessita presentazioni. È un luogo assolutamente inflazionato: a qualsiasi orario troverete turisti che si fanno ritrarre in foto mentre attraversano le strisce. Ma non mi importa, ho sempre adorato quell’album e per me questo luogo è sacro. Proprio per renderlo meno inflazionato, mi piace associarlo non ai pezzi di punta di Abbey Road, ma ad un pezzo particolarmente sottovalutato. Un Rock/Blues precursore e visionario che sfocia in uno sviluppo quasi Doom degno dei Black Sabbath. Insomma, un pezzo che racchiude in sé gran parte della storia del Rock: I Want You (She’s so Heavy).




Tappa 11: The Clash, The Prisoner, 1978.


Un giro per Camden Town è d’obbligo. I Markets sono una figata, ogni volta che li vedo. Certo, sono diventati un po’ turistici col tempo, è inevitabile. Ma che figata, lasciatemelo dire.

E siccome secondo Jones e Strummer, “The prisoner lives in Camden Town, selling revolution”, io mi ascolto i The Clash.




Tappa 12: UFO, Doctor Doctor, 1979.


Una grande venue del Rock inglese del quartiere di Camden Town, una delle tante a dire il vero. Il Roundhouse, che deve il nome probabilmente alla forma circolare. Tutto intorno, negozi di strumenti musicali, vera atmosfera inglese. Magnifico. Una pinta di ale mentre mi ascolto la canzone con cui gli UFO iniziavano i concerti proprio qui davanti a me: Doctor, Doctor.




Tappa 13: Uriah Heep, Gipsy, 1970.


In tempi recenti gli Uriah Heep l’hanno registrata al Koko, altra storica venue del Rock inglese, ma era il lontano 1970 quando la band progressive/hard rock britannica la concepì. Mi ha sempre colpito questo pezzo. Credo che in quegli anni fosse una delle musiche più “estreme” mai ascoltate. La brutalità di quell’organo hammond non poteva avere senso, non a quei tempi almeno. Così come l’intermezzo puramente “noise” prima di esplodere nuovamente con quel ritmo martellante e ripetitivo. Davvero, pensateci: 1970. Quanti altri brani potevano essere considerati così “estremi”? Pochi, ve lo dico io, molto pochi.



Sulla chitarra distorta di Gypsy e accompagnati dallo stridente organo che la rende così riconoscibile, anche oggi ci fermiamo. Ma nel prossimo post entreremo in quello che è il vero quartiere del Rock and Roll londinese, Soho: già al solo pensiero viene voglia di tornarci, cosa che, molto presto, sicuramente farò.

domenica 15 maggio 2016

My London Musical Tour, pt. I


Dopo essere stato già la bellezza di quattro volte nella capitale inglese, dunque già conoscendola nei minimi dettagli, ho voluto provare qualcosa di nuovo, di buffo, di particolare. Essendo Londra la capitale, non solo dell’Inghilterra, ma di tutta quanta la musica che amo (o quantomeno una buonissima parte), decido di passare una giornata intera, da mattina a sera, a rincorrere i luoghi che hanno maggiore rilevanza per me nella mia crescita musicale. Tutti quei luoghi che in qualche modo posso associare ai grandi gruppi del passato che per così tante ore hanno consumato le casse del mio stereo e che mi hanno indurito i calli da chitarrista.

Chiaramente si tratta di una “lista” estremamente personale. Specialmente riguardo a Londra: talmente tanta musica è corsa lungo queste strade e si è addentrata in questi vicoli, scavando pure sotto terra nei meandri della metropolitana ed esplodendo nei grandi e verdi parchi in alto verso il cielo color fumo perennemente carico di nuvole. Ma è stata una gran bella giornata, dunque non posso fare a meno che condividerla sul blog.

Il reportage sarà diviso in 3 parti, che seguiranno nei prossimi giorni sul blog e che potrete anche trovare nella sezione "Musica" nella barra in alto nel blog.


Tappa 1: The Clash, The Guns of Brixton, 1979.


Mi sveglio di buon’ora: so che ci sono tanti posti da vedere. Senza contare il fatto che quei 5-10 minuti di tempo per fermarmi in ogni luogo per ascoltarmi la canzone che associo a quel punto di Londra non me li posso far mancare. Dunque prendo the Tube, come la chiamano qui. Victoria line, direzione Brixton.

Arrivo a Brixton in poco tempo e incrociando poca gente. A quell’ora la mattina l’esodo è al contrario: una fiumana di persone entra nella stazione di Brixton diretta verso Central London per recarsi al lavoro.

Non appena incrocio Electric Avenue, faccio due passi intorno alla Brixton Hill nei luoghi in cui Paul Simonon, bassista dei Clash, è cresciuto e ha tratto l’ispirazione per raccontare i drammatici eventi legati ai Brixton Riots. Mentre cammino, The Guns of Brixton, col suo martellante groove tipico dei Clash, mi entra nelle orecchie. Che gran modo di iniziare la giornata.




Tappa 2: David Bowie, Life on Mars?, 1973.


A Londra ogni angolo di strada ti ricorda che sei nel cuore pulsante del Rock. Infatti, appena dietro l’angolo del Morley’s, risiede il gigantesco murale raffigurante un altro grande artista originario del quartiere: lo Starman, il compianto David Bowie.

Ripenso a quella musicassetta (che bei tempi!) che mi faceva ascoltare mia mamma, con grandi classici da Bob Dylan a Phil Collins, dai Rolling Stones a David Bowie. Ero solo un bambino, ma la stravagante voce di David Bowie mi colpì fin dall’inizio, con quel lamentoso inizio carico di energia soppressa, pronta ad esplodere nel meraviglioso ritornello. Che pezzo, che pezzo, che pezzo di canzone.





Tappa 3: Sex Pistols, God Save the Queen, 1977.


Torno nei sotterranei della metro e la Victoria line mi porta allo scambio con la District line. Proseguo in direzione Wimbledon e risalgo in superficie volutamente distante da King’s Road, che è dove voglio andare, solo per poter fare due passi per Chelsea, una vera chicca di quartiere. Proprio mentre costeggio Stamford Bridge, il leggendario stadio del Chelsea FC, rientro verso il Tamigi e mi affaccio lungo King’s Road.

Al numero 430, un enorme orologio con le lancette che corrono al contrario mi dice che sono arrivato a destinazione. Il World’s End, ossia il negozio con la singolare e apocalittica insegna, prima si chiamava semplicemente “Sex”, quando l’insegna con le tre lettere di gomma rosa scioccava i passanti della società “per bene” di Londra. Era il negozio di Vivienne Westwood, la compagna di MacLaren (il manager dei Sex Pistols). Infatti, nel negozio non vennero creati solo allucinanti abiti estremamente “alternativi” per l’epoca, ma è proprio lì dentro che (si dice) siano nati i Sex Pistols.

God Save the Queen. Oh, sì.




Tappa 4: Pink Floyd, Sheep, 1977.


Ci spostiamo di non molto, e anche cronologicamente parlando, restiamo nell’anno (favoloso) 1977. Ma cambiamo completamente musica. Poco oltre, proseguendo lungo il Tamigi verso il Chelsea Bridge, ci imbattiamo nell’imponente Battersea Power Station, una centrale termoelettrica del 1933 costruita in stile Art Déco. Il complesso, ora circondato da altri edifici e varie costruzioni ancora in corso, era in realtà molto più isolato nel 1977: si ergeva sul Tamigi e si stagliava contro il cielo londinese proprio come lo vediamo nell’immortale copertina di Animals, uno degli album più sottovalutati del Pink Floyd.

Provo a fare qualche bella fotografia alla Power Station, provando ad imitare il mood della mitica copertina di quel favoloso album. Per calarmi meglio nella parte, mi ascolto il mio pezzo preferito di Animals, Sheep.




Tappa 5: Led Zeppelin, Whole Lotta Love, 1969.


Ora, potrei anche prendere la metropolitana, ma con il sole che ha deciso di venir fuori, mi pare un peccato chiudersi nella Tube. Dunque mi incammino verso Kensington, più precisamente tra Hyde Park e i Kensington Gardens, dove si trova la maestosa Royal Albert Hall, di fronte all’esagerato e pacchiano monumento dell’Albert Memorial.

È davvero l’imbarazzo della scelta, quale brano scegliere tra i tanti che sono stati eseguiti in questa venue leggendaria. Ma per un fan dei Led Zeppelin come me, la scelta pare obbligata.

Dunque mi ascolto la versione live, registrata proprio qui davanti ai miei occhi, di Whole Lotta Love.




Tappa 6: Motörhead, No Class, 1979.


Riprendo la metropolitana e mi fermo ad Hammersmith, dove mi imbatto in un’altra delle grandi venue londinesi, questa particolarmente cara a chi, come me, è cresciuto a pane ed Heavy Metal.

La mia mente vola al mito, alla leggenda indiscussa, all’ultimo Rocker Lemmy Kilmister, con i Motörhead nel loro live No Sleep 'til Hammersmith. In realtà, il live fu registrato ovunque tranne che ad Hammersmith. Si pensa che il nome dell’album fu scelto unicamente per la grande popolarità di cui godeva Hammersmith durante gli anni d’oro in cui stava nascendo la NWOBHM. Sta di fatto che cambia poco: No Sleep è un disco live da paura, e se penso ad Hammersmith, è inevitabile: penso a Lemmy.

Good evening. We are Motörhead. And we’re gonna kick your ass. Leggenda allo stato puro.



Per adesso ci fermiamo qui, ma tornate sul blog per il prossimo post, in cui entreremo ufficialmente nella Terra della Regina...
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