lunedì 30 maggio 2016

2001: An Alternative Rock Odissey


Siamo nell’Ottobre del 2000. Zack de la Rocha, carismatico cantante dei Rage Against The Machine, decide di lasciare la band, decretandone di fatto lo scioglimento.

I Rage Against The Machine, o RATM come vengono spesso chiamati, erano stati capaci di fondere sapientemente assieme diverse influenze, dall’Alternative Metal al Rapcore con incursioni nel Funky e nell’Hard Rock, creando un sound unico e riconoscibile. Unendo groove e sonorità rap con stile e cura, le liriche a sfondo politico e di denuncia sociale di Zack de la Rocha rendevano questo gruppo, il suo gruppo. Senza per questo tralasciare il valore degli altri tre componenti: Brad Wilk alla batteria e Tim Commerford al basso creavano quella base ritmica precisa e incalzante su cui de la Rocha poteva sbizzarrirsi con i suoi testi, mentre il modo unico al mondo e inconfondibile di suonare la chitarra di Tom Morello impreziosiva il tutto creando un mix letale.

Ma quando de la Rocha sciolse i RATM, è allora che gli altri tre (Wilk, Commerford e Morello) hanno potuto spaziare veramente estendendo le proprie capacità e dando libero sfogo alle proprie influenze musicali. Il “sostituto” di de la Rocha venne identificato in Chris Cornell, lo storico cantante dei Soundgarden. Anche se, ben presto, i quattro si resero conto che Chris Cornell non era un “sostituto” e che quelli non erano più i RATM, bensì qualcosa di molto diverso. Pur restando fedeli al groove e alle ritmiche tipiche dei RATM, il mix era molto più omogeneo stavolta, con decise sferzate verso l’Hard Rock (si sente in modo grandioso l’influenza dei Led Zeppelin), un mix molto più maturo. Forse non migliore, quella è una questione di gusti, ma sicuramente più maturo.

A partire dal maggio del 2001, parafrasando il capolavoro di Kubrick, gli Audioslave intrapresero un viaggio tra le costellazioni dell’Hard Rock, esplorando nuove dimensioni e nuovi pianeti partendo da quella musica che negli anni Settanta rivoluzionò lo scenario musicale con band che passeranno alla storia.

Il loro viaggio trova compimento nel 2002, quando esce il primo album: l’omonimo Audioslave. Un passo irripetibile non solo nella (ristretta) discografia degli Audioslave, ma in tutto il Rock post-2000.



L’album si apre con l’opener perfetta: Cochise. È probabilmente il pezzo più conosciuto (e più inflazionato) di tutto l’album. Quante giovani band in sala prove hanno suonato il massiccio riff di chitarra che, come il monolite di 2001: Odissea nello Spazio, ci prepara ad un viaggio che ci condurrà all’evoluzione, non della specie stavolta, ma di una musica che ormai tutti davamo per morta e sepolta: l’Hard Rock. La voce di Cornell richiama paurosamente i Led Zeppelin. Ascoltando Cochise provate voi stessi a immaginare la voce di Robert Plant sulle ritmiche di Morello & soci: scoprirete con molto piacere che potrebbe calzare a pennello.

Si prosegue con Show Me How to Live: dopo una breve intro di accordi aperti, quasi a volerci ingannare, si riparte con un riff pieno di groove e subito irresistibile, che richiama pesantemente i vecchi RATM. L’irreale estensione vocale di Chris Cornell si manifesta in questo pezzo ancora più che nella opener. Da segnalare anche un grande videoclip realizzato per questa canzone: i quattro rimettono in scena il classico Punto Zero, film di culto nell’exploitation degli anni Settanta, un road movie che ancora ci riporta - guarda caso - ai Seventies, principale influenza dell’album.



Il riff iniziale di Gasoline pare uscito da Led Zeppelin vol. I e ci riporta alla mente grandi canzoni. La strofa tipicamente Alternative unisce le due influenze in modo magistrale.

In What You Are Chris Cornell parte piano, sfoggiando un buon tono di voce pulito. Nel ritornello invece sfocia in acuti molto graffiati, esaltati ulteriormente dall’arrangiamento quasi Alternative/Post-Grunge di Morello alla chitarra. E poi l’assolo. Già, gli assoli: è incredibile come Tom Morello riesca con qualche effetto e soprattutto molta fantasia a far suonare la chitarra come se non fosse una chitarra. I suoni che ottiene sono letteralmente stupefacenti. Ma su questo torneremo tra un attimo.

Al quinto pezzo del disco troviamo la vera Power Ballad (con tutte le attenuanti del caso, trattandosi di Alternative Rock) di questo lavoro. Like A Stone è un brano coinvolgente, ti prende e ti porta in stanze chiuse e con poca luce. La voce di Cornell si muove su se stessa come un claustrofobico giro di una stanza buia. Il suono della chitarra oscilla con un rapido tremolo che enfatizza la sensazione di spazi chiusi e angusti. E poi arriva l’assolo: niente di nuovo per chi ha già seguito i RATM; la chitarra canta come una gola strozzata e geme esattamente come la voce stroncata di Cornell. Tom Morello è uno dei più grandi chitarristi in circolazione, a mio avviso. Non per tecnica, non per velocità, ma, si sa: la tecnica e la velocità non sono tutto.



Dopo la ballad, la mazzata. L’imponente riff di Set It Off sembra una via di mezzo tra Come Together dei Beatles e Give It Away dei Red Hot Chili Peppers, ma suonato con una violenza ed un’energia notevole.

Con Shadow of the Sun i ritmi si allentano e la voce di Cornell si fa nuovamente simile al registro usato in Like a Stone, ma con molta meno carica emotiva. Ancora una volta arriva l’assolo psichedelico di Tom Morello a rendere tutto più degno di nota.

Il brano successivo, I Am the Highway, è una notevole ballad semi-acustica che fa perno sulle grandi capacità della voce di Chris Cornell. Le note che suona la chitarra di Tom Morello sul ritornello, con quel sound quasi western, sono la ciliegina sulla torta per conferire a questo pezzo un tono ancor più da road movie.

Con Exploder torniamo a muoverci. Traccia di chitarra basilare nella strofa, con la voce che quasi fa da sfondo al giro di basso semplice ma pieno di groove, prima di esplodere (appunto) nel ritornello con un riff degno dei migliori RATM. Le sonorità da RATM si ritrovano anche nel solo: basso distorto e fischi sulla chitarra, quanti assoli dei RATM si sono risolti così!

Dopo Hypnotize, primo (e unico?) vero filler del disco, brano apprezzabile ma decisamente piatto, torniamo con le sonorità dei Rage Against The Machine nella successiva Bring ‘em Back Alive. Ma ancora una volta la graffiante voce di Cornell non ci fa rimpiangere de la Rocha, anzi. Tutt’altro. Anche perché l’assolo di Morello (incredibile anche questo) dà quel tocco di rap che tanto era familiare con de la Rocha in formazione.

Il riff iniziale di Light My Way torna sulle sonorità del brano di apertura Cochise, ma forse senza la stessa incisività, complice forse anche una strofa sottotono. La possente voce di Cornell tuttavia, insieme al forte e imponente riff di chitarra del ritornello, fa funzionare questo pezzo in modo più che apprezzabile.

Getaway Car, penultimo capitolo di questo viaggio musicale, ci fa rilassare e tornare a sedere. Il più classico dei lentoni, con la voce di Cornell che oscilla come voler cullare l’ascoltatore.

Nella traccia conclusiva, The Last Remaining Light, troviamo per la prima volta un riscontro con l’ultima delle origini di questo “supergruppo”: i Soundgarden. La voce di Cornell si comporta in modo estremamente simile a come faceva in Black Hole Sun, anche strumentalmente le similitudini si trovano senza troppa fatica. Pezzo solenne e lento, conclude alla perfezione quello che è un viaggio che non a caso ho paragonato a quello affrontato in 2001: Odissea nello Spazio. Un viaggio che va al di là della natura umana, intesa come singole realtà individuali dei quattro componenti della band, per dare vita ad una nuova forma musicale, che si porta dietro come imprescindibile bagaglio tutto quanto ascoltato e prodotto dagli anni Settanta.

La grande lezione è proprio questa: per dare vita a qualcosa di nuovo, dobbiamo tornare a reinterpretare la musica immortale che è stata suonata nel passato glorioso del Rock. Senza copiare ma rielaborando con saggezza e cura ogni piccolo dettaglio.
UA-57431578-1