domenica 5 giugno 2016

Sinfonia Rock a Firenze


Ormai non è più così originale tentare di fondere assieme le sonorità del Rock più duro con quelle di un’orchestra sinfonica, come testimoniano i tentativi di Deep Purple, Metallica, Kiss e altri; tuttavia, la commistione di due stili e due generi così apparentemente distanti genera sempre curiosità ed entusiasmo. Anche perché stavolta, a Firenze, la tribute band dei Led Zeppelin, i Norge, ha provato questo esperimento insieme all’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.

Una premessa, prima di tutto: partiamo dalla band. Li ho visti solo una volta in precedenza, al Viper a Firenze, e ne sono rimasto estasiato. Gli Zeppelin sono da sempre il mio gruppo preferito; sentire i loro classici eseguiti con tanta cura e personalità mi ha riempito di gioia. Tuttavia, ho sentito molte volte criticare questo ed eventi simili in quanto “Non approvo le cover band” oppure “Non amo le cover band”. Ragionamento giustissimo, in via teorica. Io stesso disapprovo con decisione le cover band.

Ciononostante, credo sia d’obbligo una distinzione tra la cover band e la tribute band. La cover band è la superficiale ed estremamente commerciale band che esegue i successi di questo o quell’artista (in certi casi definirlo artista è grave) che è ancora in attività vivo e vegeto: prendo ad esempio le varie cover band di Vasco Rossi, Ligabue, etc. Se voglio sentire un concerto di Vasco Rossi o di Ligabue so come fare, mi basta andare a comprare il biglietto per il prossimo tour, senza contare che non ha alcun senso fare la “copia” di una band che tuttora esiste.

Al contrario, quella che per convenzione mi piace chiamare tribute band è quella che esegue – letteralmente – un tributo ad una band che non esiste più. Una tribute band dei Beatles, o dei Queen (perché mi rifiuto di definire Queen quelli senza Mercury) o degli stessi Zeppelin (ormai non attivi salvo rarissimi casi dalla morte dei Bonham nel 1980) ha perfettamente senso di esistere, e non mi sognerei neanche lontanamente di definirla una “copia”. Semplicemente qualcosa di diverso rispetto alla band che propone repertorio inedito, ma sicuramente niente da “disprezzare” o “disapprovare”. Assume quasi le caratteristiche (idealmente) di un’orchestra sinfonica che esegue una sinfonia di Mozart.

Ma passiamo al concerto di ieri sera. Fondere assieme la sinfonia ed il Rock è, come ho detto, una scelta che genera sempre curiosità ed entusiasmo, ma non certo una scelta facile. Il rischio di cadere nel “barocco”, nel pacchiano, nel “forzato” è dietro l’angolo. Come in S&M dei Metallica, mentre alcuni arrangiamenti orchestrali sono autentici capolavori (The Call of Ktulu su tutti), molti altri appaiono decisamente forzati e causano un imbarazzante senso di ridicolo. Chi trascrive la parte orchestrale deve, in tutti i modi, avere il senso della misura e riuscire a non calcare troppo la mano.

Credo che il Maestro Stefano Maccagno ci sia riuscito quasi completamente, con ottimi risultati che ieri sera più di 1500 persone hanno avuto la fortuna di ascoltare. Una grande pecca, purtroppo, è il teatro stesso. L’acustica è tutt’altro che buona. D’altra parte, quando chiudi un teatro Comunale e ne fai costruire uno nuovo a Renzi, beh: questo è quello che succede. Ma passiamo ora al concerto.

Il concerto si apre con il botto, con l’estrema Immigrant Song (1970): qui il rischio di ottenere quella sensazione di “forzatura” è enorme, tuttavia l’arrangiamento orchestrale riesce a non prendere il sopravvento sulla violenza intrinseca della canzone, aumentandone anzi la carica epica tipicamente “nordica” del testo a tema “vichingo”.

Con Ramble On (1969) e la bellissima Tangerine (1970) gli arrangiamenti sono nuovamente azzeccati, complice anche il fatto che i due pezzi non sono così estremamente Rock come il quasi-heavy-metal della opener.

Ammetto poi di essermi commosso a vedere Since I’ve Been Loving You (1970) eseguita così bene con l’orchestra del Maggio. Probabilmente il pezzo che più amo dei Led Zeppelin ("IL" blues, per quanto mi riguarda) suonato alla perfezione con grande personalità dai Norge e orchestrato dal Maestro Maccagno con una tale carica emotiva da trasmettere al pezzo ancora più energia dell’originale. Uno dei migliori episodi di questo esperimento musicale.

Con The Rain Song (1973), Jacopo (il cantante dei Norge) dice che Jimmy Page stesso la pensava probabilmente con l’ausilio di un’orchestra, mentre in Black Dog (1971) sfoggia tutta la sua abilità vocale.

Si prosegue poi con Moby Dick (1969) , in cui l’orchestra ed il batterista Alex Raimondi si spartiscono il lungo intermezzo strumentale (originariamente dedicato al lungo assolo di Bonzo alla batteria) in modo memorabile.

Ecco poi Baby, I’m Gonna Leave You (1968): questo invece sono io che me lo sono sempre immaginato con l’accompagnamento di un’orchestra. Devo dire che le mie aspettative non sono state disattese, anzi: l’arrangiamento orchestrale amplifica la potenza della canzone, senza per questo snaturarla. Tanto di cappello davvero.

Houses Of The Holy (1973) non appartiene alla fase che più amo dei Led Zeppelin, pur essendo una gran canzone, ma resta comunque fuori dall’Olimpo dei primi quattro album. Pezzo più propriamente Hard Rock, qui l’arrangiamento orchestrale pare forzato, forse per la prima volta durante l’intero concerto. Ma il tris finale ci farà scordare di questo piccolo calo.

Kashmir (1975) è in assoluto il livello più alto toccato da questa indimenticabile serata, a mio avviso. Non tanto per la canzone in sé che, certo, non ha bisogno di presentazioni o elogi, ma per il superbo arrangiamento orchestrale in sinergia con gli strumenti “elettrici” dei Norge. Il famoso e caratteristico ritmo del brano viene rimarcato ancora di più dall’orchestra, che esalta allo stesso modo le tonalità “orientaleggianti” della voce. Davvero una splendida versione che coglie in pieno le caratteristiche dell’originale, ampliandone orizzonti e sonorità.

Arriviamo al pezzo che dà il titolo all’intero progetto: Stairway to Heaven (1971): superlativa. Non c’è da aggiungere nient’altro. L’arrangiamento orchestrale è da 10 e lode e non manca l’appuntamento con il pezzo che forse più si prestava a questo progetto. Una grandissima emozione.

Si chiude infine con Whole Lotta Love (1969), in cui l’orchestra “fa il suo” senza esagerare (anche giustamente, direi). Nell’intermezzo strumentale i Norge, stavolta non accompagnati dall’orchestra, ripercorrono innumerevoli altri successi degli Zeppelin in un medley da infarto: Good Times, Bad Times, You Shook Me, I Can’t Quit You Baby, How Many More Times, tutti tratti dal mitico Volume I del 1968.

Il bis è ovviamente Rock and Roll: un nome, una storia, un genere, una leggenda. L’orchestra riesce anche qui a non snaturare il pezzo.

Il tributo ai Led Zeppelin è stato impeccabile e l’esperimento può dirsi ampiamente riuscito.

Applausi ai Norge, al direttore Stefano Maccagno, all'Orchestra del Maggio e a questa magnifica iniziativa, nata da un progetto di Carlo Bianco e Francesco Furlanich e dedicata alle vittime della violenza stradale.
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