domenica 15 maggio 2016

My London Musical Tour, pt. I


Dopo essere stato già la bellezza di quattro volte nella capitale inglese, dunque già conoscendola nei minimi dettagli, ho voluto provare qualcosa di nuovo, di buffo, di particolare. Essendo Londra la capitale, non solo dell’Inghilterra, ma di tutta quanta la musica che amo (o quantomeno una buonissima parte), decido di passare una giornata intera, da mattina a sera, a rincorrere i luoghi che hanno maggiore rilevanza per me nella mia crescita musicale. Tutti quei luoghi che in qualche modo posso associare ai grandi gruppi del passato che per così tante ore hanno consumato le casse del mio stereo e che mi hanno indurito i calli da chitarrista.

Chiaramente si tratta di una “lista” estremamente personale. Specialmente riguardo a Londra: talmente tanta musica è corsa lungo queste strade e si è addentrata in questi vicoli, scavando pure sotto terra nei meandri della metropolitana ed esplodendo nei grandi e verdi parchi in alto verso il cielo color fumo perennemente carico di nuvole. Ma è stata una gran bella giornata, dunque non posso fare a meno che condividerla sul blog.

Il reportage sarà diviso in 3 parti, che seguiranno nei prossimi giorni sul blog e che potrete anche trovare nella sezione "Musica" nella barra in alto nel blog.


Tappa 1: The Clash, The Guns of Brixton, 1979.


Mi sveglio di buon’ora: so che ci sono tanti posti da vedere. Senza contare il fatto che quei 5-10 minuti di tempo per fermarmi in ogni luogo per ascoltarmi la canzone che associo a quel punto di Londra non me li posso far mancare. Dunque prendo the Tube, come la chiamano qui. Victoria line, direzione Brixton.

Arrivo a Brixton in poco tempo e incrociando poca gente. A quell’ora la mattina l’esodo è al contrario: una fiumana di persone entra nella stazione di Brixton diretta verso Central London per recarsi al lavoro.

Non appena incrocio Electric Avenue, faccio due passi intorno alla Brixton Hill nei luoghi in cui Paul Simonon, bassista dei Clash, è cresciuto e ha tratto l’ispirazione per raccontare i drammatici eventi legati ai Brixton Riots. Mentre cammino, The Guns of Brixton, col suo martellante groove tipico dei Clash, mi entra nelle orecchie. Che gran modo di iniziare la giornata.




Tappa 2: David Bowie, Life on Mars?, 1973.


A Londra ogni angolo di strada ti ricorda che sei nel cuore pulsante del Rock. Infatti, appena dietro l’angolo del Morley’s, risiede il gigantesco murale raffigurante un altro grande artista originario del quartiere: lo Starman, il compianto David Bowie.

Ripenso a quella musicassetta (che bei tempi!) che mi faceva ascoltare mia mamma, con grandi classici da Bob Dylan a Phil Collins, dai Rolling Stones a David Bowie. Ero solo un bambino, ma la stravagante voce di David Bowie mi colpì fin dall’inizio, con quel lamentoso inizio carico di energia soppressa, pronta ad esplodere nel meraviglioso ritornello. Che pezzo, che pezzo, che pezzo di canzone.





Tappa 3: Sex Pistols, God Save the Queen, 1977.


Torno nei sotterranei della metro e la Victoria line mi porta allo scambio con la District line. Proseguo in direzione Wimbledon e risalgo in superficie volutamente distante da King’s Road, che è dove voglio andare, solo per poter fare due passi per Chelsea, una vera chicca di quartiere. Proprio mentre costeggio Stamford Bridge, il leggendario stadio del Chelsea FC, rientro verso il Tamigi e mi affaccio lungo King’s Road.

Al numero 430, un enorme orologio con le lancette che corrono al contrario mi dice che sono arrivato a destinazione. Il World’s End, ossia il negozio con la singolare e apocalittica insegna, prima si chiamava semplicemente “Sex”, quando l’insegna con le tre lettere di gomma rosa scioccava i passanti della società “per bene” di Londra. Era il negozio di Vivienne Westwood, la compagna di MacLaren (il manager dei Sex Pistols). Infatti, nel negozio non vennero creati solo allucinanti abiti estremamente “alternativi” per l’epoca, ma è proprio lì dentro che (si dice) siano nati i Sex Pistols.

God Save the Queen. Oh, sì.




Tappa 4: Pink Floyd, Sheep, 1977.


Ci spostiamo di non molto, e anche cronologicamente parlando, restiamo nell’anno (favoloso) 1977. Ma cambiamo completamente musica. Poco oltre, proseguendo lungo il Tamigi verso il Chelsea Bridge, ci imbattiamo nell’imponente Battersea Power Station, una centrale termoelettrica del 1933 costruita in stile Art Déco. Il complesso, ora circondato da altri edifici e varie costruzioni ancora in corso, era in realtà molto più isolato nel 1977: si ergeva sul Tamigi e si stagliava contro il cielo londinese proprio come lo vediamo nell’immortale copertina di Animals, uno degli album più sottovalutati del Pink Floyd.

Provo a fare qualche bella fotografia alla Power Station, provando ad imitare il mood della mitica copertina di quel favoloso album. Per calarmi meglio nella parte, mi ascolto il mio pezzo preferito di Animals, Sheep.




Tappa 5: Led Zeppelin, Whole Lotta Love, 1969.


Ora, potrei anche prendere la metropolitana, ma con il sole che ha deciso di venir fuori, mi pare un peccato chiudersi nella Tube. Dunque mi incammino verso Kensington, più precisamente tra Hyde Park e i Kensington Gardens, dove si trova la maestosa Royal Albert Hall, di fronte all’esagerato e pacchiano monumento dell’Albert Memorial.

È davvero l’imbarazzo della scelta, quale brano scegliere tra i tanti che sono stati eseguiti in questa venue leggendaria. Ma per un fan dei Led Zeppelin come me, la scelta pare obbligata.

Dunque mi ascolto la versione live, registrata proprio qui davanti ai miei occhi, di Whole Lotta Love.




Tappa 6: Motörhead, No Class, 1979.


Riprendo la metropolitana e mi fermo ad Hammersmith, dove mi imbatto in un’altra delle grandi venue londinesi, questa particolarmente cara a chi, come me, è cresciuto a pane ed Heavy Metal.

La mia mente vola al mito, alla leggenda indiscussa, all’ultimo Rocker Lemmy Kilmister, con i Motörhead nel loro live No Sleep 'til Hammersmith. In realtà, il live fu registrato ovunque tranne che ad Hammersmith. Si pensa che il nome dell’album fu scelto unicamente per la grande popolarità di cui godeva Hammersmith durante gli anni d’oro in cui stava nascendo la NWOBHM. Sta di fatto che cambia poco: No Sleep è un disco live da paura, e se penso ad Hammersmith, è inevitabile: penso a Lemmy.

Good evening. We are Motörhead. And we’re gonna kick your ass. Leggenda allo stato puro.



Per adesso ci fermiamo qui, ma tornate sul blog per il prossimo post, in cui entreremo ufficialmente nella Terra della Regina...
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